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Lorenzo Barone, viaggiatore a propulsione umana: “A remi dal Sahara all’Amazzonia, è tutto connesso”

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A 18 anni il primo giro del mondo in bicicletta, dalla punta più a sud dell’Africa a quella più a est della Russia. Poi la Siberia. Ora dall’Africa al Sud America: “Nell’Atlantico l’orizzonte non finiva mai”
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4557 chilometri in totale, per ora. 37 giorni di navigazione. 21 di mal di mare. Un incontro ravvicinato con una nave cargo, una barca, una persona, un Oceano. Attraccato sulle coste della Guyana francese dopo una traversata oceanica a remi, senza motore e in solitaria, Lorenzo Barone fa i conti. Viaggiatore e narratore 28enne originario di San Gemini in provincia di Terni, da dieci anni percorre territori inospitali esclusivamente con la forza del proprio corpo. La bio dei social è già un programma: “Over a thousand nights in tent around the world” (più di mille notti, in tenda, in giro per il mondo).

Non un novellino delle avventure inospitali. Lorenzo Barone aveva 18 anni quando decise di partire, il giorno del compleanno, per il suo …

4557 chilometri in totale, per ora. 37 giorni di navigazione. 21 di mal di mare. Un incontro ravvicinato con una nave cargo, una barca, una persona, un Oceano. Attraccato sulle coste della Guyana francese dopo una traversata oceanica a remi, senza motore e in solitaria, Lorenzo Barone fa i conti. Viaggiatore e narratore 28enne originario di San Gemini in provincia di Terni, da dieci anni percorre territori inospitali esclusivamente con la forza del proprio corpo. La bio dei social è già un programma: “Over a thousand nights in tent around the world” (più di mille notti, in tenda, in giro per il mondo).

Non un novellino delle avventure inospitali. Lorenzo Barone aveva 18 anni quando decise di partire, il giorno del compleanno, per il suo primo giro del mondo in bicicletta. Da Capo Agulhas - il punto più a sud dell’Africa – fino a Capo Dezhnev, in Russia, l’assoluto estremo asiatico. E poi di nuovo, in pieno Covid, lungo la strada più a nord del mondo, in Siberia, dormendo in tenda con temperature in grado di toccare i -55°C. Balzo in avanti alla fine del 2025, Barone riparte: dal Sahara, percorso sempre in bicicletta, all’Amazzonia attraversando l’Atlantico su una barca a remi senza vela e senza motore: lo stesso viaggio compiuto dalle polveri sahariane che fertilizzano uno dei grandi polmoni verdi del pianeta. Ora il suo sguardo è già rivolto verso sud, verso il Brasile.

Qual è l’obiettivo del suo progetto Dust – La Via della Sabbia?

«Quando ero bambino pensavo che anche San Gemini Terni fosse lontano. Con questo progetto voglio mostrare quanto tutto sia connesso. Che si può attraversare il deserto in diciannove giorni, l’Oceano in trentasette e ora l’Amazzonia. Anche il Sud America, per esempio, non è poi così lontano. Come non lo è l’Iran, l’India, la Russia o qualunque altra zona nel mondo».

Ha appena completato una traversata oceanica in solitaria, su una barca senza vela e senza motore. Cosa resta davvero del viaggio?

«È stata un’esperienza per me totalmente nuova. Attorno avevo soltanto una linea, l’orizzonte, che non finiva mai. È stato più che altro un viaggio introspettivo».

Per trentaquattro giorni non ha incrociato altri esseri umani. La solitudine per lei è una condizione cercata o una conseguenza accettata?

«Più cercata, è una consapevolezza che avevo già scoperto in Islanda. Mi piace attraversare i territori, zone artiche o equatoriali, senza mezzi a motore. Cerco di immergermi nella natura, entrare in contatto con le popolazioni che vivono in quelle zone nella maniera più profonda possibile. Poi c’è sempre qualcuno pronto ad aiutarti».

Anche in questo viaggio?

«Sì, i berberi del deserto mi hanno dato pane caldo e tè. Una nave in mezzo all’Oceano si è avvicinata con la radio per chiedere se avessi bisogno di aiuto. I pescatori locali in Guyana francese mi hanno visto combattere contro le correnti e mi hanno attaccato a loro per risalire il fiume fino al porto».

Sta raccogliendo campioni naturali per studi scientifici da portare a chi si occupa di fenomeni ambientali. Cosa ha trovato finora?

«Nella depressione di Bodélé, in Ciad, ho raccolto un campione di polvere che verrà studiato da Arpa al mio ritorno. Ho preso sedimenti in varie forme: bottiglie d’acqua del fiume, una maglietta esposta per vari giorni alla pioggia e alla polvere. Decideranno loro che farci. Per il progetto, quello che a me interessa è vedere se nel continente americano sia possibile trovare le stesse diatomee (le microalghe fossili) della depressione del Ciad anche in Amazzonia».

L’America Latina è spesso raccontata attraverso estremi: “natura incontaminata”, “disastro ambientale”. Come evita nel suo lavoro queste semplificazioni?

«Mi limito a documentare quello che vedo, che vivo. Racconto qualsiasi cosa: zone disboscate e incendi, territori verdi e comunità che collaborano. Non sarà la verità assoluta, ma semplicemente quello che avrò incontrato io».

Il viaggio che la sabba sahariana compie verso ovest, verso il Sud America e l'Amazzonia 

In prospettiva, cosa la spaventerebbe di più: essere ancora “quello che attraversa” o non esserlo più?

«Nessuna delle due. Ho sempre capito che non mi sarei voluto ripetere. In Russia non ho più trovato un motivo per proseguire: ho preso un aereo e sono tornato a casa. Da lì ho fatto viaggi più brevi, diversificato le attività: sci, slitta, kayak, bici. Ora ho unito ecosistemi diversi a nuovi obiettivi, ma sento il bisogno anche di stabilirmi in montagna sugli Appennini con orto e galline e di fare qualche avventura più breve: in Congo, nei territori artici del Canada, attraverso alcune montagne dell’Afghanistan o in un parco in Colombia dove la giungla è così fitta da essere raggiunta soltanto da elicotteri. Sempre, però, con mezzi a propulsione umana: è l’unico modo in cui mi sembra sensato viaggiare».

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