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Io, cittadina italiana nata in Romania, vi spiego perché ho votato No al referendum

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Daniela Ionita, 27 anni: “I miei genitori hanno vissuto la rivoluzione. So cosa significa poter contare su una giustizia indipendente”
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«Sono nata in Romania, i miei genitori hanno vissuto la rivoluzione. Conosco l’importanza della giustizia nei processi di democratizzazione e il valore della sua indipendenza». Daniela Ionita, 27 anni, bresciana d’adozione, è una delle centinaia di migliaia di giovani che lo scorso weekend hanno votato No al referendum giustizia.

Ex studentessa di scienze politiche, impegnata in attività di advocacy, l’anno scorso è stata anche coordinatrice della campagna referendaria su lavoro e cittadinanza. «Quello sulla giustizia è stato un referendum molto tecnico, eppure l’adesione e l’interesse delle giovani generazioni sono state sorprendenti. Penso sia stata una grande reazione politica contraria all’operato dell’intero governo».

Perché ha votato No?

«Era chiaro lo sforzo di alcune aree politiche per attaccare il ruolo della giustizia e la modalità con cui è stata pensata: leggi scritte dai nostri padri e madri costituenti. Credo che il referendum non debba mai essere un gioco partitico ma d…

«Sono nata in Romania, i miei genitori hanno vissuto la rivoluzione. Conosco l’importanza della giustizia nei processi di democratizzazione e il valore della sua indipendenza». Daniela Ionita, 27 anni, bresciana d’adozione, è una delle centinaia di migliaia di giovani che lo scorso weekend hanno votato No al referendum giustizia.

Ex studentessa di scienze politiche, impegnata in attività di advocacy, l’anno scorso è stata anche coordinatrice della campagna referendaria su lavoro e cittadinanza. «Quello sulla giustizia è stato un referendum molto tecnico, eppure l’adesione e l’interesse delle giovani generazioni sono state sorprendenti. Penso sia stata una grande reazione politica contraria all’operato dell’intero governo».

Perché ha votato No?

«Era chiaro lo sforzo di alcune aree politiche per attaccare il ruolo della giustizia e la modalità con cui è stata pensata: leggi scritte dai nostri padri e madri costituenti. Credo che il referendum non debba mai essere un gioco partitico ma debba integrare nello stesso gruppo anche visioni differenti. È questo a renderlo uno strumento del popolo».

Quali canali di informazione ha utilizzato?

«Approfondimenti, podcast, confronti televisivi diretti. Ma sono i social ad aver giocato per molti un ruolo fondamentale, soprattutto nel fattore semplificazione. Hanno aiutato tante persone a comprendere i tecnicismi e capire le motivazioni dell’una e dell’altra parte».

Cosa ha spinto secondo lei molte persone delle nuove generazioni a votare a favore del No?

«Le comunità con background migratorio vivono un’oppressione politica, civile e sociale sempre più dura. Nei decreti sicurezza, per esempio, c’è sempre la volontà di reprimere gli spazi di libertà. Senza parlare delle leggi “anti-maranza”, o degli attacchi diretti alle comunità razzializzate. Per le nuove generazioni che potevano votare, è diventata l’occasione di prendere anche posizione contro il governo».

Ha citato la Rivoluzione rumena del 1989 che portò alla caduta del regime guidato da Ceaușescu.

«I nostri genitori hanno spesso scelto l’Italia come luogo di supporto, rifugio e nuova vita dopo aver sperimentato oppressioni e corruzione da parte del sistema giudiziario del proprio Paese d’origine. Quelle storie permettono di comprendere l’importanza di una giustizia indipendente».

É membro dell’associazione Italiani senza cittadinanza. Ha percepito differenze tra le due campagne referendarie?

«Indubbiamente. L’investimento politico ed economico tra le due è imparagonabile. Questo dimostra che non è una questione di tempo, come l’hanno scorso abbiamo sentito, ma di volontà nello spiegare concetti tecnici molto complessi anche a persone apparentemente lontane».

Cosa è mancato nel caso del referendum sulla cittadinanza?

«Il coraggio di accogliere le richieste che hanno avanzato le persone con background migratorio. Non era una questione partitica, ma un discorso di giustizia sociale».

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