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“Quelle cento telefonate sotto la neve di Rigopiano, l’agonia di mio fratello”

Per la prima volta Alessandro Di Michelangelo racconta la morte di Dino. “Otto ore sepolto. Ma non volevo che mia madre e mio nipote sapessero”
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PERUGIA – Le macerie dell’hotel Rigopiano sono uno scrigno di verità giudiziarie e di ricordi. E consegnano ancora ultimi momenti di vita e di morte, dilatando il dolore. Alessandro Di Michelangelo stringe i pugni nell’aula degli Affreschi del tribunale. Il tempo ha appesantito il suo sguardo, diradato i suoi capelli e accentuato la sofferenza. «Da sette anni porto con me un segreto sulla fine di mio fratello Dino. Non ce la faccio più a tenere solo per me questa verità», gli occhi sono lucidi, alle spalle i dipinti di due madonne con bambino del periodo tardo-gotico. La Corte ha appena letto il suo verdetto: tre i dirigenti regionali condannati a 2 anni, cinque gli assolti, due le prescrizioni per la tragedia del 18 gennaio 2017 in cui morirono 29 persone.

I soccorsi a Rigopiano

 

Fino a ieri, per tutti, il poliziotto di Osimo Domenico Di Michelangelo, Dino, era morto sul colpo insieme all…

PERUGIA – Le macerie dell’hotel Rigopiano sono uno scrigno di verità giudiziarie e di ricordi. E consegnano ancora ultimi momenti di vita e di morte, dilatando il dolore. Alessandro Di Michelangelo stringe i pugni nell’aula degli Affreschi del tribunale. Il tempo ha appesantito il suo sguardo, diradato i suoi capelli e accentuato la sofferenza. «Da sette anni porto con me un segreto sulla fine di mio fratello Dino. Non ce la faccio più a tenere solo per me questa verità», gli occhi sono lucidi, alle spalle i dipinti di due madonne con bambino del periodo tardo-gotico. La Corte ha appena letto il suo verdetto: tre i dirigenti regionali condannati a 2 anni, cinque gli assolti, due le prescrizioni per la tragedia del 18 gennaio 2017 in cui morirono 29 persone.

I soccorsi a Rigopiano

 

Fino a ieri, per tutti, il poliziotto di Osimo Domenico Di Michelangelo, Dino, era morto sul colpo insieme alla moglie Marina Serraiocco quando la valanga aveva sommerso l’albergo.

Ma realtà è diversa. Cosa è successo davvero?

«Due anni dopo la tragedia, sono stato chiamato dai carabinieri. Tra le macerie avevano trovato una scheda telefonica con un numero del ministero, cioè la sim di servizio di mio fratello. Quella piccola tessera ha ricomposto il puzzle delle ultime ore di vita di Dino. I tabulati hanno rivelato che mio fratello è rimasto vivo sotto le macerie per diverse ore, almeno otto, dopo essere stato colpito da una trave. Un dato straziante che emerge anche dall’autopsia».

Ci spieghi meglio.

«Le indagini dei carabinieri hanno scoperto che mio fratello aveva tolto la sim personale dal suo telefono per inserire quella col numero di lavoro. Molto probabilmente perché il telefono non prendeva e aveva tentato di mettersi in contatto con l’esterno sperando che l’altra compagnia telefonica avesse una copertura maggiore».

Ha quindi fatto delle chiamate?

«Sì. A me sono state inviate 71 telefonate dalle 23 alle 2 di notte di quel maledetto 18 gennaio, altre dieci a mio padre. Poi ha chiamato diversi colleghi, provava, praticamente, tutti i numeri di servizio cambiando la cifra finale. Tutti tentativi andati a vuoto perché il ponte telefonico non c’era più. Una corsa disperata contro il tempo mentre sicuramente comprendeva che stava morendo. Non aver potuto fare nulla è il dolore che mi porto dentro da 9 anni. Da allora lavoro per due, per me e per Dino. Anche io sono un poliziotto e so che lui avrebbe voluto tanto continuare a farlo».

Ha inviato anche dei messaggi?

«Sì, erano messaggi di testo. A me ne aveva scritti tre. C’era il suo grido d’aiuto: “Siamo qua, siamo qua. Chiama i soccorsi”. E poi: “È crollato tutto”. Ma anche questi non sono mai arrivati. Il contenuto l’ho appreso dai tabulati che sono stati estrapolati dai carabinieri».

Lo Stato ha deciso che per la morte di suo fratello e di altre 28 persone, dovranno pagare tre dirigenti regionali condannati a 2 anni. È soddisfatto di questo verdetto?

«Le sentenze vanno rispettate ma non posso essere soddisfatto. Abbiamo capito, però, che per la prima volta le tesi che abbiamo cercato di dimostrare nel tempo, cioè il tassello della mancata prevenzione e dei soccorsi in ritardo, sono state confermate. Aspettiamo cosa deciderà il procuratore generale Barlucchi».

Perché racconta tutto questo adesso?

«Ora che siamo alla fine di questo estenuante processo, ho deciso di liberarmi da questo peso. Negli anni ho preferito mantenere il riserbo, anche su consiglio del mio avvocato, per tutelare mia mamma. E anche mio nipote, l’unico superstite della famiglia che quel giorno aveva 7 anni e stava giocando in hotel con altri bambini. È stato ritrovato 72 ore dopo. È sopravvissuto mangiando caramelle, Nutella e biscotti. Bevendo la neve».

Ora dirà tutto a sua madre?

«Le ho parlato prima di rilasciare l’intervista. Lei mi ha detto poche parole: “Lo sapevo, lo sentivo che Dino non era morto e che avrebbe lottato fino alla fine”. Ci siamo abbracciati, è stato un momento di sfogo e di condivisione che attendevo da anni».

Parlerà anche a suo nipote?

«Ancora non gli ho detto nulla, aspetto che diventi maggiorenne. Ha 16 anni, è cresciuto circondato dall’amore di tutti i parenti. Mi ripete sempre quanto mi vuole bene quando ci vediamo. Lui sa che ho fatto tutto quello che potevo per dare giustizia al suo papà. E penso che questa sia la cosa più importante».

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