La frase è al centro del volantino comparso nelle ultime ore: «Sono morti combattendo». Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano — i due trovati senza vita dopo il crollo del casolare alla periferia di Roma — sono «compagni fraterni», «rivoluzionari fino all’ultimo istante». E soprattutto: «morti in azione». È da qui che gli investigatori stanno ripartendo. Da questo testo che non è solo una rivendicazione politica. Ma è anche un tassello che si incastra dentro una sequenza molto più ampia, che negli ultimi mesi ha attraversato più Paesi e che ha avuto nell’Italia uno dei suoi punti di riferimento. Il nome che ritorna, nei comunicati e nelle sigle, è sempre lo stesso: Alfredo Cospito. Il detenuto al 41 bis è diventato un simbolo, un catalizzatore. Attorno alla sua figura si è costruita una campagna internazionale che, secondo chi indaga, ha progressivamente alzato il livello delle azioni. Non una strategia stragista. Ma una escalation costante, fatta di sabotaggi, incendi, piccoli ordi…
La frase è al centro del volantino comparso nelle ultime ore: «Sono morti combattendo». Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano — i due trovati senza vita dopo il crollo del casolare alla periferia di Roma — sono «compagni fraterni», «rivoluzionari fino all’ultimo istante». E soprattutto: «morti in azione». È da qui che gli investigatori stanno ripartendo. Da questo testo che non è solo una rivendicazione politica. Ma è anche un tassello che si incastra dentro una sequenza molto più ampia, che negli ultimi mesi ha attraversato più Paesi e che ha avuto nell’Italia uno dei suoi punti di riferimento. Il nome che ritorna, nei comunicati e nelle sigle, è sempre lo stesso: Alfredo Cospito. Il detenuto al 41 bis è diventato un simbolo, un catalizzatore. Attorno alla sua figura si è costruita una campagna internazionale che, secondo chi indaga, ha progressivamente alzato il livello delle azioni. Non una strategia stragista. Ma una escalation costante, fatta di sabotaggi, incendi, piccoli ordigni, attacchi mirati. Azioni che non cercano vittime, ma visibilità.
La ricostruzione degli investigatori parte dalla primavera del 2025. In Svizzera, a Basilea, viene sabotata la rete ferroviaria. Pochi giorni dopo in Grecia vengono colpiti sportelli bancari e sedi legate a gruppi industriali. In Germania piccoli ordigni danneggiano infrastrutture energetiche. In Cile e negli Stati Uniti compaiono incendi contro aziende tecnologiche e obiettivi legati all’industria militare. Le rivendicazioni arrivano quasi sempre con la stessa grammatica. Sigle diverse, ma riconducibili alla galassia della Federazione anarchica informale, la Fai-Fri. A volte accompagnate da nomi di cellule: «Nucleo Alfredo Cospito», «Cellula per la vendetta anarchica», «Gruppo di affinità rivoluzionaria». Un lessico comune, riferimenti incrociati, la stessa idea di fondo: colpire senza mediazioni. Durante l’estate la sequenza accelera. In Francia vengono presi di mira istituti penitenziari e abitazioni di agenti. In Italia compaiono incendi di veicoli aziendali, attacchi a ripetitori, danneggiamenti a sedi istituzionali. Precedenti che si inseriscono in una traiettoria già nota: dagli ordigni contro la scuola di polizia di Brescia al tribunale di Pisa, fino alle campagne più strutturate degli anni passati. L’autunno segna un passaggio ulteriore. A Roma vengono incendiate auto della Guardia di finanza.
Morte anarchici, dentro il casolare del parco degli Acquedotti a Roma
In Grecia vengono colpite abitazioni di poliziotti. In Germania ancora attacchi a infrastrutture industriali. Ogni azione è accompagnata da un messaggio che richiama la «guerra sociale», la necessità di «passare all’attacco». Poi l’inverno. I sabotaggi ferroviari legati alle Olimpiadi Milano-Cortina: prima nelle Marche, poi nella capitale. Azioni tecniche, mirate a bloccare la circolazione, a creare disagi. Anche in questo caso le rivendicazioni parlano di «attacco allo spettacolo olimpico» e al sistema economico che lo sostiene. Nel 2026 il ritmo non si ferma. Incendi contro mezzi militari in Germania, sabotaggi a impianti energetici, danneggiamenti a infrastrutture logistiche, nuove azioni in Grecia e Francia contro obiettivi legati alle forze dell’ordine.
Per chi indaga il punto è proprio questo: la continuità. Non episodi isolati, ma una sequenza. Senza una regia centrale riconoscibile, ma con una capacità di rilancio reciproco che attraversa Paesi e gruppi. È dentro questo quadro che si colloca anche quello che stavano facendo Ardizzone e Mercogliano. L’ipotesi è che stessero lavorando alla preparazione di un ordigno artigianale da usare nelle ore immediatamente successive: caserme, carceri gli obiettivi più probabili.
Non un’azione improvvisata, ma un passaggio dentro quella stessa escalation. Il documento circolato nelle ultime ore — che arriva mentre sui muri di Roma e di altre città italiane spuntano scritte in cui si parla di “vendetta” — è sottoscritto da diverse sigle anarchiche e chiuso anche dai nomi di Natascia Savio e Luigi di Faenza, che gli investigatori ritengono riconducibile a Luigi Palli, due anarchici coinvolti in praticamente tutte le inchieste sulle azioni anarchiche. E si muove esattamente su questo piano. Rifiuta «le prese di distanza», attacca «la macchina della propaganda», insiste sul fatto che il rischio è parte della scelta. «La libertà — scrivono — si sperimenta mettendosi a rischio». E ancora: «la guerra sociale non è una recita». È qui che si misura il punto più delicato. Perché fino ad oggi la linea, pur dentro una violenza diffusa, era rimasta entro un perimetro preciso: colpire cose, non persone. «Sara e Sandro sono un esempio luminoso», scrivono. «La loro passione per la vita sarà più forte della morte». Non un epilogo. Ma un rilancio.