Il primario Zanatta ha marciato verso il letto della paziente Vonn Lindsey, e le ha detto: «Queste cose, qui non si fanno. È vietato fare video, e metterli sui social, come ha fatto sua sorella». Era «molto seccato, e le ho spiegato che questo è un reparto delicato, una terapia intensiva! E serve rispetto per gli altri pazienti, che sono sofferenti anche loro». E la Vonn, come ha reagito? «Si è scusata, era molto dispiaciuta». E così si è risolto l’incidente del video diffuso nel mondo dalla sorella dell’atleta, Karin Kildow, che elogiava la bellezza dei medici italiani, esortando giuliva a «cancellare le app di incontri: andate nei pronto soccorso italiani!».
La sorella di Lindsey Vonn perde la testa per i medici italiani: "Dimenticate le app di dating"
Ed eccoci in questo pronto soccorso di Treviso, ospedale Ca’ Foncello, dove lavorano medici maschi e femmine, infermi…
Il primario Zanatta ha marciato verso il letto della paziente Vonn Lindsey, e le ha detto: «Queste cose, qui non si fanno. È vietato fare video, e metterli sui social, come ha fatto sua sorella». Era «molto seccato, e le ho spiegato che questo è un reparto delicato, una terapia intensiva! E serve rispetto per gli altri pazienti, che sono sofferenti anche loro». E la Vonn, come ha reagito? «Si è scusata, era molto dispiaciuta». E così si è risolto l’incidente del video diffuso nel mondo dalla sorella dell’atleta, Karin Kildow, che elogiava la bellezza dei medici italiani, esortando giuliva a «cancellare le app di incontri: andate nei pronto soccorso italiani!».
La sorella di Lindsey Vonn perde la testa per i medici italiani: "Dimenticate le app di dating"
Ed eccoci in questo pronto soccorso di Treviso, ospedale Ca’ Foncello, dove lavorano medici maschi e femmine, infermieri e infermiere, che hanno di meglio da fare che occuparsi del caso Vonn. E nel blocco di Anestesia e Rianimazione, dove l’atleta è stata ricoverata una settimana, per poi essere trasferita negli Usa per un quinto intervento, il dottor Paolo Zanatta sta giusto mostrando ad alcuni colleghi l’esito di quell’ultima operazione americana, «che però non posso divulgare per via della privacy». Ma la sua giusta riservatezza è già stata superata da un post della paziente medesima, che ringrazia il dottor Tom Hackett (suo ortopedico personale), racconta i dettagli delle molte viti inserite, la «difficoltà nel post operatorio» eccetera, e naturalmente seguono le foto e le radiografie della gamba infortunata.
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«Sia ben chiaro: qui noi trattiamo bene tutti, dalla Vonn al Tonio Buleghin», e Francesco Benazzi, direttore generale dell’Ulss 2 Marca Trevigiana, intende il paziente sconosciuto, non famoso, «tutti uguali, tutti coccolati. Poi, da anni puntiamo sull’umanizzazione delle cure, sull’empatia, sulla vicinanza al paziente». In questo caso, «ha colpito la parte estetica, la gioventù di alcuni medici…». Uno come Andrea Agostini, ad esempio, che si è già stufato della faccenda: «Adesso basta, abbiamo un sacco di lavoro da fare…». Agostini è anestesista e rianimatore, oltre che medico di guardia, così come il collega Stefano Addesa, che dice «ci abbiamo sorriso su, a proposito del video con quell’incipit sulla prestanza fisica. Ma almeno ha anche ringraziato lo staff». Dopodiché, «noi abbiamo fatto solo il nostro lavoro», che è parecchio complicato, basta vedere il viavai attorno ai pazienti. Tre terapie intensive, con 30 letti, «e Vonn era uno dei 30 pazienti», spiega il primario Zanatta. Dodici letti di terapia intensiva generale, otto di cardiochirurgia, e dieci di neurochirurgia. Quanti addetti? 370 persone, 60 medici e 310 infermieri. Un battaglione di esperti, che nella settimana della degenza di Vonn hanno dovuto badare anche al suo staff, composto dall’ortopedico americano, dal fisioterapista, dalla famiglia, compresa la sorella, così pimpante e ingenuamente yankee, social manager dell’atleta (sappiamo che ha anche pubblicato un video sullo shampoo di Lindsey, a fine degenza).
«L’ho presa in cura e portata in sala operatoria 4 volte…», e certo non è stata una passeggiata, per la paziente. «Quando si è scusata, ho capito che erano in buona fede», e sicuramente felici del buon esito degli interventi, «a cui ha sempre assistito anche il dottor Hackett», pur senza intervenire. Ma «il messaggio divulgato da quel video», spiega Zanatta, quell’insistere sulla «bellezza» dei medici maschi, «è stato superficiale, e sbagliato». In un posto di professionisti, nei corridoi del reparto immenso, lungo i corridoi accecanti nel bianco dei neon, e nei saloni dove persone ultra sofferenti sperano — sempre che siano coscienti — che gli venga salvata la vita. Ma «abbiamo troppo da fare per pensarci ancora. Una montagna di pazienti difficili» che si intravedono, attaccati a macchine, tubi, una signora dice «ciao», ma altri sono immobili, gli occhi chiusi.
E questo è uno degli ospedali del cosiddetto “percorso olimpico”, strutture a disposizione degli atleti infortunati sulle piste di Cortina, peraltro vigilate “in loco” dai medici di questo reparto, e anche di altri ospedali. Proprio a bordo pista, per poter intervenire subito dopo la caduta. Così è successo alla Vonn, che in 10 minuti di elicottero è arrivata qui, e anche all’atleta lituano che ancora durante le prove si è ribaltato sul bob. «Lussazione delle vertebre C5 e C6, rischiava di restare tetraplegico…». L’équipe di neurochirurgia spinale lo ha operato, in una delle 20 sale operatorie di questo blocco, e quattro giorni dopo era di nuovo in piedi. Però, nessuno se l’è proprio filato, l’atleta lituano.