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Stalking, chiesta l’archiviazione per le femministe Vagnoli, Fonte e Sabene

Benedetta Sabene, Carlotta Vagnoli, Valeria Fonte (ansa)

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La richiesta del procuratore al tribunale di Monza. Le parti offese faranno opposizione
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Per le femministe Carlotta Vagnoli, Valeria Fonte e Benedetta Sabene, accusate di stalking, è arrivata la richiesta di archiviazione. Ad avanzarla è stato il pubblico ministero del tribunale di Monza, Alessio Rinaldi, che al giudice per le indagini preliminari ha chiesto, il 23 gennaio scorso, di chiudere il procedimento penale nato il 15 marzo del 2024 dopo la denuncia presentata da un uomo identificato negli atti come A.S., un giornalista, e da Serena Mazzini, social media strategist conosciuta online come Serena Doe, per «asserite condotte persecutorie messe in atto» dalle tre indagate «mediante gruppi whatsapp e i social network» e «sistematiche campagne denigratorie».

Secondo il pm le «memorie difensive» nelle quali «si dà conto del ruolo ricoperto» da Vagnoli, Fonte e Sabene «teso anche professionalmente a tutelare i diritti delle donne vittime di violenza (...) consentono di rivalutare la vicenda nel suo complesso». E dunque non ci sarebbero stati atti persecutori.

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Per le femministe Carlotta Vagnoli, Valeria Fonte e Benedetta Sabene, accusate di stalking, è arrivata la richiesta di archiviazione. Ad avanzarla è stato il pubblico ministero del tribunale di Monza, Alessio Rinaldi, che al giudice per le indagini preliminari ha chiesto, il 23 gennaio scorso, di chiudere il procedimento penale nato il 15 marzo del 2024 dopo la denuncia presentata da un uomo identificato negli atti come A.S., un giornalista, e da Serena Mazzini, social media strategist conosciuta online come Serena Doe, per «asserite condotte persecutorie messe in atto» dalle tre indagate «mediante gruppi whatsapp e i social network» e «sistematiche campagne denigratorie».

Secondo il pm le «memorie difensive» nelle quali «si dà conto del ruolo ricoperto» da Vagnoli, Fonte e Sabene «teso anche professionalmente a tutelare i diritti delle donne vittime di violenza (...) consentono di rivalutare la vicenda nel suo complesso». E dunque non ci sarebbero stati atti persecutori.

Secondo Rinaldi «non si rilevano effettivamente chat pubbliche direttamente riferibili alle accuse/attribuzioni al denunciante di comportamenti manipolatori/abusatori (...) quanto commenti e discussioni a tenore privato intrattenuti tra le indagate».

«Non appare provata – aggiunge il pm – la diretta derivazione causale di tali comportamenti rispetto alle conseguenze paventate e lamentate dalle vittime quali alterazioni delle proprie abitudini di vita».

Ancora: «Non si ravvisa in capo alle indagate un’abitualità concreta di condotte univocamente orientate a vessare/molestare/minacciare le vittime (...) rinvenendosi al più due episodi risalenti al febbraio 2024».

Infine, «non sussiste prova effettiva che le conseguenze alla propria vita privata e professionale lamentate» dalle vittime «siano oggettivamente ricollegabili alle condotte delle indagate».

La storia era iniziata nel dicembre 2023 quando A.S. avrebbe intrapreso una relazione con un’altra attivista femminista appartenente allo stesso gruppo delle indagate. L’uomo avrebbe però nascosto un flirt parallelo con un’altra donna dello stesso ambiente. Quando la vicenda era venuta alla luce, la relazione si era interrotta. Nelle chat, secondo l’accusa, si sarebbe scatenata quella che viene definita una «gogna digitale»: l’uomo viene accusato di essere un «abuser» nei confronti della ex, tra insulti e frasi volte a screditarlo nella sua vita pubblica e privata. A un certo punto l’uomo tenta un gesto estremo. E fa partire la denuncia per stalking e diffamazione aggravata. Le tre indagate respingono ogni accusa. Nel frattempo vengono pubblicate, per prima da Selvaggia Lucarelli, alcune chat allegate agli atti di due delle tre indagate, Vagnoli e Fonte, che con altri amici se la prendono con un linguaggio volgare e sprezzante con politici, giornalisti, scrittrici, filosofi, politici, fino al presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Ora Vagnoli scrive: «Abbiamo agito perché una donna era in una situazione di difficoltà estrema. Nessuna lista, nessun ‘metodo sorelle’, nessuna lotta armata, nessuna violenza».

Ma l’avvocata di Serena Mazzini, Barbara Indovina, una delle parti offese nel procedimento, annuncia che si opporrà all’archiviazione del caso: «Ovviamente ci opporremo alla richiesta anche perché è frutto di una valutazione parziale degli atti. Il pm ha qualificato i fatti come stalking ma la denuncia di Mazzini era per diffamazione aggravata e altre ipotesi di reato. Faremo valere le nostre ragioni, il materiale agli atti è importante, a nostro avviso fa emergere chiaramente che le condotte ci sono state e sono evidenti. Demanderemo al gip la valutazione sul materiale. È stata un’indagine corposa, ampia, granitica».

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