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Una coppia in Bahrein: “Siamo angosciati. Per prendere un aereo c’è chi va in auto in Arabia”

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Intervista a Marco Morello e Vitaliana Di Benedetto: da dieci anni vivono a Manama. Lui è medico
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«La notte fra sabato e domenica è stata terribile. Sui telefoni continuavano ad arrivare gli allarmi delle autorità, inevitabilmente seguiti dai boati dei missili o dei droni intercettati, i vetri tremavano, anche i palazzi». Insieme alla moglie Vitaliana Di Benedetto, il dottore Marco Morello da oltre dieci anni vive e lavora a Manama, in Bahrein. La sua casa non è molto lontana da uno degli hotel colpiti dai missili sparati dall’Iran in risposta all’attacco di Usa e Israele. «È stato uno shock».

Cosa ha visto?

«Stavo tornando dal lavoro. Per tutta la giornata erano arrivati allarmi, avevamo sentito la contraerea in azione, non vedevo l’ora di tornare a casa. Passando in auto, vicino all’hotel colpito, sono rimasto paralizzato. Non avevo mai visto un grattacielo in fiamme e lì ho iniziato ad essere preoccupato. Non è molto lontano da casa mia».

«La notte fra sabato e domenica è stata terribile. Sui telefoni continuavano ad arrivare gli allarmi delle autorità, inevitabilmente seguiti dai boati dei missili o dei droni intercettati, i vetri tremavano, anche i palazzi». Insieme alla moglie Vitaliana Di Benedetto, il dottore Marco Morello da oltre dieci anni vive e lavora a Manama, in Bahrein. La sua casa non è molto lontana da uno degli hotel colpiti dai missili sparati dall’Iran in risposta all’attacco di Usa e Israele. «È stato uno shock».

Cosa ha visto?

«Stavo tornando dal lavoro. Per tutta la giornata erano arrivati allarmi, avevamo sentito la contraerea in azione, non vedevo l’ora di tornare a casa. Passando in auto, vicino all’hotel colpito, sono rimasto paralizzato. Non avevo mai visto un grattacielo in fiamme e lì ho iniziato ad essere preoccupato. Non è molto lontano da casa mia».

È un sentimento comune?

«In realtà, la popolazione sembra più tranquilla. C’è persino chi passeggia o va fuori a cena, la nostra clinica continua a lavorare anche per consulti specialistici non urgenti. Ma noi internazionali siamo un po’ angosciati».

È in contatto con altri italiani?

«Sì. Alcuni stanno pensando di arrivare in macchina fino a Dammam o Riad, in Arabia Saudita, e lì tentare di prendere un aereo. Ma il viaggio è pericoloso. Molti hanno provato a contattare l’ambasciata o la Farnesina per chiedere di lasciare il Paese, ma al momento non c’è nessun piano, nessuna informazione, nulla. Ci è stato risposto “siete solo 600”, come se fossimo troppo pochi per essere importanti».

Lei è fra quelli che sperano di andare via?

«Ho due gatti e un pappagallino per i quali sto facendo i documenti necessari perché possano viaggiare. Poi, potrei anche iniziare a pensarci».

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