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Claudia Zanella: “La mia vita con Penelope, figlia geniale e mai stanca, ha 10 anni e recita Platone”

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L’intervista all’attrice, mamma di una bambina gifted (plusdotata): “Curiosità insaziabile e memoria sorprendente, ha un enorme senso della giustizia ma davanti ai soprusi è senza pelle. Tutti dicono: che fortuna, ma è anche difficile e la scuola non è pronta per questo tipo di neurodivergenze”
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Si dice che la mente dei bambini più piccoli sia una tela bianca. Quel che di Penelope, dieci anni, ricorda sua mamma, l’attrice Claudia Zanella, è che molto presto la sua testa somigliasse piuttosto a un quadro di Kandinskij. Perché a dispetto di una diagnosi infausta del tutto errata giunta in gravidanza, Penelope è una bambina gifted, plusdotata. «È come Culodritto di Guccini, “occhi spalancati sul mondo come carte assorbenti” — racconta Zanella — In viaggio, a Siviglia, guardava la città come non avesse visto mai nulla prima e ogni volta è così. Per lei la gioia è euforia, la tristezza un dramma; è felice e un secondo dopo in down. È come se avesse due vite: è bellissimo e faticosissimo».

Partiamo dall’inizio, cosa significa avere una figlia gifted?

«Che ha un alto potenziale cognitivo: non è una figlia più brava, percepisce solo il mondo in modo diverso. Ha un quoziente intellettivo molto alto anche per la plusdotazione, 149, e un cervello che non si ferma mai, che non sa cosa si…

Si dice che la mente dei bambini più piccoli sia una tela bianca. Quel che di Penelope, dieci anni, ricorda sua mamma, l’attrice Claudia Zanella, è che molto presto la sua testa somigliasse piuttosto a un quadro di Kandinskij. Perché a dispetto di una diagnosi infausta del tutto errata giunta in gravidanza, Penelope è una bambina gifted, plusdotata. «È come Culodritto di Guccini, “occhi spalancati sul mondo come carte assorbenti” — racconta Zanella — In viaggio, a Siviglia, guardava la città come non avesse visto mai nulla prima e ogni volta è così. Per lei la gioia è euforia, la tristezza un dramma; è felice e un secondo dopo in down. È come se avesse due vite: è bellissimo e faticosissimo».

Partiamo dall’inizio, cosa significa avere una figlia gifted?

«Che ha un alto potenziale cognitivo: non è una figlia più brava, percepisce solo il mondo in modo diverso. Ha un quoziente intellettivo molto alto anche per la plusdotazione, 149, e un cervello che non si ferma mai, che non sa cosa significhi riposare, come se ne avesse cinque di cervelli».

Lei come se ne è accorta?

«Un anno fa le è stato certificato ma io l’ho sempre sospettato. Quando aveva due anni, io e suo padre (il regista Fausto Brizzi, ndr) abbiamo scoperto che parlava come una di cinque anni, aveva una memoria infallibile, collegava tutto quel che sapeva. Le mettevamo sul seggiolone delle carte con oggetti semplici — un cuore, un sole, un numero — le guardava una volta e le ricordava tutte. Con due sole letture riesce a imparare la parte in un musical: intonazione, canzone, parole. Anche per me che faccio l’attrice e lavoro con la memoria è impressionante osservarla. E già da piccola aveva una curiosità continua, insaziabile».

Che domande le faceva?

«Sul tempo, sull’origine delle parole, sull’universo».

Eppure quando Penelope non era ancora nata le avevano detto che poteva avere una malformazione cerebrale.

«Alla morfologica, incinta di 5 mesi, dissero che non aveva il corpo calloso, dieci giorni dopo che non si vedeva il setto pellucido. Sono morta, ero pronta a abortire. E poi al Gemelli di Roma e al Meyer di Firenze mi tranquillizzarono. Forse quella membrana si era sviluppata in modo diverso, ma sono stata io a collegarlo nella mia testa, come un segno, alla plusdotazione».

Che le ha portato anche una sensibilità spiccata.

