Un morto ogni due giorni così nell’ultimo mese la neve è diventata un pericolo
di Giacomo TalignaniLa zona del sud della Svizzera, il Goppenstein, dove ha deragliato il treno regionale per una valanga
I dati, dicono gli esperti, sono drammatici. Dall’inizio della stagione invernale 2025/26 in Italia a causa delle valanghe sono già morte ventitre persone. Nell’ultimo mese sono circa dodici le vittime, quasi un morto ogni due giorni.
Ieri, mentre in Svizzera una valanga ha travolto e fatto deragliare un treno nel Canton Vallese, quasi in contemporanea è deceduta la terza vittima della valanga di domenica in Val Veny sopra Courmayeur dove hanno perso la vita tre scialpinisti. Nel frattempo, in provincia di Sondrio, si cerca ancora la quarta persona rimasta travolta in un altro incidente sopra Monte Spluga. Fatti e cifre raccontano un’Italia dove il numero di vittime delle valanghe è in crescita (lo scorso anno dodici i decessi totali) a tal punto che quest’anno «si rischia di raggiungere i tragici livelli del 2010» racconta preoccupato Igor Chiambretti, responsabile tecnico di Aineva, uno dei tre enti che insieme a carabinieri e comando truppe alpine monitorano costantemente — diffo…
I dati, dicono gli esperti, sono drammatici. Dall’inizio della stagione invernale 2025/26 in Italia a causa delle valanghe sono già morte ventitre persone. Nell’ultimo mese sono circa dodici le vittime, quasi un morto ogni due giorni.
Ieri, mentre in Svizzera una valanga ha travolto e fatto deragliare un treno nel Canton Vallese, quasi in contemporanea è deceduta la terza vittima della valanga di domenica in Val Veny sopra Courmayeur dove hanno perso la vita tre scialpinisti. Nel frattempo, in provincia di Sondrio, si cerca ancora la quarta persona rimasta travolta in un altro incidente sopra Monte Spluga. Fatti e cifre raccontano un’Italia dove il numero di vittime delle valanghe è in crescita (lo scorso anno dodici i decessi totali) a tal punto che quest’anno «si rischia di raggiungere i tragici livelli del 2010» racconta preoccupato Igor Chiambretti, responsabile tecnico di Aineva, uno dei tre enti che insieme a carabinieri e comando truppe alpine monitorano costantemente — diffondendo bollettini di allerta — le criticità legata alle slavine. Sedici anni fa arrivammo a quota 45 morti, soglia superata solo nel 2017 quando con la catastrofe di Rigopiano in tutto furono quarantanove.
«Come numero di incidenti nelle ultime decadi c’è stato un aumento, come tasso di mortalità siamo rimasti quasi costanti, ma quest’anno le cose stanno cambiando e a stagione in corso siamo purtroppo già sopra la media di riferimento di 18 vittime» spiega il tecnico. Se questa stagione è particolarmente critica è per via di un manto nevoso scarso, di ridotto spessore, dato che è nevicato poco nei mesi precedenti. Con un manto poco spesso la possibilità di slavine aumenta ma attenzione a chiamarle “valanghe killer”, perché nel 95% dei casi questi eventi non sono spontanei, ma sono chiaramente responsabilità dell’uomo». Quando si parla di valanghe l’uomo è infatti spesso la causa principale. Da dopo la pandemia il numero di praticanti e appassionati che si spinge nei vari fuori pista è aumentato costantemente e «spesso si tratta di persone che non hanno preparazione e consapevolezza dei rischi. E se c’è più gente sui pendii è più facile che si verifichino incidenti».
Un altro fattore è poi la crisi climatica innescata dalle emissioni antropiche. «Il surriscaldamento porta molte più oscillazioni di temperatura che sono più rapide e di conseguenza gli stati strati del manto appaiono più fragili rispetto al passato. Nevicando meno come numero di giornate e con un manto poco spesso vengono così favorite strutture più instabili che poi si staccano al passaggio dell’uomo». Quest’anno gli esperti prevedono che gli strati deboli persistenti rimarranno in instabilità fino a tarda primavera, quando solo la fusione del manto riporterà le cose in equilibrio. Nel frattempo «ogni volta che ci muoviamo fuori pista, innescando potenziali valanghe, ci esponiamo a una roulette russa» precisa Chiambretti. L’arma principale per preparaci oggi restano i bollettini ricchi di informazioni sulle criticità, ma in Europa ormai il tempo medio di lettura delle allerte è arrivato a soli 8 secondi. «Difficile i pochi istanti memorizzare, sta diventando un problema».
Il rischio è però quello che «l’arrivo della neve fresca causi euforia: attratte dall’avventura — chiosa il responsabile di Aineva — le persone credono di potersi spingere ovunque inseguendo quei concetti di marketing stile “no limits”. Al contrario, con le slavine, ci vogliono davvero tantissimi limiti ed estrema prudenza. C’è in gioco la propria vita e quella degli altri».