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Prato, il carcere fuori controllo dove lo Stato non ha più pieno potere

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L’ultimo episodio: durante l’ora d’aria vengono lanciati involucri di droga destinata ai detenuti, che gli agenti della polizia penitenziaria non riescono a requisire
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Alla Dogaia, carcere di Prato, la prima cosa da capire è semplice e brutale: lo Stato non governa più fino in fondo ciò che accade dentro quelle mura. Non è un giudizio morale. È un fatto che emerge dalle inchieste, dagli arresti, dalle rivolte, dalle aggressioni che colpiscono detenuti, agenti e personale civile.

Un carcere dovrebbe essere il luogo del controllo pubblico più rigoroso. Qui, invece, il controllo da molti mesi è diventato incerto, e talvolta rovesciato. L’ultimo episodio è una fotografia di questo disordine. Sabato 28 febbraio durante l’ora d’aria, nel campo di calcio, alcuni detenuti giocano, altri guardano. Dal lato esterno del muro di cinta arrivano tre lanci: involucri scagliati con precisione oltre il cemento. Dentro c’è droga destinata ai detenuti. Gli agenti della polizia penitenziaria si muovono per recuperare i pacchi. Ma prima che possano raggiungerli accade qualcosa che, in un carcere, dovrebbe essere impossibile. Una sessantina di detenuti, molti di nazional…

Alla Dogaia, carcere di Prato, la prima cosa da capire è semplice e brutale: lo Stato non governa più fino in fondo ciò che accade dentro quelle mura. Non è un giudizio morale. È un fatto che emerge dalle inchieste, dagli arresti, dalle rivolte, dalle aggressioni che colpiscono detenuti, agenti e personale civile.

Un carcere dovrebbe essere il luogo del controllo pubblico più rigoroso. Qui, invece, il controllo da molti mesi è diventato incerto, e talvolta rovesciato. L’ultimo episodio è una fotografia di questo disordine. Sabato 28 febbraio durante l’ora d’aria, nel campo di calcio, alcuni detenuti giocano, altri guardano. Dal lato esterno del muro di cinta arrivano tre lanci: involucri scagliati con precisione oltre il cemento. Dentro c’è droga destinata ai detenuti. Gli agenti della polizia penitenziaria si muovono per recuperare i pacchi. Ma prima che possano raggiungerli accade qualcosa che, in un carcere, dovrebbe essere impossibile. Una sessantina di detenuti, molti di nazionalità albanese, si compatta, si muove insieme, crea un fronte. Gli agenti sono undici. Troppo pochi. La perquisizione viene impedita. La scena dura pochi minuti, ma il significato è chiarissimo: il potere, in quel momento, non è dalla parte di chi dovrebbe esercitarlo.

La procura di Prato, guidata da Luca Tescaroli, lo scrive con parole misurate ma inequivocabili: non è un episodio isolato. È la manifestazione di un sistema di approvvigionamento che attraversa il muro di cinta e si regge sulla capacità organizzativa interna. Per capire quanto sia profondo il problema bisogna guardare alle settimane precedenti. Il 13 febbraio un pacco postale destinato a un detenuto viene intercettato prima di entrare in istituto. Dentro, nascosti tra fette di salumi, ci sono cocaina e hashish. Il 20 febbraio, appena fuori dal muro di cinta, vengono trovati altri tre pacchetti: droga, un telefono cellulare privo di sim e una chiavetta modem adatta alla connessione internet.

Droga e comunicazioni. È questo il doppio binario su cui si muove la vita clandestina della Dogaia che è una casa circondariale grande, complessa, tra le più importanti della Toscana. Dentro convivono tipologie molto diverse di detenuti. Chi entra nell’istituto avverte subito un clima pesante. Una tensione diffusa che attraversa tutte le sezioni. Le indagini degli ultimi mesi lo avevano già documentato. Telefoni nascosti in cella, microdispositivi murati tra le pareti, router collegati alla rete. Strumenti che permettono ai detenuti di restare in contatto con l’esterno, organizzare traffici, mantenere relazioni criminali.

E intorno a questo circuito illegale si accumulano altri segnali di cedimento quasi quotidiane. Rivolte improvvise. Aggressioni al personale. Episodi di violenza tra detenuti. Uno, particolarmente grave, riguarda un detenuto italiano di quarantasei anni sottoposto per mesi a violenze e vessazioni dal compagno di cella, un trentanovenne marocchino detenuto per reati legati alla droga. Le carte dell’inchiesta descrivono una sequenza di umiliazioni, minacce, percosse e violenze sessuali consumate dentro una cella. Un trattamento definito dagli inquirenti «inumano e degradante».

Non è solo una storia di brutalità individuale. È anche il segno di una sorveglianza che non riesce a intervenire in tempo. La verità è che alla Dogaia tutto sembra diventato più difficile. Il direttore dell’istituto è considerato da molti una persona seria, corretta. Ma è solo. Ogni giorno, raccontano, chiama gli uffici del provveditorato regionale chiedendo trasferimenti urgenti, tentando di alleggerire sezioni che non riescono più a reggere la pressione. Il personale è insufficiente. Gli agenti lavorano in condizioni complicate. E anche gli uffici amministrativi non sono al riparo da questa tensione. Alcune dipendenti del Dap si sono dovute difendere da aggressioni. Raccontano che i detenuti riescono a muoversi in zone che dovrebbero essere interdette. In questo contesto gruppi organizzati di detenuti riescono a conquistare spazi di potere. È per questo che la rivolta di pochi minuti del 28 febbraio non è soltanto un episodio di cronaca penitenziaria. È l’ultimo segnale. Una di quelle scene brevi che spiegano meglio di qualsiasi relazione ufficiale cosa sta accadendo dentro un carcere.

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