C’è sentore di riscossa nell’aria di questa primavera. La vittoria del fronte del no potrebbe segnare davvero l’inizio della riconquista di posizioni perdute negli ultimi anni da parte delle forze democratiche.
Si perché, se tutti i partiti, leader e movimenti politici italiani dell’arco costituzionale si muovono formalmente all’interno delle regole della democrazia elettorale, salvo poi minarne quotidianamente le fondamenta una volta conquistato il potere, il vasto schieramento, eterogeneo e apartitico, che ha nettamente prevalso nel referendum del 22 e 23 marzo 2026 è composto da tutti coloro che difendono e sostengono la democrazia liberale. Mai come in questo momento storico diviene, infatti, necessario distinguere tra sabotatori infiltrati della democrazia e suoi autentici sostenitori.
C’è sentore di riscossa nell’aria di questa primavera. La vittoria del fronte del no potrebbe segnare davvero l’inizio della riconquista di posizioni perdute negli ultimi anni da parte delle forze democratiche.
Si perché, se tutti i partiti, leader e movimenti politici italiani dell’arco costituzionale si muovono formalmente all’interno delle regole della democrazia elettorale, salvo poi minarne quotidianamente le fondamenta una volta conquistato il potere, il vasto schieramento, eterogeneo e apartitico, che ha nettamente prevalso nel referendum del 22 e 23 marzo 2026 è composto da tutti coloro che difendono e sostengono la democrazia liberale. Mai come in questo momento storico diviene, infatti, necessario distinguere tra sabotatori infiltrati della democrazia e suoi autentici sostenitori.
L’onda di militanza democratica ha spazzato via due inveterati luoghi comuni del cinismo ideologico contemporaneo. Stando al primo, soltanto una bassa affluenza elettorale consentirebbe la vittoria dei progressisti perché — questo il ragionamento vizioso — essendo l’Italia un paese di destra, se la gente va a votare, vincono i reazionari. Secondo l’altro luogo comune, collegato al primo e più ampio di esso, alla maggioranza degli italiani non starebbe più a cuore la difesa della democrazia liberale. Il risultato del voto li smentisce entrambi. Categoricamente. La gente è stufa, la gente vuole l’uomo forte, la gente se ne frega della democrazia. Questo il miserabile ritornello di chi ostenta disprezzo per ogni legge morale, per ogni nobile ideale. Ma, per fortuna, il cinisimo ha torto. Il cinismo ha sempre torto. Soprattutto quando ha ragione.
Nei giorni scorsi, accingendomi a rivolgere un appello alla mobilitazione all’area dell’astensionismo, anche a me, come a tanti altri, è capitato di essere messo in guardia: fai attenzione perché i sondaggisti sostengono che, se la gente va a votare, vota a destra. Io credevo, e credo, al contrario, che la difesa della democrazia popolare dipenderà nei prossimi anni proprio dalla capacità di riportare al voto i delusi, gli sfiduciati, i nauseati. Delusi sfiduciati, nauseati dalla politica. Tutti coloro i quali, proprio perché hanno creduto, o sperato, nella democrazia radicale, nella democrazia popolare, sentendosi traditi dalla politica, hanno smesso di andare a votare o non ci sono mai andati. L’autocrazia può fare a meno della partecipazione. Anzi, l’autocrazia sorge soltanto quando la partecipazione cessa. La democrazia, al contrario, vive e prospera soltanto grazie alla partecipazione di tutti.
A questo proposito, diventa decisiva la riflessione sui giovani. Pare, non a caso, che la mobilitazione degli under 35, non intercettati dai partiti, abbia dato un contributo decisivo al successo del fronte democratico. Ma come? Non si era detto che i giovani, in Italia e in Europa, sono facili prede delle ideologie reazionari della nuova, estrema destra? Sì, molti giovani lo sono. Ma tutti gli altri no. Tutti gli altri stanno da tutt’altra parte.
Non diversamente dal resto della società, anche la popolazione giovanile è, oggi, fortemente polarizzata. Da una parte ci sono tanti, troppi ragazzi divorati dalla irrealtà quotidiana dei social media che li sprofondano in abissi di ignoranza. Quando un capo di governo, alla vigilia delle elezioni, sceglie di farsi intervistare in ginocchio da un rapper-influencer-podcaster, incarnazione del peggio del paese (anche sul piano musicale), mira evidentemente a carpire il voto di questa gioventù. Nel farlo, dimostra un totale disprezzo dei giovani, concepiti evidentemente come un gregge belante da preservare nel suo stato di minorità. Il calcolo, però, in questo caso è sbagliato perché i follower del nulla tatuato e griffato non vanno a votare. Dall’altra parte, però, ci sono altrettanti ragazzi che studiano, s’informano, si appassionano, pensano. E questi sono andati a votare. E hanno detto no.
Riguardo a ciò non è, però, ammissibile alcuna confusione. I giovani e i meno giovani che si sono mobilitati per il referendum decretando la vittoria del no, non lo hanno fatto perché interpellati dal ceto politico. La vittoria non è stata vittoria di questo o di quel partito politico, di questo o di quel leader politico. Al contrario, l’area dell’astensione si è parzialmente mobilitata proprio perché non si votava per un partito o per un leader politico ma contro le ingerenze della politica nella giustizia. La maggioranza degli italiani ha dimostrato di fidarsi più dei magistrati — sostenuti da una vasta compagine che andava dal Capo dello Stato al capo dei vescovi, dagli intellettuali ai cantanti, dagli attori di cinema ai professori di scuola — che non dei politici professionali.
La vittoria è stata vittoria della società civile, mobilitata per il tramite della società civile. In questo modo soltanto vincono le forze democratiche. E soltanto in questo modo vinceranno in futuro. Se questa primavera manterrà la sua promessa.