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Lasciate il regno dell’ansia:il viaggio a piedi vi cambierà

Enrico Brizzi, scrittore. Ha compiuto le tre peregrinationes maiores a Roma, Santiago e Gerusalemme 

 

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Cosa ha determinato lo spalancarsi della platea dei cammini? Brizzi: “Per me la ricerca di esperienze autentiche e un bisogno profondo di umanità”
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L’antica pratica del cammino, a lungo confinata nel nostro Paese entro circoli ristretti di appassionati, esce in trionfo dalla sua nicchia per vivere la stagione del boom. L’impressione di incrociare lungo i sentieri sempre più neofiti, zaini da esposizione e calzature nuove di zecca, alligna da diverse stagioni fra i veterani, e la tendenza viene puntualmente confermata dall’annuale dossier di Terre di mezzo: che nel 2025 fa registrare un impressionante +56% e ci restituisce l’immagine di una pacifica repubblica nomade composta da oltre trecentomila uomini e donne, in sostanziale parità numerica fra loro, in marcia lungo lo Stivale e per le isole. I viandanti dalle tempie ormai grigie come le mie ricordano bene il mondo prima della rivoluzione, quando potevi spendere ottanta giorni a forza di gambe lungo la Via Francigena senza incontrare nessun altro diretto a Roma; sono trascorsi giusto vent’anni, non duecento, ma la Via degli Dei fra Bologna e Firenze o il Sentiero del Viandante …

L’antica pratica del cammino, a lungo confinata nel nostro Paese entro circoli ristretti di appassionati, esce in trionfo dalla sua nicchia per vivere la stagione del boom. L’impressione di incrociare lungo i sentieri sempre più neofiti, zaini da esposizione e calzature nuove di zecca, alligna da diverse stagioni fra i veterani, e la tendenza viene puntualmente confermata dall’annuale dossier di Terre di mezzo: che nel 2025 fa registrare un impressionante +56% e ci restituisce l’immagine di una pacifica repubblica nomade composta da oltre trecentomila uomini e donne, in sostanziale parità numerica fra loro, in marcia lungo lo Stivale e per le isole. I viandanti dalle tempie ormai grigie come le mie ricordano bene il mondo prima della rivoluzione, quando potevi spendere ottanta giorni a forza di gambe lungo la Via Francigena senza incontrare nessun altro diretto a Roma; sono trascorsi giusto vent’anni, non duecento, ma la Via degli Dei fra Bologna e Firenze o il Sentiero del Viandante lungo la riva orientale del Lario, oggi battutissimi, erano ancora itinerari da pionieri disposti a dormire in tenda e orientarsi con carte e bussola. Figurarsi chi avrebbe immaginato, all’epoca, che un film come Buen camino avrebbe fatto staccare qualcosa come dieci milioni di biglietti.

La memoria è decisiva a costruire racconti personali e mitologie collettive, ma guai a chi dice che si stava meglio quando si stava peggio. Si sta molto meglio adesso, altroché, col GPS sempre attivo, le calzature impermeabili, le magliette ad asciugatura rapida e una relativa facilità nell’incontrare compagni di strada.

La questione, semmai, è cosa ha determinato lo spalancarsi della platea dei cammini; la mia idea è che questo mutamento risponda a una ricerca di esperienze autentiche, a un bisogno profondo di umanità in un’epoca in cui ci ritroviamo circondati da un esoscheletro virtuale innervato di notifiche ed urgenze.

Mettersi in cammino significa da sempre aprire una parentesi esistenziale, lasciare vacante il proprio posto nel mondo per guardarlo con occhi nuovi, consegnarsi a una metamorfosi. Oggi significa scivolare dal regno dell’ansia a quello della quiete, dalla grammatica isterica dello scrolling e dei meme virali a quella degli antichi adagi scolpiti nella pietra: “L’uomo che arriva alla fine del viaggio non è mai lo stesso che era partito”, si ripete fin dal Medio Evo. Davvero “partire è un po’ morire”, e come sempre “il passo più difficile da fare è quello che conduce fuori di casa”. Fatica e meraviglia sono compagne inseparabili, e al ritmo antico di cinque chilometri all’ora il tempo si deforma, dilata, assume un nuovo significato. Quando l’unico compito pratico che hai in una giornata è raggiungere il posto-tappa successivo prima che il sole tramonti, realizzi quanto è lunga davvero una giornata; a quel punto sale l’amarezza per tutte le ore preziose che butti via nella tua vita ordinaria, e germina il desiderio di un cambiamento profondo. Mentre avanzi nel vento in mezzo a un drappello di compagni, i social network e la messaggistica perdono senso, impallidiscono nell’assurdo di fronte ai racconti dal vivo e alle domande millenarie che gli stanziali vi rivolgono sulle piazze dei paesi: «Dove andate?», «da dove siete partiti?», e la più difficile di tutte, «perché lo fate?».

Libertà vo cercando resta sempre una buona risposta, ma la verità è che nel XXI secolo portare a spasso lo zaino è l’unico modo a disposizione per riprenderci il nostro tempo, spegnere il rumore di fondo, riflettere in solitudine e confrontarci con i nostri pari, prendersi la responsabilità di decidere ai bivi e arrivare a separare l’essenziale dal superfluo. C’è di più. Chi si mette in cammino accetta di farsi forestiero ovunque, vive sulla propria pelle una condizione liminale, a un tempo scomoda e istruttiva. Alcuni sospetteranno di te, si rifiuteranno persino di riempirti la borraccia d’acqua, e allora sarà facile immedesimarsi in chi viene sempre scacciato; altri invece ti vedranno come un messaggero che domani mattina se ne andrà come il vento, così troveranno normale onorarti con doni e confidenze. Sarà una sorpresa scoprire che il mondo non è così brutto come lo raccontano i paurosi. E tu, una tappa dopo l’altra, imparerai a dormire ogni sera sotto un tetto diverso e sentirti a casa ovunque.

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