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Migranti, a Lampedusa 19 morti e 7 gravissimi, fra cui due bambini

(ansa)

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Un altro naufragio nell’Egeo, 19 cadaveri recuperati. Dai Balcani al Mediterraneo, strage sulle rotte migratorie: ci sarebbero decine di dispersi
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Diciannove morti e 58 superstiti, fra cui due bambini in gravi condizioni, a Lampedusa. Altri diciannove nell’Egeo, non si sa ancora quanti dispersi nell’ennesimo naufragio nella Sava, al confine fra Bosnia e Croazia. Giornata nera sulle rotte migratorie di mare e di terra, che di settimana in settimana sembrano ingrossarsi.

Colpa dei conflitti che infiammano un’intera regione o Paesi dimenticati come il Sudan e riverberano su Paesi limitrofi o vicini come Turchia e Libia? Lo sospettano gli osservatori, sebbene nessuno al momento si sbilanci: “Troppo presto”. Di certo, a dispetto della stagione, non è il meteo che aiuta. Soprattutto in mare. Da settimane il Mediterraneo è inquieto, con vento forte che improvvisamente gonfia le onde, “da oggi a venerdì – informa l’ong Mediterranea - è prevista burrasca con venti fino a 40 nodi e onde fino a 5 metri d’altezza. È pericoloso mettersi in mare”.

Drammatico naufragio al largo di Lampedusa

Ma anche nei giorni scorsi vento e correnti lo hanno …

Diciannove morti e 58 superstiti, fra cui due bambini in gravi condizioni, a Lampedusa. Altri diciannove nell’Egeo, non si sa ancora quanti dispersi nell’ennesimo naufragio nella Sava, al confine fra Bosnia e Croazia. Giornata nera sulle rotte migratorie di mare e di terra, che di settimana in settimana sembrano ingrossarsi.

Colpa dei conflitti che infiammano un’intera regione o Paesi dimenticati come il Sudan e riverberano su Paesi limitrofi o vicini come Turchia e Libia? Lo sospettano gli osservatori, sebbene nessuno al momento si sbilanci: “Troppo presto”. Di certo, a dispetto della stagione, non è il meteo che aiuta. Soprattutto in mare. Da settimane il Mediterraneo è inquieto, con vento forte che improvvisamente gonfia le onde, “da oggi a venerdì – informa l’ong Mediterranea - è prevista burrasca con venti fino a 40 nodi e onde fino a 5 metri d’altezza. È pericoloso mettersi in mare”.

Drammatico naufragio al largo di Lampedusa

Ma anche nei giorni scorsi vento e correnti lo hanno trasformato che per almeno diciotto persone si è rivelata fatale. I loro corpi, fra cui quello di una donna incinta, sono sbarcati uno dopo l’altro a Lampedusa, insieme a 58 sopravvissuti. “C’erano molte donne e anche bambini e bambine in stato di confusione”, spiega Francesca Saccomandi, operatrice di Mediterranean Hope, programma migranti della Federazione chiese evangeliche. Li ha soccorsi nella notte la Guardia costiera, che quando ha individuato e raggiunto il barchino, a circa 85 miglia dall’isola, si è trovata davanti una scena infernale.

Corpi accatastati l’uno sull’altro, cadaveri ancora abbracciati a chi respirava ancora, donne che lottavano per conquistare un ultimo respiro ma a cui il cuore ha ceduto durante il viaggio verso Lampedusa. Secondo le prime ipotesi sono tutti morti di freddo e di stenti. Forse sono i settanta che ieri hanno cercato invano Aurora di SeaWatch. L’ammiraglia dell’ong tedesca è stata fermata per l’ennesima volta, ma la “piccola” era uscita in missione per provare a rispondere alla richiesta d’aiuto rilanciata da Alarm phone. Dopo ore di pattugliamento però della barca su cui viaggiavano non si è trovata traccia. “Non sappiamo se si tratti di loro”, spiega l’ong tedesca, che attacca: “Molti di loro avrebbero potuto essere salvati con un maggiore e più adeguato dispiegamento di forze per i soccorsi da parte dell’Italia e degli Stati europei, al posto di politiche repressive e disumane di abbandono e respingimento in mare e contro il soccorso civile. Serve una missione di soccorso dedicata e ristabilire la collaborazione tra le autorità e le navi di soccorso civili che la politica ha interrotto, inventandosi leggi persecutorie per bloccare le ong e tenerle lontano da dove ci sarebbe bisogno di loro”.

Sorpresi dalla tempesta in mare aperto

Chi fra i 58 sopravvissuti soccorsi dalla Guardia Costiera è stato in grado di balbettare qualcosa, ha raccontato di essere partito da Zwara in Libia fra sabato e domenica, con un tempo che sembrava clemente. Poi, come successo più volte negli ultimi mesi, in mare è arrivata la tempesta, il freddo improvviso, le onde che si abbattevano sul barchino che potrebbe aver perso la rotta. Tre persone pare siano finite fuori bordo, dicono i sopravvissuti. Ma è tutto da verificare, i naufraghi – fra cui 17 donne e 2 minori non accompagnati – sono ancora troppo provati per fare un racconto lucido. E preoccupano le condizioni di due dei bambini che si sono salvati. Uno di loro ha poco più di un anno. Sono stati portati in ospedale insieme ad altre cinque persone, che mostrano chiari segni di ipotermia e intossicazione da fumi di carburante. Secondo l’agenzia Onu Oim, dall’inizio dell’anno nel Mediterraneo sono morte 850 persone, di cui 643 lungo la rotta centrale. “La contabilità delle morti in mare è scioccante, mentre il silenzio del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che non sa esprimere neanche il cordoglio, ci indigna perché rasenta la complicità”, commenta il vice capogruppo di AVS alla Camera Marco Grimaldi.

