Nel carcere maschile di Rebibbia a Roma i detenuti dell’alta sicurezza non possono fare le prove del laboratorio teatrale nel teatro. E gli studenti universitari che assistevano alla preparazione sul palco non possono assistere. Nell’istituto penitenziario Rodolfo Morandi di Saluzzo, in provincia di Cuneo, un laboratorio di lettura avviato da 15 anni, con detenuti e studenti di liceo, è stata cancellato. Poi c’è il caso di Asti, dove è saltato uno spettacolo dietro le sbarre aperto ad alunni e universitari. E così pure a Trento: il teatro entrato in carcere ventuno anni fa può includere solo i detenuti comuni. A Livorno si è fermato il rugby.
Il cavillo burocratico
Il carcere è sempre più ristretto. E le attività educative, culturali, sportive, le cosiddette attività trattamentali (3.231 nel 2024), quelle cioè che servirebbero al reinserimento sociale dei condannati, sempre più ostacolate. È l’effetto collaterale delle circolari del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria che…
Nel carcere maschile di Rebibbia a Roma i detenuti dell’alta sicurezza non possono fare le prove del laboratorio teatrale nel teatro. E gli studenti universitari che assistevano alla preparazione sul palco non possono assistere. Nell’istituto penitenziario Rodolfo Morandi di Saluzzo, in provincia di Cuneo, un laboratorio di lettura avviato da 15 anni, con detenuti e studenti di liceo, è stata cancellato. Poi c’è il caso di Asti, dove è saltato uno spettacolo dietro le sbarre aperto ad alunni e universitari. E così pure a Trento: il teatro entrato in carcere ventuno anni fa può includere solo i detenuti comuni. A Livorno si è fermato il rugby.
Il cavillo burocratico
Il carcere è sempre più ristretto. E le attività educative, culturali, sportive, le cosiddette attività trattamentali (3.231 nel 2024), quelle cioè che servirebbero al reinserimento sociale dei condannati, sempre più ostacolate. È l’effetto collaterale delle circolari del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria che tra aprile e ottobre dello scorso anno hanno centralizzato, spostando tutto a Roma, il rilascio entro 48 ore dei nulla osta per svolgere qualsiasi iniziativa negli istituti in cui siano presenti anche detenuti in reparti di Alta sicurezza o al 41 bis e serrato le maglie del carcere duro.
Quel passaggio burocratico è diventato, denunciano le associazioni che lavorano in cella e i garanti delle persone private della loro libertà a causa dei reati commessi, un collo di bottiglia, un imbuto.
Gli ultimi episodi riguardano Rebibbia e Saluzzo. Non c’è nulla di ufficiale, nessuna lettera nero su bianco ma, racconta Valentina Calderone, garante dei detenuti romani, "ai reclusi nell’Alta sicurezza è preclusa la possibilità di scendere in teatro, possono fare il laboratorio e le prove solo in sezione, dove non ci sono assolutamente spazi adeguati che possano sostituire quella sala”. Eppure con i detenuti dell’Alta sicurezza di Rebibbia e Cesare deve morire, i fratelli Taviani trionfarono a Berlino nel 2012, un Orso d’oro che mancava all’Italia da ventuno anni. Eppure secondo chi si occupa dei laboratori teatrali la recidiva passa dal 65 al 15%.
Qual è la ratio? “Che i detenuti devono stare chiusi, non fare nulla”, ragiona Calderone, provando a interpretare la tendenza di chi governa il sistema delle carceri.
Ma non è tutto: all’Huffington Post Fabio Cavalli, fondatore del Teatro libero di Rebibbia, ha raccontato che “nel carcere romano è attivo da dieci anni un laboratorio teatrale durante il quale gli studenti universitari assistono alle prove in palcoscenico dei detenuti. Per quest’anno, al momento, non è stato autorizzato dal Dipartimento penitenziario”. A Rebibbia come in tutta Italia: ad Asti e a Trento, per esempio, nei mesi scorsi sono arrivate le medesime segnalazioni. Il problema, dice Cavalli, “è che il teatro si fa in due: se non ci sono spettatori, non hanno senso gli attori e non c’è teatro”.
Nella casa di reclusione di Saluzzo, invece, detenuti e studenti del liceo artistico “Soleri-Bertoni” si sarebbero dovuti incontrare alla fine di un laboratorio organizzato da 15 anni, “Adotta uno scrittore”, elencato tra gli appuntamenti del Salone del Libro. E invece il Dap ha ritenuto inopportuno l’ingresso dei ragazzi in carcere. Per la stessa ragione era già saltato lo scambio culturale a Natale tra gli studenti della scuola superiore e i loro colleghi iscritti allo stesso istituto ma ristretti in carcere. “La tendenza è quella di chiudere ogni forma di collaborazione tra detenuti e mondo esterno”, ha spiegato a Vita il garante Paolo Allemano, “è molto penalizzante e frustrante sia per i detenuti che si preparano, fanno un percorso ma poi non hanno modo di restituirlo, sia per gli studenti che partecipano a progetti didattici”.
Decine di segnalazioni
All’elenco delle segnalazioni, arrivate da ottobre in poi, si aggiungono il laboratorio di scrittura “Spes contra spem” dell’associazione Nessuno tocchi Caino che a novembre ne ha denunciato lo stop nel carcere di Parma; il laboratorio di lettura “Fine pena ora” nel carcere di Opera per il quale l’autorizzazione del Dap non è arrivata in tempo per la data fissata; l’incontro del progetto “Kutub Hurra” (libri liberi) delle associazioni “Un ponte per” e “Lina ben Mhen” annullato nella casa circondariale Due Palazzi di Padova; le difficoltà, sempre a Padova, della storica rivista curata dai detenuti “Ristretti orizzonti”, privata della quota di redazione in Alta sicurezza. O il caso della squadra di rugby delle “Pecore nere” di Livorno, iscritta al campionato Old toscano: il pallone ovale all’interno del carcere de Le Sughere può rimbalzare solo nel corso degli allenamenti perché la rappresentativa dei detenuti, che chiaramente non ha mai potuto andare in trasferta, non può giocare nuove partite neanche in casa. Manca l’autorizzazione, perché gli avversari e gli addetti ai lavori (arbitri, accompagnatori) provengono da fuori.
Le lettere dei familiari delle vittime di terrorismo
Nel novembre scorso alcuni familiari delle vittime di terrorismo e criminalità, come Giovanni Bachelet o Fiammetta Borsellino, avevano scritto al ministro della Giustizia Carlo Nordio per esprimere “perplessità e sofferenza personale” davanti “alle norme restrittive volte a irrigidire, limitare e contingentare queste feconde attività di relazione tra detenuti e cittadini”, convinti del “valore sociale, psicologico e morale di questi incontri”; un valore trasformativo, rieducativo, di rottura con il passato criminale e emancipazione.
Ora è la senatrice del Pd Cecilia D’Elia ad aver presentato un’interrogazione al Guardasigilli: “Da diverse settimane – scrive – arrivano segnalazioni da numerosi istituti penitenziari di iniziative culturali cancellate, rinviate o fortemente limitate a causa di nuove procedure autorizzative centralizzate. Limitare o interrompere questi percorsi significa indebolire uno degli strumenti più efficaci per favorire responsabilizzazione, formazione e reinserimento. In un sistema penitenziario già segnato da sovraffollamento e carenza di attività rieducative restringere questi percorsi - conclude la senatrice dem - è un errore grave: il governo deve chiarire e verificare le criticità”.