Pordenone - Un tubo di ferro lungo settanta centimetri per regolare i conti, fuor di metafora, con il “Berlusconi del Friuli-Venezia Giulia”. Lo chiamavano così Mario Ruoso, “Marione” perché era alto quasi due metri. Sempre in forma, ancora dinamico a 87 anni: personalità forte, il piglio del capo, un accentratore dai modi diretti.
Il paragone in scala con il fu “Cavaliere” per via dello stesso titolo di Cavaliere del lavoro. Era il fiore all’occhiello degli anni d’oro: gli 80 del secolo scorso, quando Ruoso fondò TelePordenone tre anni dopo l’apertura della concessionaria d’auto (anche di lusso) Garage Venezia, un tempo una delle più blasonate del Triveneto. Tra i tecnici di TelePordenone — che ha spento il segnale due anni fa e che …
Pordenone - Un tubo di ferro lungo settanta centimetri per regolare i conti, fuor di metafora, con il “Berlusconi del Friuli-Venezia Giulia”. Lo chiamavano così Mario Ruoso, “Marione” perché era alto quasi due metri. Sempre in forma, ancora dinamico a 87 anni: personalità forte, il piglio del capo, un accentratore dai modi diretti.
Il paragone in scala con il fu “Cavaliere” per via dello stesso titolo di Cavaliere del lavoro. Era il fiore all’occhiello degli anni d’oro: gli 80 del secolo scorso, quando Ruoso fondò TelePordenone tre anni dopo l’apertura della concessionaria d’auto (anche di lusso) Garage Venezia, un tempo una delle più blasonate del Triveneto. Tra i tecnici di TelePordenone — che ha spento il segnale due anni fa e che è in liquidazione giudiziale — c’era l’uomo che, dopo tre decenni di collaborazione con Ruoso, — era una specie di factotum — diventa il suo killer: Loriano Bedin, 68 anni. «Uno di famiglia, mio zio l’ha sempre aiutato», dice attonito Alessandro Ruoso. Nipote della vittima e pilota di enduro. È lui che, allertato da alcuni dipendenti dello zio, trova il cadavere sulla porta di casa. Ma restiamo a Bedin. Con l’ex patron televisivo c’erano dissidi di natura economica, legati proprio all’ultimo periodo di gestione della tv. Soldi che Bedin evidentemente aspettava, e pretendeva. Mercoledì mattina poco prima delle 8 l’uomo si infila nel portoncino (guasto, e dunque sempre aperto) al civico 7 di via del Porto, a Porcia, 15mila abitanti, appena fuori Pordenone. Sale al settimo e ultimo piano. Citofona alla porta dell’attico di Ruoso, un pentavani con terrazza che affaccia sull’autosalone Garage Venezia. Il padrone di casa non sospetta nulla, apre. Viene colpito con una prima sprangata in testa: cade, sbatte contro un mobile. Dopodiché Bedin infierisce con ferocia. «Una mattanza», la definiscono gli investigatori.
La caccia all’assassino da parte della Squadra mobile e della Scientifica di Padova non dura nemmeno ventiquattro ore. Gli indizi che da subito portano a Bedin — ripreso da alcune telecamere e incastrato dalle celle telefoniche — vengono confermati alle 13 di ieri: in questura a Pordenone l’uomo confessa. Lo arrestano con l’accusa di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dalla minorata difesa. «Ci ha indicato lui dove trovare l’arma del delitto e l’abbigliamento usato, non c’è nessun complice», dice il procuratore capo Pietro Montrone che coordina l’inchiesta insieme alla sostituta Federica Urban.
Il tubo di ferro era in un canale di irrigazione vicino all’abitazione di Ruoso. Il killer, dopo l’omicidio, lo aveva gettato dal balcone dell’appartamento e poi recuperato prima di occultarlo nel corso d’acqua. Quindi è andato a casa a cambiarsi. Confermato il movente economico, gli inquirenti stanno ora ricostruendo a quanto ammontasse la cifra per la quale Bedin si considerava in credito. «Il curatore fallimentare di TelePordenone aveva riferito i racconti di Ruoso riguardo ad alcune condotte di Bedin», spiega il capo della Procura. A luglio 2025 la Lamborghini bianca dell’ex patron televisivo viene data alle fiamme nella concessionaria di fronte casa. Un incendio doloso. Per il quale era indagato proprio il killer. Particolare interessante: per l’innesco erano stati utilizzati faldoni di documenti che Ruoso voleva usare per intentare una causa milionaria. Contro chi?
«Siamo sconvolti, increduli». Riccardo Marzola e Alberto Comisso hanno lavorato molti anni per Mario Ruoso. Descrivono Bedin come un «uomo mite». Con Ruoso — divorziato e da poco vedovo, una figlia ma i rapporti si erano diradati — non era infrequente avere discussioni accese. Ma lui poi «ti dava una pacca sulla spalla e ti invitava a pranzo». Anni di gare automobilistiche, la passione per il tango: l’ossessione del lavoro interrotto solo da una settimana di vacanza a Bibione. Negli ultimi anni l’impero imprenditoriale si era sgretolato. Il nipote Alessandro: «La chiusura della tv è stata una botta, per lui era come una figlia».
Il fallimento, il concordato, i debiti. Gli intoppi giudiziari da cui però era sempre uscito assolto: come la vendita per 41mila euro di una Nissan camuffata da Ferrari 250 GTO (l’auto d’epoca più costosa al mondo). L’auto fu confiscata dalla Finanza e distrutta. Ruoso se la cavò con una multa. «Era vulcanico, viveva da solo e ogni giorno era dietro la scrivania con alle spalle le coppe delle gare»: ancora gli ex collaboratori. L’altra mattina era pronto per scendere in ufficio. Ma la morte lo ha aspettato sulla porta di casa.