Famiglia nel bosco, Cantelmi: “Fermiamo tutti lo scontro e puntiamo su Nathan per salvare i bambini”
dal nostro inviato Corrado ZuninoVASTO (Chieti) – Professor Tonino Cantelmi, le 17 pagine di opposizione all'ordinanza di allontanamento di Catherine Birmingham, firmate dagli avvocati della famiglia nel bosco, sono durissime. Contro tutte e tutti: i giudici, l'assistente sociale, la psicologa della casa accoglienza. Sembrano uno sfogo. Tutto questo secondo lei, che affianca la difesa, aiuta il destino dei tre bambini allontanati dai loro genitori dal Tribunale per i minorenni dell’Aquila?
“Il ricorso è un atto volto soprattutto a restituire dignità a Catherine. Il tono attiene al contenzioso in atto e alla necessità di riaffermare verità trascurate dall’ordinanza a cui si riferisce. Credo, però, che tutti dovremmo fare autocritica e restituire dignità a Catherine, ma anche alle istituzioni, agli avvocati e ai professionisti che stanno lavorando al caso”.
VASTO (Chieti) – Professor Tonino Cantelmi, le 17 pagine di opposizione all'ordinanza di allontanamento di Catherine Birmingham, firmate dagli avvocati della famiglia nel bosco, sono durissime. Contro tutte e tutti: i giudici, l'assistente sociale, la psicologa della casa accoglienza. Sembrano uno sfogo. Tutto questo secondo lei, che affianca la difesa, aiuta il destino dei tre bambini allontanati dai loro genitori dal Tribunale per i minorenni dell’Aquila?
“Il ricorso è un atto volto soprattutto a restituire dignità a Catherine. Il tono attiene al contenzioso in atto e alla necessità di riaffermare verità trascurate dall’ordinanza a cui si riferisce. Credo, però, che tutti dovremmo fare autocritica e restituire dignità a Catherine, ma anche alle istituzioni, agli avvocati e ai professionisti che stanno lavorando al caso”.
I legali hanno denunciato l'assistente sociale a due entità professionali, e lei ha replicato con una segnalazione al Tribunale per i minorenni. C’è stato il suo attacco alla psicologa testista. Fino a quando questo caso sarà un feroce scontro istituzionale?
“Lo scontro istituzionale ha raggiunto livelli estremi. Questo caso è molto sfidante. Il dibattito si è dapprima concentrato sullo stile di vita eccentrico di una famiglia che mette in discussione lo stile borghese e le sue ipocrisie. Poi si è spostato sul benessere dei bambini. La domanda si è progressivamente trasformata: le criticità rilevate erano più dannose del prelievo e della eradicazione dei bambini? Questa domanda era lecita, ma la polarizzazione del tema ha generato polemiche vivaci. Infine, il dibattito si è concentrato sulla figura di Catherine Birmingham. A questo punto, il dibattito ha subito un incattivirsi senza limiti. Ora però, la questione reclama una fase nuova, il recupero della dignità di Catherine, ma anche di tutti noi”.
Un altro atteggiamento di questa difesa è il dipingere come inadeguate tutte le figure pubbliche che lavorano sulla vicenda. Ora anche i giudici. È così?
“Questo caso ha messo a dura prova i servizi pubblici. Nella storia della famiglia nel bosco tutto è talmente controverso nell’interpretazione che suscita emozioni contrastanti, valutazioni opposte, sfide. Sicuramente il caso ha evidenziato diversi limiti, anche delle istituzioni. Tutto questo non dovrebbe generare polemiche di appartenenza, ma voglia di migliorare. Sono fermamente convinto che la complessità, e anche la fascinazione di questo caso, abbiano evidenziato limiti in tutti noi. Aldilà delle polemiche, valutare questa situazione mette in gioco competenze forse più significative di quelle che normalmente vengono messe in gioco. E’ da questo che è nata la discussione sulla validità dell’intervento messo in atto, sulla sua completezza e sulla sua opportunità”.
Che cosa vorrebbe dire alla dottoressa D'Angelo?
“Vorrei dirlo a tutti, me compreso. In questo momento il nostro sforzo dovrebbe essere quello di rimettere con chiarezza al centro del nostro agire il fatto che il benessere di questi bambini è legato alla capacità di tutti noi e delle istituzioni di accompagnare la famiglia verso una riunificazione. Dobbiamo mettere da parte, ma tutti lo dobbiamo fare, i nostri pregiudizi accettando il dialogo interdisciplinare”.
Dopo le polemiche sulle videochiamate da vietare, le risulta che si stia costruendo un calendario di visite ai figli per Catherine, visite peraltro mai vietate?
