Violenza sulle donne, la petizione: “Dati incompleti, 25mila firme al governo per avere trasparenza”
di Viola GiannoliIn Italia una donna su tre ha subito violenza e 97 sono state, solo l’anno scorso, le vittime di femminicidi. Eppure, oltre questo numero, i dati ufficiali che in Italia dovrebbero raccontare con chiarezza queste realtà sono incompleti, difficili da consultare, pubblicati in modo frammentario e irregolare. E come spiega la data journalist Donata Columbro (ultimo libro: Perché contare i femminicidi è un atto politico) in questo modo la trasparenza è minata ma anche lo studio del fenomeno della violenza maschile sulle donne e l’impatto delle risposte date sono fiaccate in partenza.
Ecco perché oggi 25mila firme della petizione “Vogliamo i dati sulla violenza di genere” lanciata su Change.org e sostenuta da 37 realtà della società civile arrivano sul tavolo del governo. È il frutto della campagna “Dati bene comune” che chiede all’esecutivo di «rendere pubblici, accessibili, completi e aggiornati i dati sulla violenza di genere e sui femminicidi». Non si tratta di un’ossessione, lo preve…
In Italia una donna su tre ha subito violenza e 97 sono state, solo l’anno scorso, le vittime di femminicidi. Eppure, oltre questo numero, i dati ufficiali che in Italia dovrebbero raccontare con chiarezza queste realtà sono incompleti, difficili da consultare, pubblicati in modo frammentario e irregolare. E come spiega la data journalist Donata Columbro (ultimo libro: Perché contare i femminicidi è un atto politico) in questo modo la trasparenza è minata ma anche lo studio del fenomeno della violenza maschile sulle donne e l’impatto delle risposte date sono fiaccate in partenza.
Ecco perché oggi 25mila firme della petizione “Vogliamo i dati sulla violenza di genere” lanciata su Change.org e sostenuta da 37 realtà della società civile arrivano sul tavolo del governo. È il frutto della campagna “Dati bene comune” che chiede all’esecutivo di «rendere pubblici, accessibili, completi e aggiornati i dati sulla violenza di genere e sui femminicidi». Non si tratta di un’ossessione, lo prevedono una legge, la 53/2022, e una direttiva europea, la 2024/1385.
Donata Columbro, perché è così importante avere dati sui femminicidi e la violenza di genere? «C’è anzitutto di mezzo una questione di diritto all’informazione e di trasparenza nei confronti di cittadini e cittadine per capire non solo quale è l’andamento del fenomeno ma anche quali risposte vengono date e in base a quali dati. Ma è anche fondamentale per chi lavora su questi temi e si trova costretto a produrre propri dati come le associazioni, le giornaliste, le attiviste, gli stessi centri antiviolenza che forniscono ognuno i propri dati all’Istat ma poi non hanno un ritorno complessivo».
Dove sono questi dati?
«Sono sparpagliati e incompleti. Perché manca un coordinamento sulla loro pubblicazione, nonostante la legge 53 del 2000 lo prevedesse. Abbiamo i report non costanti nel tempo della polizia di Stato, c’è il lavoro dell’Istat e poi abbiamo il Servizio analisi criminali del ministero dell’Interno che pubblica i dossier sugli omicidi volontari e lo fa cambiando la periodicità e non fornendo dati disaggregati: nel 2024 li pubblicava ogni lunedì, lo scorso anno i report sono diventati mensili e poi ancora trimestrali. Da quest’anno online sono rimasti solo i dossier annuali».
Lei dice “sono numeri non dati”.
«Ci sono tabelle che riportano il totale degli omicidi volontari, il sottogruppo che indica quelli di cui vittime sono le donne, di cui quelli commessi in ambito familiare/affettivo o per mano di partner ed ex partner, ma non ci danno molte informazioni: manca del tutto il contesto, ovvero cosa è accaduto prima, manca la nazionalità, manca l’età o quantomeno la fascia d’età di vittima e femminicida, manca la zona geografica e così via». Rivolgendosi direttamente alle istituzioni che li raccolgono si riescono a ottenere informazioni maggiori, ma perché a suo avviso i dati sono incompleti o difficilmente reperibili?
«La mia risposta è che è una questione di responsabilità. Manca una data unit che definisca quali sono femminicidi, che ne chiarisca la classificazione, che abbia una periodicità fissa e un formato corretto dei dati. Un esempio da cui copiare esiste ed è quel governo spagnolo che distingue i femminicidi, li divide tra familiari, sessuali, sociali, commessi all’interno della coppia o da ex e fornisce le caratteristiche della vittima e dell’autore. In Spagna è stato assunto che un monitoraggio istituzionale è una delle misure da adottare per far combattere femminicidi e violenza di genere. Da noi manca questa consapevolezza e manca un osservatorio unico di dati aggiornati, disponibili e trasparenti».