Roma – Eravamo a The Palm, vicinissimi al primo hotel che è stato colpito. Ho pensato a mia moglie e alla mia bambina e con i miei amici abbiamo deciso di partire il prima possibile». Stanchi, provati, i primi italiani bloccati nel Golfo, fra cui la moglie e i figli del ministro Crosetto, sono atterrati ieri sera a Roma.
Alcuni erano in Oman, altri lo hanno raggiunto in fretta con un autobus o pagando profumatamente un driver quando su Dubai sono arrivati missili e droni iraniani in risposta all’attacco di Usa e Israele. Appena da Muscat sono ripartiti i voli anche a caro prezzo — un biglietto è arrivato a costare 1.500 euro — hanno deciso di partire. Sono i primi a lasciare il Golfo, ma con gli aeroporti emiratini che stanno lentamente tornando alla normalità, già oggi altri gruppi faranno ritorno, a partire dai 190 studenti rimasti bloccati a Dubai.
Roma – Eravamo a The Palm, vicinissimi al primo hotel che è stato colpito. Ho pensato a mia moglie e alla mia bambina e con i miei amici abbiamo deciso di partire il prima possibile». Stanchi, provati, i primi italiani bloccati nel Golfo, fra cui la moglie e i figli del ministro Crosetto, sono atterrati ieri sera a Roma.
Alcuni erano in Oman, altri lo hanno raggiunto in fretta con un autobus o pagando profumatamente un driver quando su Dubai sono arrivati missili e droni iraniani in risposta all’attacco di Usa e Israele. Appena da Muscat sono ripartiti i voli anche a caro prezzo — un biglietto è arrivato a costare 1.500 euro — hanno deciso di partire. Sono i primi a lasciare il Golfo, ma con gli aeroporti emiratini che stanno lentamente tornando alla normalità, già oggi altri gruppi faranno ritorno, a partire dai 190 studenti rimasti bloccati a Dubai.
Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ieri ne aveva annunciato il rientro «tra il 4 e il 6 marzo», ma poco dopo dalla Farnesina è filtrato che già questa mattina i ragazzi saranno trasferiti ad Abu Dhabi su degli autobus sicuri e da lì prenderanno un volo charter atteso a Malpensa nel pomeriggio.
Una goccia nel mare dei 20mila italiani in vacanza o in transito rimasti bloccati a Dubai o nell’area del Golfo. E questo senza contare chi lì e nell’area oggi coinvolta nel conflitto ci vive. «In tutto sono più di 70mila», ha detto il ministro Antonio Tajani ieri in Parlamento.
Solo negli Emirati ci sono 7.800 italiani arrivati da quando la crisi è iniziata, più 20.977 residenti registrati. In Qatar, 2.810 che ci vivono e 769 arrivati dall’inizio dei raid. In Oman, 341 residenti e 709 persone in transito, fra cui anche turisti arrivati via terra da Paesi limitrofi. In Arabia Saudita, ci sono 3.822 italiani, di cui 1.322 in transito. Altri 400 sono in Iran. E poi, con il conflitto che si allarga, lievita anche il numero dei connazionali in area a rischio. Solo in Libano, da ieri sotto attacco di Israele, ce ne sono quattromila.
«Noi garantiamo assistenza medica e consolare ma sono numeri talmente alti che è difficile poter risolvere i problemi di tutti», ha ammesso Tajani. A supporto della struttura consolare di Abu Dhabi e Muscat, da oggi ci saranno otto persone in più fra carabinieri e personale diplomatico, ma la situazione rimane complessa. Particolare attenzione — spiegano — verrà data ai “vulnerabili”: famiglie con bambini piccoli, donne incinte, anziani, malati, minori soli.
Di voli speciali che partano dall’Italia, non se ne parla. «Neanche di tipo militare», ha spiegato il ministro. Tocca provare a «favorire e organizzare dei charter». E la lenta riapertura degli aeroporti emiratini potrebbe favorire un lento ritorno alla normalità.
Ci spera anche chi è rimasto incastrato a Dubai. Alcuni, come Felice Guarino, in vacanza nell’emirato con la sorella e il cognato, hanno già ricevuto i nuovi biglietti. Altri, come Francesco, nell’emirato con la sorella, la moglie incinta e la madre quasi ottantenne — «una fragile per eccellenza», non ha ancora alcuna notizia. «Da nessuno, né dalla compagnia, né dalla Farnesina». Erano già seduti in aereo e pronti a decollare quando su Dubai é arrivato il primo attacco. «Ci hanno fatti sbarcare, abbiamo aspettato ore, poi ci hanno detto che non saremmo ripartiti. Non ci hanno dato neanche le valigie. Abbiamo dovuto provvedere noi a hotel, pasti, persino vestiti. Non temiamo per la nostra sicurezza, ma non sapere cosa succederà è estenuante. Ogni tentativo di contattare il consolato è stato inutile».
Luca Piezzo, esperto It di un grande gruppo bancario da un anno in Bahrein, con la struttura consolare invece è riuscito a parlarci. Con la moglie e due amici ha deciso di lasciare il Paese e raggiungere in auto Riad, in Arabia Saudita. «Volevamo un consiglio in termini di sicurezza, ma non ci hanno dato alcun tipo di indicazione. Abbiamo deciso autonomamente: la situazione può degenerare rapidamente, meglio stare nei pressi di un aeroporto da cui si possa ancora volare».