Lo chiamano «weekend lungo», facendo il verso a Meloni. Weekend lungo sì, ma «di lotta e di sciopero». Una due giorni di iniziative, insomma, tra sit-in, manifestazioni, cortei, serrate per ricordare la Giornata internazionale delle donne tra oggi, domenica 8 marzo, e domani, lunedì 9, quando scatterà lo sciopero nazionale del settore pubblico e privato appoggiato da Cobas, Usb, Usi, altre sigle e anche Flc Cgil per quanto riguarda scuola e università.
Più di 60 le città che saranno coinvolte dalle mobilitazioni indette dal movimento transfemminista “Non una di meno” sotto lo slogan “Le nostre vite valgono. Noi scioperiamo".
Sarà l’8 marzo «contro le politiche del governo sul contrasto alla violenza sessuale ed economica nei confronti delle donne e delle categorie più colpite dall'inflazione provocata dalla guerra». L’8 marzo contro il ddl Bongiorno, che ha sostituito la parola “dissenso” al “consenso” sul quale la legge nasceva, «da bloccare con ogni mezzo». Compreso quello, scelto …
Lo chiamano «weekend lungo», facendo il verso a Meloni. Weekend lungo sì, ma «di lotta e di sciopero». Una due giorni di iniziative, insomma, tra sit-in, manifestazioni, cortei, serrate per ricordare la Giornata internazionale delle donne tra oggi, domenica 8 marzo, e domani, lunedì 9, quando scatterà lo sciopero nazionale del settore pubblico e privato appoggiato da Cobas, Usb, Usi, altre sigle e anche Flc Cgil per quanto riguarda scuola e università.
Più di 60 le città che saranno coinvolte dalle mobilitazioni indette dal movimento transfemminista “Non una di meno” sotto lo slogan “Le nostre vite valgono. Noi scioperiamo".
Sarà l’8 marzo «contro le politiche del governo sul contrasto alla violenza sessuale ed economica nei confronti delle donne e delle categorie più colpite dall'inflazione provocata dalla guerra». L’8 marzo contro il ddl Bongiorno, che ha sostituito la parola “dissenso” al “consenso” sul quale la legge nasceva, «da bloccare con ogni mezzo». Compreso quello, scelto da Non una di meno, sezione Milano, di scaricare chili di letame davanti allo studio dell’avvocata e senatrice relatrice della legge.
E poi c’è la protesta contro «la bocciatura del congedo retribuito ai padri», contro «l’eliminazione di Opzione Donna», contro le disuguaglianze tracciate dai «dati sul gender pay gap». «Le donne, le persone giovani e giovanissime, trans, razzializzate, disabili vengono espulse dal mondo del lavoro e pagano la guerra e il riarmo con l'aumento del lavoro povero e precario, il part time imposto, l'aumento dei prezzi e la distruzione del welfare», scrivono le attiviste. «Vogliamo salari adeguati al costo della vita, reddito di autodeterminazione per uscire da situazioni di violenza e per non entrarci, diritto alla casa e al welfare».
Cambiano due lettere e piuttosto è warfare, tempo di guerra, pure questo da contrastare con ogni mezzo. E non può mancare il riferimento al conflitto scatenato da Usa e Israele in Iran dalle stesse piazze che cantavano, assieme alla ragazze iraniane, “Donna, vita, libertà”. Ora Non una di meno chiama allo «sciopero contro la guerra all'Iran e l'invasione del Libano, fuori da ogni legalità internazionale, contro l'utilizzo delle basi italiane ed europee e qualsiasi coinvolgimento italiano nel conflitto».
Così ci sarà un corteo a Roma, dalle 17 in zona Circo Massimo, a Firenze dalle 18 per le strade del centro, a Milano dalle 15 in piazza Duca D’Aosta, a Napoli alle 11 in viale dei Campi Flegrei, a Torino con rivoli diffusi nei quartieri, in Vanchiglia, a San Salvario, a San Paolo. Si replica poi lunedì 9 tra sfilate studentesche, lezioni all’aperto di educazione sessuo-affettiva come a Reggio Emilia, presidi davanti al tribunale a Cuneo, passeggiate rumorose a Cagliari, ad esempio.
In uno sciopero che si vorrebbe sia dal lavoro produttivo (dipendente e autonomo) che riproduttivo. Ovvero l’astensione da tutte i lavori domestici, l’accudimento di figli, la tessitura di relazioni. «Sospendi se possibile le tue solite attività di cura e non fare la spesa», si legge nell’appello che unisce «la minaccia dell’economia di guerra» alla «cultura dello stupro», i femminicidi alle politiche securitarie, la debolezza economica all’educazione al consenso e al desiderio.