Basta guardare poche immagini per capire. O se non altro intuirlo, il dolore. È una lunga, spietata carrellata di corpi provati dalle fiamme quella che scorre nelle carte di Crans-Montana. Con decine di mani rosso fuoco, capelli andati in fumo, segni degli innesti di pelle per rammendare ovunque, dalla schiena alle gambe, dal petto alle braccia, lì dove il rogo o la vampata di calore hanno scavato a fondo nella carne, in profondità.
Le fotografie e il calvario dei feriti sopravvissuti al disastro di Capodanno entrano nell’inchiesta sul Constellation. Un mosaico fatto di cartelle cliniche in arrivo dagli ospedali di diversi Paesi, richieste di assistenza presentate alle assicurazioni sanitarie e certificati di ogni tipo che restituiscono le storie di chi è rimasto ferito lì. E questo mese e mezzo di sofferenza. Fra loro c’è Margot, 19 anni, arrivata in condizioni disperate a Losanna e poi trasferita vicino Parigi, quando gli ustionati gravissimi in Svizzera erano così tanti da dover ch…
Basta guardare poche immagini per capire. O se non altro intuirlo, il dolore. È una lunga, spietata carrellata di corpi provati dalle fiamme quella che scorre nelle carte di Crans-Montana. Con decine di mani rosso fuoco, capelli andati in fumo, segni degli innesti di pelle per rammendare ovunque, dalla schiena alle gambe, dal petto alle braccia, lì dove il rogo o la vampata di calore hanno scavato a fondo nella carne, in profondità.
Le fotografie e il calvario dei feriti sopravvissuti al disastro di Capodanno entrano nell’inchiesta sul Constellation. Un mosaico fatto di cartelle cliniche in arrivo dagli ospedali di diversi Paesi, richieste di assistenza presentate alle assicurazioni sanitarie e certificati di ogni tipo che restituiscono le storie di chi è rimasto ferito lì. E questo mese e mezzo di sofferenza. Fra loro c’è Margot, 19 anni, arrivata in condizioni disperate a Losanna e poi trasferita vicino Parigi, quando gli ustionati gravissimi in Svizzera erano così tanti da dover chiedere aiuto oltre i confini per riuscire a metterli in salvo tutti. «Lesione da inalazioni da fumi associata a intossicazione da cianuro», c’è scritto nella cartella clinica consegnata dai suoi avvocati alla procura di Sion.
Pagine aggiornate giorno dopo giorno dai medici che raccontano la sua lotta contro le infezioni, la polmonite così come gli incubi notturni raccontati agli psicologi una volta uscita dalla terapia intensiva. Vite che si sovrappongono e si intrecciano, unite da quella notte che doveva essere di festa. Da quei fumi velenosi respirati nell’incendio, fatali purtroppo per tanti. E dalle ustioni che si ripetono implacabili fra le pagine, dove compare Jeanne, 16 anni, curata anche lei in Francia, a Digione, dopo essere stata ricoverata nella terapia intensiva pediatrica di Losanna. I sui grandi occhi scuri compaiono nei documenti consegnati a chi indaga su Jacques e Jessica Moretti.
Le ustioni sul viso, la pancia e le gambe si sono prese il 48 per cento della superficie del suo corpo. Profonde come quelle di Jeremie, 17 anni, portato di corsa al pronto soccorso di Rennaz, a un’ora d’auto da Crans. È arrivato intubato a Lione per via dei fumi tossici che hanno compromesso i suoi polmoni mentre le ustioni gli hanno divorato mani, schiena, orecchie e viso, annota il rianimatore.
Vite di adolescenti sovrapponibili a quelli ancora ricoverati al Niguarda. I passi in avanti di questo mese si vedono, alcuni hanno anche lasciato la propria stanza d’ospedale. Ma sono in tanti che dovranno convivere per sempre con le cicatrici del Constellation. Storie che si annodano a quelle di giovani lavoratori. Come Zeljco, di Crans, una laurea in Scienze umane e dell’educazione, un master per lavorare nel turismo. Papà aiuto cuoco, mamma portinaia, era fine anno quando ha firmato un contratto con l’Associazione di sci alpino per i campionati mondiali. Agli atti della procura ora c’è anche c’è la sua di immagine. Lui con gli occhi chiusi mentre non era cosciente, intubato e addormentato. Con le sue mani che sembrano un lungo guanto incandescente che arriva fino al polso. Il ricamo degli innesti prelevati dalle gambe, toppe fatte di pelle per coprire e ricostruire ciò che il fuoco ha cancellato in pochi secondi. E colpiscono le immagini, consegnate dai legali, del prima e del dopo. Di lui sorridente in un locale, abbracciato alla famiglia con le scarpe da ginnastica nell’atmosfera di una serata di festa. Precedono quelle di lui in ospedale. Con il sorriso sofferente di chi, nonostante tutto, ce l’ha fatta. Ma sono pochi i capelli che rimangono sopra la fronte, bruciati come il naso che compare protetto dalle garze.
Di Sevane, 32 anni, le carte mostrano anche i momenti prima di essere medicato. Lavora per l’Associazione dei comuni di Crans che promuove la stazione sciistica, ora conosciuta da tutti per la strage di ragazzini, più che per le sue vette bianche amate da chi veniva qui in vacanza da una vita, come molte giovani vittime del rogo. Ha la testa china, il viso gonfio segnato dal dolore, la pelle che cede. Le fotografie con un prato alle spalle sembrano lontane anni luce dall’istante in cui viene immortalato in un letto d’ospedale. Con quelle mani devastate che ora chiedono giustizia, come ogni corpo inghiottito dalle fiamme del Constellation.