Quando una donna viene uccisa dal partner o da un familiare, a restare segnati per sempre sono anche, e soprattutto, i figli. Negli ultimi cinque anni 253 orfani di femminicidio sono stati presi in carico dal progetto “A Braccia Aperte” promosso da Con i Bambini, un programma che accompagna i minori e le famiglie affidatarie nel percorso di ricostruzione dopo il trauma. Una realtà spesso poco visibile, emersa durante il convegno “Orfane e orfani dei femminicidi vittime di seconda classe?”, promosso dall’Associazione Mondiale delle Giornaliste e Scrittrici (Ammpe) in Senato.
Figli spettatori dell’omicidio
Tra i dati più drammatici, quello che riguarda il momento dell’omicidio: nel 40% dei casi i minori erano presenti quando la madre è stata uccisa. I casi seguiti dal progetto sono distribuiti in tutta Italia, ma con una maggi…
Quando una donna viene uccisa dal partner o da un familiare, a restare segnati per sempre sono anche, e soprattutto, i figli. Negli ultimi cinque anni 253 orfani di femminicidio sono stati presi in carico dal progetto “A Braccia Aperte” promosso da Con i Bambini, un programma che accompagna i minori e le famiglie affidatarie nel percorso di ricostruzione dopo il trauma. Una realtà spesso poco visibile, emersa durante il convegno “Orfane e orfani dei femminicidi vittime di seconda classe?”, promosso dall’Associazione Mondiale delle Giornaliste e Scrittrici (Ammpe) in Senato.
Figli spettatori dell’omicidio
Tra i dati più drammatici, quello che riguarda il momento dell’omicidio: nel 40% dei casi i minori erano presenti quando la madre è stata uccisa. I casi seguiti dal progetto sono distribuiti in tutta Italia, ma con una maggiore concentrazione al Centro-Sud e nelle Isole, dove si trovano 179 dei 253 minori presi in carico. Al Nord, invece, i casi registrati sono 74, divisi tra Nord-Ovest e Nord-Est. Secondo i dati raccolti dagli operatori del progetto, la maggior parte dei bambini conosce la verità su quanto accaduto: l’84% dei minori è stato informato della morte della madre e delle circostanze del delitto.
Dopo il delitto
Quando avviene un femminicidio, spesso sono i parenti a farsi carico dei bambini. Nel 52% dei casi il primo tutore designato appartiene alla famiglia materna, fino al terzo grado di parentela. Più raramente il compito viene affidato a familiari della linea paterna, mentre in altri casi il tribunale nomina un curatore o un avvocato esterno. Un elemento considerato fondamentale è mantenere uniti i fratelli. Per questo nell’80% delle situazioni i minori restano insieme e vengono affidati allo stesso tutore, evitando ulteriori separazioni dopo il trauma.
Famiglie affidatarie
Le famiglie che accolgono questi bambini si trovano spesso ad affrontare anche problemi economici. Secondo i dati del progetto, il 77% dei nuclei affidatari dichiara difficoltà ad arrivare alla fine del mese. Non sempre, inoltre, vengono attivati subito gli strumenti di sostegno previsti dalla normativa. Al momento dell’ingresso nel progetto, il 70% delle famiglie non riceveva ancora i benefici previsti dalla legge del 2018 dedicata agli orfani di crimini domestici.
Prima della tragedia
In molti casi il femminicidio si inserisce in situazioni familiari già segnate da fragilità. Quasi nove casi su dieci presentano criticità nel nucleo familiare, come dipendenze o la presenza di familiari con provvedimenti penali. Nonostante questi segnali, prima del delitto la maggior parte delle famiglie non era seguita dai servizi sociali: secondo i dati raccolti dal progetto, il 69% dei nuclei non era in carico ai servizi territoriali prima dell’evento traumatico.
Le ferite psicologiche sui bambini
Le conseguenze per i minori sono soprattutto psicologiche. Gli operatori segnalano ansia, ricordi intrusivi legati al trauma e disturbi del sonno tra i problemi più frequenti. Per questo motivo il miglioramento del benessere psicologico rappresenta l’obiettivo principale nei percorsi di supporto, che affiancano alla terapia anche attività educative e sociali. Circa la metà dei ragazzi coinvolti svolge con regolarità sport o hobby, mentre per gli altri è ancora difficile costruire una routine stabile.
Il lavoro della rete
«Il valore del progetto – spiega Simona Rotondi, responsabile del bando “A Braccia Aperte” – è la capacità di creare una presa in carico integrata che unisce assistenza medica, supporto psicologico e orientamento al lavoro». Il programma lavora in collaborazione con istituzioni, procure e scuole, con l’obiettivo di garantire ai minori il diritto allo studio e un percorso di recupero dell’equilibrio psicologico.
Ricostruire la vita dopo il trauma
Secondo i promotori del progetto, l’esperienza di questi anni dimostra che è possibile accompagnare questi ragazzi in un percorso di ricostruzione. «“A Braccia Aperte” – conclude Rotondi – sta diventando un ponte per facilitare l’accesso ai diritti previsti dalla legge, affinché le famiglie che si prendono cura di questi bambini non siano lasciate sole e possano contare su una presenza costante dello Stato e del terzo settore».