Scrivere sul proprio stato Whatsapp frasi minacciose e offensive rivolte alla ex è stalking. È quanto stabilisce la Cassazione rigettando il ricorso di un uomo campano condannato per atti persecutori nei confronti della ex compagna. “Munnez” (immondizia) è una delle offese che campeggiavano sull’aggiornamento dello stato di Whatsapp dell’uomo che era stato già processato e condannato ma ha continuato a scrivere messaggi rivolti alla ex.
Frasi che fanno parte di un lungo elenco che il pubblico ministero ha raccolto e presentato al tribunale del Riesame di Salerno contro la misura, troppo lieve, della presentazione alla polizia giudiziaria decisa dal tribunale al posto del divieto di avvicinamento alla donna. Lo stalker aveva proposto ricorso in Cassazione dando come motivazione che quei messaggi non erano stati inviati direttamente alla ex convivente. Ma la Suprema corte ha rigettato il ricorso spiegando che scrivere messaggi che possono essere letti da chiunque “nella piena consapevolezza che la stessa visionerà quel profilo o quello stato aperti, è del tutto equivalente ad un invio dei messaggi in modo diretto”.
Di fatto, cambia semplicemente “il mezzo attraverso cui un'informazione viene portata a conoscenza del suo destinatario”. La donna nei messaggi veniva indicata col suo nome e l’uomo la insultava, le chiedeva notizie della figlia, poi la metteva in guardia dai suoi genitori che venivano denigrati, infine commentava le decisioni del tribunale.
Per la Cassazione quei messaggi avevano “una capacità di diffusione notevole per la diffusione dello strumento utilizzato”. Quei messaggi hanno “turbato l’equilibrio emotivo e psicologico” della donna. Per lo stalker resta la misura decisa da tribunale del Riesame di Salerno, quella del divieto di avvicinamento alla ex, e adesso dovrà anche pagare le spese processuali.