Bergamo, Ammaniti: “Sono ragazzi, inutile trattarli da criminali. Impariamo ad ascoltarli”
di Maria Novella De LucaLa scuola media dell'Istituto Leonardo Da Vinci di Trescore Balneario
(lapresse)Curarli. Prima che accada. Prima che sia troppo tardi. «Sono adolescenti, non criminali. Anche se compiono un gesto criminale. Invocare repressione e ancora repressione contro un tredicenne non serve a nulla, lo dimostra il decreto Caivano. O ci rendiamo conto che abbiamo di fronte degli adolescenti diversi, cambiati, ormai incapaci di gestire le proprie pulsioni violente, oppure sarà sempre peggio».
Usa parole gravi il professor Massimo Ammaniti, psichiatra, psicoanalista, da tutta la vita in ascolto dei bambini e dei ragazzi più fragili. Parole che suonano controcorrente, però, di fronte all’efferatezza di un tredicenne che fabbrica esplosivi e accoltella - quasi a morte - la sua professoressa. Con una scacciacani in tasca. Tra le quiete villette bergamasche di Trescore Balneario, nel corridoio della scuola, davanti alla sua classe.
Ammaniti, definire questo tredicenne un criminale viene però spontaneo. La professoressa è stata salvata in extremis.
«E cosa risolviamo trattando un a…
Curarli. Prima che accada. Prima che sia troppo tardi. «Sono adolescenti, non criminali. Anche se compiono un gesto criminale. Invocare repressione e ancora repressione contro un tredicenne non serve a nulla, lo dimostra il decreto Caivano. O ci rendiamo conto che abbiamo di fronte degli adolescenti diversi, cambiati, ormai incapaci di gestire le proprie pulsioni violente, oppure sarà sempre peggio».
Usa parole gravi il professor Massimo Ammaniti, psichiatra, psicoanalista, da tutta la vita in ascolto dei bambini e dei ragazzi più fragili. Parole che suonano controcorrente, però, di fronte all’efferatezza di un tredicenne che fabbrica esplosivi e accoltella - quasi a morte - la sua professoressa. Con una scacciacani in tasca. Tra le quiete villette bergamasche di Trescore Balneario, nel corridoio della scuola, davanti alla sua classe.
Ammaniti, definire questo tredicenne un criminale viene però spontaneo. La professoressa è stata salvata in extremis.
«E cosa risolviamo trattando un adolescente da criminale, abbassando la soglia della punibilità, o riempiendo le scuole di metal detector? Domani un altro ragazzino potrebbe colpire altrove, in altro modo, con maggiore ferocia».
In che senso? Siamo di fronte a una specie di epidemia di violenza?
«Provo a spiegare. A tredici anni, in quella fase dell’adolescenza che oggi arriva sempre più precocemente, gli ormoni producono una sregolazione emotiva nella quale la violenza non è mentalizzata. È aggressività pura e semplice che non tiene affatto conto delle conseguenze di ciò che produce. Il ragazzino che ha aggredito la prof e addirittura filmato il suo gesto, pensate si preoccupasse del dopo, di finire eventualmente in carcere minorile se le leggi cambiassero? Assolutamente no».
Però non possiamo giustificare la violenza attribuendola all’adolescenza.
«Non si tratta di giustificare, ma di capire che cosa accade nel cervello di chi compie un gesto del genere. Che non ha paura alcuna di ciò che accadrà. Cosa può temere un giovane che mentre accoltella una donna fa un video su Tik Tok? Cosa accade nella sua testa? Per questo puntare soltanto sulla repressione è inutile. Soprattutto con questi adolescenti».
Ecco ci spieghi. I teenager di oggi sarebbero meno corazzati davanti agli scossoni emotivi dell’adolescenza? Dunque potenzialmente più a rischio di commettere atti violenti?
«Gli elementi sono molteplici. Lo spartiacque si chiama smartphone. Lì dentro c’è la vera vita - segreta e magari deviante - dei ragazzi. La precocità con la quale gli smartphone sono entrati nell’esistenza di questa generazione, ormai gli studi internazionali concordano, hanno cambiato per sempre le loro menti. Sono l’oggetto che si frappone a tutto: alla scuola, alla famiglia, alla società. Un tempo c’era concordanza tra questi tre “corpi” adulti che facevano da barriera alla sregolazione emotiva dell’adolescenza. Oggi invece le famiglie sono sole e smarrite, la scuola sopraffatta e troppo vecchia, la società sempre più complessa. Della testa degli adolescenti, di fatto, non si occupa nessuno».
Per questo con altri due psichiatri, Vittorio Lingiardi e Stefano Vicari, avete scritto un Manifesto nel quale chiedete, a chiare lettere, di non lasciare sole la scuola e la famiglia di fronte alla violenza dei ragazzi.
«Da esperti del disagio giovanile ci rendiamo conto della gravità di quello che sta accadendo, le aggressioni, i coltelli, le armi, la rabbia. Però lo abbiamo scritto anche per dimostrare quanto inasprire le pene sia inutile se non dannoso».
Ma allora da dove si può cominciare, professor Ammaniti?
«Dalla scuola. I professori oggi devono essere formati in un altro modo per affrontare questi nuovi adolescenti. Ne devono comprendere il disagio: se il bullismo tra pari è una piaga diffusa, la scuola non può reagire soltanto con il cinque in condotta o le sospensioni. Insegnare non basta più, le classi devono essere un presidio sociale. Ci vuole il tempo pieno, lo sport, gli psicologi a disposizione».
Lei sa bene però che i professori sono oberati, guadagnano poco, vengono attaccati dalle famiglie stesse.
«È vero, infatti bisogna adeguare gli stipendi, restituire centralità alla scuola. Ma ci deve essere una formazione diversa e il corpo insegnante deve capire che il proprio ruolo è cambiato. Aggiungo: bisogna puntare sull’educazione alle emozioni».
E le famiglie? L’educazione comincia tra le mura di casa.
«Hanno bisogno di supporto. Di sostegno psicologico. Di servizi territoriali dove chiedere aiuto».
Però così si deresponsabilizza il mondo adulto. È possibile che un genitore non si accorga se il figlio nasconde un coltello da Rambo e dell’esplosivo nella sua stanza?
«Sì, è possibile, ce lo insegnano purtroppo molte di queste storie. La soluzione non è certo multare i genitori. L’unica strada è trovare un’alleanza tra adulti e intervenire prima che la violenza si strutturi nella testa degli adolescenti».
Adesso il tredicenne andrà in comunità.
«Com’è giusto che sia, anche se c’è chi invoca il carcere sotto i 14 anni. I neurobiologi americani discussero a lungo dopo la strage di Colombine del 1999, se abbassare la punibilità addirittura a 12 anni. Concordarono che fosse inutile».
Perché?
«Perché come dicevamo se un adolescente decide di aggredire, o peggio di uccidere, vuol dire che è così preso dalla propria rabbia da non aver alcuna paura delle conseguenze».
Ammaniti, ci vorrebbe un po’ di speranza.
«Bisogna credere, sempre, nella capacità di cambiamento dei ragazzi, senza sottovalutare però la loro nuova fragilità che può trasformarsi in violenza».