Professor Giuseppe Lavenia, secondo lei perché il tredicenne che ha accoltellato la sua prof di francese a Trescore Balneario ha scritto una lettera-manifesto? Che significato ha spiegare e diffondere le proprie intenzioni?
«Quando un ragazzo sente di non essere visto nella vita reale, prova a costruirsi uno spazio dove essere finalmente riconosciuto. Il manifesto serve esattamente a questo: non è solo una spiegazione, è una messa in scena identitaria. Scrivere, argomentare, pubblicare su una piattaforma come Telegram significa dire: “guardatemi, ascoltatemi, prendete sul serio quello che provo”. Non è solo comunicazione, è un tentativo di esistere. Il problema è che quell’esistenza passa attraverso un progetto distruttivo».
Di quel manifesto colpisce in qualche modo la lucidità, la forma in cui è scritto. Il suo agguato non è dunque un accesso d’ira ma un’azione programmata.
«È proprio questo l’aspetto più delicato. Non siamo davanti a un’esplosione improvvisa, ma a un pensiero che s…
Professor Giuseppe Lavenia, secondo lei perché il tredicenne che ha accoltellato la sua prof di francese a Trescore Balneario ha scritto una lettera-manifesto? Che significato ha spiegare e diffondere le proprie intenzioni?
«Quando un ragazzo sente di non essere visto nella vita reale, prova a costruirsi uno spazio dove essere finalmente riconosciuto. Il manifesto serve esattamente a questo: non è solo una spiegazione, è una messa in scena identitaria. Scrivere, argomentare, pubblicare su una piattaforma come Telegram significa dire: “guardatemi, ascoltatemi, prendete sul serio quello che provo”. Non è solo comunicazione, è un tentativo di esistere. Il problema è che quell’esistenza passa attraverso un progetto distruttivo».
Di quel manifesto colpisce in qualche modo la lucidità, la forma in cui è scritto. Il suo agguato non è dunque un accesso d’ira ma un’azione programmata.
«È proprio questo l’aspetto più delicato. Non siamo davanti a un’esplosione improvvisa, ma a un pensiero che si è sedimentato nel tempo. La lucidità, però, non va confusa con l’equilibrio. Un ragazzo può essere lucido nel costruire una narrazione, ma profondamente distorto nel modo in cui interpreta la realtà. Qui vediamo una mente che ha trovato coerenza interna, ma su basi sbagliate: ha dato un senso alla propria rabbia trasformandola in missione».
Da psicoterapeuta quale passaggio l’ha colpita di più?
«Quando scrive che nessuna vita conta oltre alla sua. Lì non c’è più solo rabbia. C’è la perdita dell’altro, una rottura del legame umano. E quando salta questo passaggio, la violenza diventa possibile, perché l’altro non è più percepito come persona ma come ostacolo».
Il ragazzino scrive: “Non è solo vendetta, è rompere una routine noiosa”. Cosa significa?
«Significa che il problema non è solo la rabbia, ma il vuoto. Quel passaggio racconta una cosa molto attuale: molti ragazzi non tollerano più la normalità, la fatica, la ripetizione. Cercano qualcosa che li faccia sentire vivi. In questo caso, la violenza diventa un modo estremo per uscire da una sensazione di banalità e invisibilità».
Ancora: “Odio uscire, gli altri mi sembrano sono tutti uguali”. È un caso di isolamento?
«Sì, e non è rara questa solitudine profonda. Il punto non è solo stare da soli, ma sentirsi fuori posto nel mondo. Quando un ragazzo guarda gli altri e li percepisce tutti uguali, spesso sta dicendo: “non riesco a stare con loro”. E quella distanza, se non viene intercettata, può trasformarsi in disprezzo».
Il disagio adolescenziale però non giustifica la violenza, il progetto omicida.
«Assolutamente. Va detto con chiarezza: il dolore spiega, ma non giustifica. Il rischio oggi è oscillare tra due estremi: o minimizzare il disagio o giustificare tutto in nome del disagio. Entrambe le posizioni sono sbagliate. Qui serve una posizione adulta: comprendere fino in fondo, ma fermare senza esitazioni».
La reazione d’istinto di molti è definire un tredicenne un criminale e trattarlo come tale.
«Non ha senso fermarsi lì. A 13 anni siamo davanti a una persona in formazione. Etichettarlo come “criminale” rischia di chiudere ogni possibilità di intervento. Questo non significa deresponsabilizzare, ma comprendere che siamo ancora in una fase in cui è possibile lavorare, intervenire, modificare traiettorie».
Cosa sta succedendo ai ragazzi? È un bias o c’è davvero più violenza che arriva a far scrivere “ucciderò la mia prof”, “vendicherò i torti subiti”?
«La violenza c’è sempre stata, ma oggi ha caratteristiche diverse. È più visibile, più esposta, più raccontata. E soprattutto è più spesso accompagnata da una fragilità emotiva profonda. Non abbiamo solo ragazzi aggressivi, abbiamo ragazzi che faticano a gestire frustrazione, limite, attesa. E quando queste capacità mancano, la reazione può diventare estrema».
Da un lato si parla di misure punitive, dall’altro di educazione. Cosa fare?
«Non è una scelta tra le due. Serve contenimento e serve educazione. Senza limite non c’è sicurezza, senza relazione non c’è crescita. Pensare che basti punire è ingenuo, pensare che basti comprendere è pericoloso. Serve una presenza adulta che sia insieme ferma e capace di ascolto».
E le famiglie? Non ci si accorge di cosa accade nelle camere dei ragazzi?
«Questa è una domanda difficile, ma necessaria. Non sempre i segnali sono evidenti, ma spesso ci sono. Il problema è che oggi le famiglie sono stanche, distratte, a volte spaventate dal conflitto. E così alcune cose passano sotto traccia. Non si tratta di colpevolizzare, ma di recuperare uno sguardo più attento, più presente».
Oltre alla lettera postata su Telegram, ha filmato il suo arrivo a scuola, l’aggressione in mimetica, la fuga. È come se si sentisse in un videogioco?
«Più che un videogioco, direi una realtà mediata. Quando si cresce dentro immagini, video, narrazioni continue, il rischio è che l’esperienza venga vissuta come qualcosa da rappresentare, non solo da vivere. Filmare significa anche prendere distanza, trasformare l’azione in contenuto. Il problema è che la realtà, a differenza di uno schermo, presenta sempre il conto».
Smartphone e social in questo che ruolo giocano? Sono la causa della violenza o un amplificatore?
«Non sono la causa unica, ma sono un potente amplificatore. Strumenti come TikTok o Instagram non creano il disagio, ma lo rendono visibile, condivisibile, a volte persino “spettacolare”. Abbassano la distanza tra pensiero e azione, tra emozione e esposizione pubblica. E soprattutto offrono un pubblico immediato, che per un ragazzo che si sente invisibile può diventare irresistibile. Questa storia parla di una generazione che fatica a reggere la frustrazione e di un mondo adulto che, a volte, fatica a contenerla. E quando il dolore non trova parole,può cercare spazio nei gesti peggiori».