“Dal mio punto di vista non è possibile recidere il legame affettuoso tra la madre e i figli. Qui credo che dovremmo mettere in gioco competenze psicologiche per accompagnare questa famiglia. Forse possiamo ammetterlo, quello che è mancato è un accompagnamento empatico, fondato su competenze psicologiche e professionali, della famiglia. Dopo tutto, oggi appare chiaro che la cosa migliore sia quella di accompagnare questa famiglia, di sostenerla, di avere la pazienza di costruire una relazione di aiuto autentica ed efficace”.
Nathan Trevallion, il padre, ha un nuovo ruolo? Sta mostrando una nuova personalità?
“Nathan è una persona affidabile, che ha un assetto valoriale impressionante e, messo nelle condizioni di interagire in modo accogliente e non giudicante, mostra ampie capacità di adattamento”.
Troverebbe positiva una restituzione della potestà genitoriale solo al padre?
“Sì, se questo è il primo passo per la riunificazione della famiglia”.
Ritiene che, comunque, Catherine potrebbe restare sotto lo stesso tetto? Le relazioni su di lei, fin qui, sono molto negative.
“È importante un approccio diverso, abbiamo capito che Catherine ha bisogno di essere accolta, compresa, sostenuta.E’ una persona che ha bisogno di capire fino in fondo le cose. È una leader. È una persona molto intelligente. Dobbiamo uscir fuori dalla stigmatizzazione di Catherine. Si può ricominciare. I figli hanno bisogno della madre”.
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Si faranno i test psicologici sui tre bambini?
“Questa è una decisione che deve prendere la psicologa nominata dal Tribunale. Il problema è che fare i test a tre bambini che parlano inglese e che hanno una cultura totalmente diversa dalla nostra, necessita di grande esperienza con i minori. Mi spiace sempre doverlo dire, ma credo che per valutare questi tre bambini attraverso dei test sia necessaria una esperienza e delle competenze forse maggiori di quelle previste all’inizio. Comunque, nell’ultima seduta peritale debbo dire che la dottoressa Simona Ceccoli ha mostrato un’ampia disponibilità ad accogliere le nostre valutazioni”.
Crede che il ricongiungimento, almeno parziale, avverrà nel prossimo mese?
“Mi auguro che tutto avvenga il prima possibile, non ritengo che questa situazione sia idonea per i bambini. La casa famiglia fa quello che può, ma se il problema era, per esempio, favorire la socializzazione, dubito che il loro trattenimento in casa famiglia sia efficace. Credo che, però, questo sia chiaro per tutti. Io registro per la prima volta una convergenza verso la costruzione di un progetto complessivo che mette al centro la riunificazione della famiglia”.
Il Tribunale sembra non credere, però, alla sofferenza dei bambini nei termini raccontati dalla madre.
“Davvero non penso che ci sia una persona in Italia che non colga che questi bimbi, che vivevano in un contesto naturale, armonico, affettuoso e ora in una casa famiglia, possano non soffrirne. Sono troppo piccoli per comprendere quello che sta succedendo. La madre ha fornito un’ampia documentazione di questa sofferenza. È possibile che tutto sia amplificato dal fatto che è stata sopraffatta dall’istinto di protezione verso i propri figli. È chiaro che nel racconto della madre c’era la sofferenza dei bambini, ma anche la sofferenza sua. Oggi, però, la domanda è: che risposta diamo a questa sofferenza?”.
Lei ha detto che Catherine è una madre che deve essere accompagnata. In che direzione?
“Credo che se non si sentisse giudicata e attaccata, la sua presunta ostilità si sgonfierebbe. In questo senso deve essere accompagnata, a gestire meglio la rabbia, il dolore e soprattutto ad avere fiduciosa nel fatto che in Italia le istituzioni non sono di per sé avverse. È una famiglia, quella di Catherine, che per adeguarsi alle regole che tutelano i minori, deve imparare a mediare con il proprio assetto valoriale. Nessuno può mettere in discussione i loro valori, che non sono i valori di un camorrista o di un mafioso, ma sicuramente alcune rigidità vanno temperate. Credo che un accompagnamento psicologico rispettoso, compassionevole e non giudicante possa aiutare tanto questa famiglia”.
Incontrate il presidente del Senato Ignazio La Russa aiuta a stemperare i toni?
“Questo dipende solo da come questo incontro viene impostato. Potrebbe essere l’incontro di un’istituzione importante che fa capire a Nathan e Catherine che le istituzioni in Italia non sono di per sé un avversario, e quindi far sentire loro la benevolenza delle istituzioni, oppure può essere strumentalizzato a fini politici. Io spero nella prima soluzione”.