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Cristiana Capotondi: “Il tifo? Più faticoso del gioco. Seguivo i rigori in ginocchio spalle alla tv”

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L’intervista all’attrice, ex vice presidente della Lega Pro e capo delegazione della Nazionale italiana di calcio femminile
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«La febbre a 90°? Sì che esiste ed è contagiosa. È molto più pericoloso guardare il calcio che giocarlo». Cristiana Capotondi, classe 1980, attrice, dirigente sportiva, ex vice presidente della Lega Pro, esterna di difesa per passione, ha avuto eccome, per il calcio, il cardiopalma.

I sintomi?

«Cambio d’umore, irrequietezza, irritabilità, frustrazione, euforia improvvisa, tensione. Quando da capo delegazione della nazionale femminile accompagnavo la squadra, loro erano affaticate, io nervosissima».

Stanchezza da dodicesimo uomo (o donna)?

«Certo, perché noi tifosi, poveretti, stiamo male fisicamente: si salta, si corre, si fa finta di tirare, si urla, si esulta. E in quei novanta minuti pensiamo di essere tutti Cristiano Ronaldo, manca solo la convocazione».

Appunto: tachicardia, stress, cali d’energia ma dagli spalti o dal divano.

«Ed è molto peggio. Da calciatrice so che se giochi scarichi la tensione, smaltisci l’agonismo nella dinamica della gara; da tifosa accumuli e basta. È com…

«La febbre a 90°? Sì che esiste ed è contagiosa. È molto più pericoloso guardare il calcio che giocarlo». Cristiana Capotondi, classe 1980, attrice, dirigente sportiva, ex vice presidente della Lega Pro, esterna di difesa per passione, ha avuto eccome, per il calcio, il cardiopalma.

I sintomi?

«Cambio d’umore, irrequietezza, irritabilità, frustrazione, euforia improvvisa, tensione. Quando da capo delegazione della nazionale femminile accompagnavo la squadra, loro erano affaticate, io nervosissima».

Stanchezza da dodicesimo uomo (o donna)?

«Certo, perché noi tifosi, poveretti, stiamo male fisicamente: si salta, si corre, si fa finta di tirare, si urla, si esulta. E in quei novanta minuti pensiamo di essere tutti Cristiano Ronaldo, manca solo la convocazione».

Appunto: tachicardia, stress, cali d’energia ma dagli spalti o dal divano.

«Ed è molto peggio. Da calciatrice so che se giochi scarichi la tensione, smaltisci l’agonismo nella dinamica della gara; da tifosa accumuli e basta. È come se scendessi in campo ma non ci scendi veramente, ti resta tutto dentro. Poi il giorno dopo c’è lo sfottò e passato quello la preparazione alla partita successiva: un ciclo senza fine».

L’episodio da cardiopalma?

«Io sono morta il 2 luglio del 2000: finale degli Europei maschili Italia-Francia. Con quella schifezza sportiva che era il golden gol, segnato da David Trezeguet, vinse la Francia. Mi hanno rianimata nel 2006, quando abbiamo vinto noi».

Per la sua Roma quand’è che, metaforicamente parlando, le è scoppiato il cuore?

«Leviamo il giorno dello scudetto: troppo facile. Roma-Chievo 5-0, campionato 2001-2002, una partita bellissima, con il tricolore cucito sulla maglia».

Le partite da sola o in gruppo?

«Mi piace organizzare la visione collettiva, come al cinema: si guarda, si soffre, si ride insieme».

Come si sopravvive?

«Ognuno a modo suo. Io per esempio i rigori li guardavo in ginocchio con le spalle al televisore, il commento di Sky acceso ma le orecchie tese alla telecronaca Rai del vicino di casa: a Trastevere, con le finestre aperte, si sentiva benissimo e arrivava prima».

Neanche a fine campionato passa la febbre?

«Sì, ma solo a chi vince...».

Lei è mai guarita?

«Purtroppo sì, la febbre mi è passata, riesco a godermi le partite seduta tranquilla. Ma quella tensione, quelle domeniche, quella febbre mi manca».

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