“Non chiamatele tragedie”

“Siamo di fronte a quella che per l’ennesima volta non può essere chiamata tragedia, ma è il risultato di precise scelte politiche – dice Saccomandi – Abbiamo bisogno, oggi più che mai, di vie d’accesso sicure e legali in Italia e in Europa e di politiche di accoglienza, non di respingimento”. Sulla stessa linea Mediterranea, che con Sheila Melosu spiega: “Queste continue stragi in mare mostrano il fallimento delle politiche italiane ed europee, tutte rivolte ai respingimenti e alle deportazioni, al finanziamento di milizie come quelle libiche, e il risultato finale sono centinaia di morti innocenti settimana dopo settimana. Quelli che non muoiono in mare, muoiono di torture o deportazioni in Libia e Tunisia. È questa la realtà tremenda, inaccettabile, e dipende dalle scelte politiche di chi governa, non dal mare”. Valentina Brisnis, advocacy officer di Open Arms attacca: “Ciò che è accaduto negli ultimi giorni, al largo della Tunisia, della Grecia e ora anche a Lampedusa, altro non fa che avvalorare questa tesi. E noi, ancora una volta ci chiediamo: dov’è l’Europa?”. E anche Save the children ci tiene a sottolineare: “L’assenza di un meccanismo europeo coordinato di ricerca e soccorso costringe migliaia di uomini, donne e minori a viaggi sempre più pericolosi, lasciando il salvataggio al caso, alla fortuna o alla buona volontà dei singoli Stati. Finché l’Ue non sceglierà vie sicure e un sistema strutturato di soccorso, continueremo a piangere morti evitabili nel Mediterraneo”.

Diciannove morti davanti a Bodrum

Drammatico è anche il bilancio nell’Egeo, dove un gommone si è ribaltato davanti a Bodrum, la spiaggia diventata tristemente nota per la drammatica immagine del corpicino senza vita di Alan Kurdi. La morte del bimbo siriano, annegato insieme a metà della sua famiglia, aveva fatto giurare all’Europa “mai più”, ma oltre dieci anni dopo, al largo di quella costa, si contano ancora cadaveri.

Il bilancio provvisorio è di diciannove morti, fra cui un neonato. A bordo, un gruppo di rifugiati afghani partiti dalla Turchia, dove da giorni centinaia di persone stanno arrivando dall’Iran, in fuga dalle bombe, come dalla repressione. Secondo le prime ricostruzioni, a bordo c’erano decine di persone.

L’inseguimento poi il gommone che si ribalta

La Guardia costiera turca li ha avvistati in mare aperto e ha più volte intimato l’alt, ma il gommone ha cercato di sfuggire al blocco. Non è chiaro se sia stato speronato o sia stata tutta colpa della velocità e di una manovra azzardata con così tante persone a bordo, ma improvvisamente si è ribaltato. Decine di persone sono finite in acqua. Le squadre di soccorso, supportate da un elicottero inviato dalla vicina città di Izmir, hanno tirato fuori dal mare venti persone ancora in vita, per altre diciotto non c’era più nulla da fare, un’altra è morta in ospedale. Le ricerche sono andate avanti per ore, ma ci sono persone che mancano all’appello. Li chiamano dispersi, amici e familiari sanno che rischiano di essere gli ennesimi spariti del Mediterraneo.

Ancora una tragedia lungo la Sava

Si teme lo stesso copione fra Croazia e Bosnia, dove decine di persone originarie di Afghanistan, Pakistan e Bangladesh sono rimaste intrappolate nelle paludi lungo la Sava, nei pressi di Babina Greda, a circa 240 chilometri da Zagabria. Avevano tentato di attraversare il fiume, quando per motivi ancora non chiari sono rimasti bloccati. In trenta sono stati salvati, otto di loro sono stati ricoverati in ospedale in gravi condizioni di ipotermia, ma si teme che di molti si siano perse le tracce. "Se non ci fosse stata un'azione così rapida e coordinata, avviata subito dopo la mezzanotte - ha detto il ministro dell’Interno croato Davor Božinović - le conseguenze sarebbero state molto più gravi, con possibili numerose vittime".

Una rotta di fantasmi sempre più violenta

Nel silenzio, i naufragi fantasma si moltiplicano anche nei Balcani. Da quando i controlli sono diventati più stringenti e le frontiere sono tornate anche all’interno dell’Ue, la rotta si è inabissata, finendo per essere sempre più controllata da vere e proprie organizzazioni criminali. Da oltre un anno ormai, campi come Bihac rimangono vuoti o quasi, mentre in Croazia, Bosnia, Serbia e altri Paesi che la rotta attraversa si sono moltiplicati squat e rifugi informali. Buchi neri in cui si rischia di precipitare e perdersi, perché controllati in modo sempre più asfissiante da organizzazioni criminali. E adesso, c’è chi lungo la rotta viene rapito, sottoposto a violenze e abusi filmati e inviati alle famiglie per estorcere altro denaro, chi viene obbligato a lavorare da schiavo nei circuiti dell’economia legale e illegale. Chi semplicemente sparisce, inghiottito dai boschi o dai fiumi con, nella migliore delle ipotesi, solo una croce a ricordare che lì riposa qualcuno che non ce l’ha fatta.

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