«È insieme il dritto e il rovescio della medaglia. Penelope ha un senso della giustizia enorme, ma davanti ai soprusi è senza pelle. I torti le scatenano attacchi di ansia, crisi di pianto. Una volta ho ucciso una formica, non mi ha parlato per due giorni. Al Cairo ha bloccato il pullman del rientro dalle Piramidi finché non abbiamo comprato cento merende per cento bambini che le chiedevano. A scuola giocava sempre con dei coetanei con disabilità, con grande empatia e solidarietà. Ma tornava a casa soffrendo perché magari gli altri non giocavano con loro, perché non li avevano capiti mentre cercavano di esprimersi. È come se a volte sentisse tutto il mondo sulle proprie spalle, la responsabilità di aiutare tutti e il non poterlo fare, perché ha solo 10 anni, le provoca frustrazione e ansia».

E da mamma lei cosa ha fatto?

«Una psicologa delle neurodivergenze mi ha aiutato a spiegarle che deve separare il suo essere amica, compagna, coetanea attenta e solidale con il mestiere che spetta a insegnanti e psicologi. Mi hanno insegnato a placare la sua frustrazione quando non capisce qualcosa di complesso, le radici quadrate ad esempio, e sta male, male fisicamente, è angosciata, urla “devo capirlo!”. Il lavoro è proprio questo: spiegarle che non deve sapere sempre tutto, che nel suo cervello ci sono cento porte, ma non serve aprirle tutte contemporaneamente, non c’è difetto se non ci riesce. A volte mi chiedo se ho sbagliato io».

Perché pensa di aver sbagliato?

«Mi sono separata presto e per necessità l’ho portata con me sul set, nei reparti di neurochirurgia per scrivere il mio libro Awake, e poi alle mostre, a teatro, ai concerti. Ho sempre avuto paura di averla stimolata troppo. La plusdotazione ha origini genetiche e ambientali. Però non posso farmene una colpa. I bimbi sono spugne e, che siano plusdotati o meno, se li educhi all’arte, alla bellezza, all’altruismo, crescono stimolati e solidali. Noi genitori in questo senso siamo un’arma potentissima».

Qualche volta, ha detto, ha pianto.

«Quando racconto di Penelope, alcuni mi dicono “vabbè, ma è un genio, beata te”. E certo: va bene a scuola, è grande, è saggia, è attenta, preziosa, ma ha una grande sofferenza emotiva e da mamma mi dispiace e talvolta mi incrino».

Scherzando lei dice che convive con una quarantenne che non paga l’affitto, intrappolata in un corpo minuscolo.

«Perché fa cose da bambina e cose da adulta. Gioca con le bambole poi si volta all’improvviso e ti chiede “Parliamo di Telemaco?”, “Ti spiego Platone?”, “Studiamo astronomia?”. Passa dall’italiano all’inglese in un secondo come fosse normale. A volte è una coetanea, a volte una figlia che sta seduta dieci minuti a leggere storia e poi si annoia a morte e ha bisogno di uno stimolo nuovo. Deve alzarsi, correre, ballare. All’inizio non capivo, la sgridavo, poi mi hanno spiegato che ne ha bisogno, le arrivano troppe informazioni e deve scaricarle».

La scuola ce la fa a seguire questi bambini?

«In alcuni istituti ci sono percorsi specifici ma in generale la scuola non è pronta. I bambini si stufano, si sentono fuori posto, rischiano seriamente di perdersi. Una neuropsichiatra ha suggerito un percorso alternativo, il maestro di italiano le assegna più libri da leggere, ma c’è un po’ di abbandono. Penelope sarebbe potuta passare in seconda media ma abbiamo deciso di no. Fisicamente ed emotivamente ha 10 anni; a 12 anni le ragazzine hanno il seno, il ciclo, altri interessi. Le avrei fatto saltare la preadolescenza ma voglio che la viva. Cerco di starle dietro io, è bellissimo, stupefacente e faticoso».

Altre mamme le hanno scritto per condividere con lei lo stesso stupore e la stessa fatica.

«Con qualcuna siamo amiche, ci vediamo per un tè, noi chiacchieriamo, i nostri figli si confrontano su Dante, sulla Fisica quantistica e Penelope mi dice: “Con loro mi sento me stessa”. Ma non conosco nessuna struttura per farli stare assieme, per sviluppare conoscenze e relazioni, per valorizzare le loro potenzialità. Le mamme che mi scrivono si sentono sole, io le invito ai nostri tè».

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