Ghiacciai in pericolo, la missione in Islanda del primo italiano che così li avrà scalati tutti
di Giulia BoeroHa attraversato il Klondike, in Canada. Ma anche il lago Bajkal in Siberia, i ghiacciai in Alaska, Svezia, Norvegia e Finlandia. Nel 2024 è riuscito nell’impresa di percorrere - in Islanda - il Vatnajökull, la quarta calotta di ghiaccio per estensione al mondo, la prima in Europa. Ora Roberto Ragazzi, 63 anni originario della provincia di Verbania, alle pendici del Mottarone, è pronto a ripartire con un nuovo progetto. L’obiettivo è attraversare in completa autosufficienza lo Hofsjökull e lo Langjökull e diventare così il primo italiano a portare a termine la traversata dei tre principali ghiacciai dell’isola.
Duecento chilometri su neve e ghiaccio e un team di tre persone: insieme a lui, Simone Talamo e Andrea Tiberi, escursionisti romani entrambi alla prima esperienza artica. Dodici giorni di spedizione, una slitta – la pulka – trainata a mano, venti catabatici che possono arrivare anche a superare i 100 chilometri all’ora e temperature meno di 30 gradi sotto zero. «Dall’attacco del…
Ha attraversato il Klondike, in Canada. Ma anche il lago Bajkal in Siberia, i ghiacciai in Alaska, Svezia, Norvegia e Finlandia. Nel 2024 è riuscito nell’impresa di percorrere - in Islanda - il Vatnajökull, la quarta calotta di ghiaccio per estensione al mondo, la prima in Europa. Ora Roberto Ragazzi, 63 anni originario della provincia di Verbania, alle pendici del Mottarone, è pronto a ripartire con un nuovo progetto. L’obiettivo è attraversare in completa autosufficienza lo Hofsjökull e lo Langjökull e diventare così il primo italiano a portare a termine la traversata dei tre principali ghiacciai dell’isola.
Duecento chilometri su neve e ghiaccio e un team di tre persone: insieme a lui, Simone Talamo e Andrea Tiberi, escursionisti romani entrambi alla prima esperienza artica. Dodici giorni di spedizione, una slitta – la pulka – trainata a mano, venti catabatici che possono arrivare anche a superare i 100 chilometri all’ora e temperature meno di 30 gradi sotto zero. «Dall’attacco del ghiacciaio, venerdì 13, saremo soli. Nessuna antropizzazione, nessuna linea di tensione. Ma il nostro sarà anche un lavoro di sensibilizzazione. I ghiacciai islandesi si sciolgono a una velocità spaventosa a causa del cambiamento climatico. Serve creare consapevolezza».
Perché di nuovo l’Islanda?
«Perché è una zona tenuta monitorata. È un punto nevralgico: lì si formano correnti che innescano perturbazioni, rimescolamenti del clima. L’aumento delle temperature altera i vortici che, a cascata, hanno un pesante influsso anche su di noi».
Cosa si prova ad attraversare una delle porzioni di mondo meno antropizzate del pianeta?
«È come essere su Marte. Bianco, freddo, nessuna vegetazione. Sfogli un libro di geografia e geologia: a ogni pagina, qualcosa di incredibile da scoprire».
Come ci si prepara mentalmente a un’impresa del genere?
«In realtà non si può. Da noi non esistono condizioni simili, nemmeno in alta montagna. Manca quel senso di isolamento, totale abbandono che invece in Islanda sei costretto ad affrontare».
Ha chiamato il progetto The Last Line. Perché?
«Quelli islandesi sono ghiacciai in estrema sofferenza. The Last Line è una sottile linea bianca di ghiaccio che sta scomparendo. Questo porterà a conseguenze catastrofiche anche ai Paesi del Mediterraneo. Mi sembrava l’immagine migliore per restituire ciò a cui stiamo andando incontro».
Collaborerete con il progetto Collembol-ICE dell’Università di Siena. In che modo?
«Saremo i manovali di un progetto di ricerca portato avanti da cinque diverse università. Cercheremo, raccoglieremo e conserveremo le provette di collemboli. Sono pulci dei ghiacciai, microorganismi visibili a occhio nudo e riconosciuti come indicatori climatici fondamentali».
In un tempo in cui non si fa altro che parlare di tecnologia, i centri di ricerca si affidano ancora alla mano dell’essere umano?
«Ci sono ancora molti luoghi sulla Terra difficili da raggiungere. Antartide, Polo Nord, Groenlandia, per citarne alcuni. Tutti luoghi poco studiati ma fondamentali per la ricerca scientifica».
Non potrebbero arrivarci le sonde, i droni?
«No, serviamo noi per piegarci sulla terra o sul ghiaccio e cercare le pulci. Siamo ancora fondamentali, dopotutto».
Perché la passione per le spedizioni artiche?
«Sono cresciuto con Jack London. Da bambino sognavo il Canada, l’Alaska. Un giorno sono partito e ho percorso per 700 chilometri il fiume Yukon, proprio in quella porzione di mondo. Era inverno, con temperature a -40 gradi. Non c’era altro che ghiaccio».
È andata bene?
«Benissimo. È stato subito amore. Ho iniziato più di 20 anni fa e non ho mai smesso, ma sempre in ambienti freddi. Sono un appassionato, in realtà nella vita lavoro nel campo della riabilitazione».
Ha parlato della sua passione per i ghiacci, ma l’Islanda in questo è ambivalente. L’attività vulcanica negli ultimi anni è tornata a essere molto forte. L’avete messo in conto prima di partire?
«L’abbiamo messo in conto, ma spero non succeda nulla (ride). L’ultima volta c’è stato un forte terremoto con l’epicentro a 40 chilometri da noi. Ci si sono bloccati i satellitari e per ore siamo rimasti senza Gps. L’Islanda è una polveriera, qualche preoccupazione c’è stata. Ma confidiamo che questa volta vada tutto bene».