✕

Alberto Mantovani: “Il virus fai da te, oggi persino un ragazzo può creare un’arma letale”

(fotogramma)

Ascolta l'audio

L’allarme dell’immunologo dell’Humanitas e dei Lincei: “Con le nuove tecnologie e l’IA è diventato possibile produrre “in casa” un agente patogeno mortale”
3 minuti di lettura

C’erano un tempo antrace, ricina e botulino. Restano sostanze letali, come dimostra l’avvelenamento di Campobasso, ma nella storia delle armi biologiche sembrano ormai foto ingiallite dal tempo. «La tecnologia ha avuto un’evoluzione enorme. Una ricetta trovata al pc tramite l’intelligenza artificiale, un microbo anche solo di media pericolosità e un brillante studente universitario possono creare scenari di rischio difficili anche solo da immaginare».

Alberto Mantovani, uno dei principali immunologi italiani, presidente della Fondazione Humanitas per la Ricerca, lancia l’allarme sui nuovi pericoli dell’ingegneria genetica per fini malevoli, a mezzo secolo dalla firma della Convenzione Internazionale sulle Armi Biologiche (o Bwc). «Cinquantuno anni fa 187 paesi del mondo si misero d’accordo per abolire questo tipo di ricerca. Oggi il mondo è cambiato e non c’è bisogno di ricordare l’aria che tira. È arrivato il momento di ripensare i pilastri di quel trattato».

Quali sono i rischi oggi…

C’erano un tempo antrace, ricina e botulino. Restano sostanze letali, come dimostra l’avvelenamento di Campobasso, ma nella storia delle armi biologiche sembrano ormai foto ingiallite dal tempo. «La tecnologia ha avuto un’evoluzione enorme. Una ricetta trovata al pc tramite l’intelligenza artificiale, un microbo anche solo di media pericolosità e un brillante studente universitario possono creare scenari di rischio difficili anche solo da immaginare».

Alberto Mantovani, uno dei principali immunologi italiani, presidente della Fondazione Humanitas per la Ricerca, lancia l’allarme sui nuovi pericoli dell’ingegneria genetica per fini malevoli, a mezzo secolo dalla firma della Convenzione Internazionale sulle Armi Biologiche (o Bwc). «Cinquantuno anni fa 187 paesi del mondo si misero d’accordo per abolire questo tipo di ricerca. Oggi il mondo è cambiato e non c’è bisogno di ricordare l’aria che tira. È arrivato il momento di ripensare i pilastri di quel trattato».

Quali sono i rischi oggi?

«Anche i cani sciolti, che si possono improvvisare microbiologi per ingegnerizzare un microrganismo e renderlo pericoloso. L’Accademia dei Lincei di cui faccio parte, insieme a un organismo che lega scienza e società, l’International Science Council, con l’aiuto di esperti di alto livello come il microbiologo Giuseppe Ippolito ha messo a punto un documento che chiede nuove regole».

Quali?

«Nel 1975, quando la convenzione è entrata in vigore, la lista degli agenti biologici utilizzabili per guerre o attentati aveva un inizio e una fine. Comprendeva l’antrace, il batterio della peste, il botulino, la ricina, i virus delle febbri emorragiche. Sapevamo a cosa prestare attenzione. Oggi con strumenti potenti di ingegneria genetica come Crispr-Cas9, metodi di biologia sintetica inimmaginabili mezzo secolo fa e la diffusione dell’intelligenza artificiale il ventaglio delle possibilità di attacco microbiologico o biologico si è allargato in modo indeterminato».

Come ci si può difendere?

«Gli organismi internazionali, inclusa l’Organizzazione Mondiale della Sanità, possono codificare i nuovi pericoli e mettere a punto i metodi di sorveglianza. Si deve ad esempio intercettare chi acquista strumenti sospetti in quantità sospette».

Finora il trattato a cosa è servito?

«Dagli anni ’40 gli Usa mettevano a punto armi batteriologiche in una base militare nel Maryland, poco lontano da Washington, chiamata Fort Detrick. Dopo l’entrata in vigore della convenzione quei laboratori sono stati trasformati in un centro di ricerca contro il cancro. Ci ho lavorato nel 1985-86. Era una soddisfazione usare per la lotta ai tumori degli strumenti pensati inizialmente per la guerra».

C’erano vestigia dell’epoca della guerra batteriologica?

«I militari all’ingresso. E se capitava di nuotare nella piscina interna durante l’alzabandiera bisognava uscire dall’acqua e ascoltare l’inno tutti grondanti. Nient’altro ricordava quell’epoca. La convenzione del ’75 è stato un segno di saggezza collettiva che oggi sogniamo di ripetere».

Qual è l’intervento di ingegneria genetica più temibile oggi?

«Si potrebbero ad esempio prendere virus della famiglia dei pox, parenti del vaiolo, e introdurvi delle mutazioni genetiche per renderli più aggressivi. Questi microrganismi sanno come aggirare o manipolare il nostro sistema immunitario, si sono evoluti con questo fine. Uno o più interventi di ingegneria genetica possono trasformarli in agenti patogeni capaci di sfuggire alle nostre difese».

Che competenze servirebbero?

«Qualcuno degli studenti universitari cui ho fatto lezione stamattina potrebbe riuscirci».

E quali attrezzature?

«Dipende dai rischi che si è disposti a correre. Solo un laboratorio molto avanzato permette di manipolare microrganismi pericolosi senza rischiare di contagiarsi, ma se si riducono le precauzioni ci si può accontentare di strumenti anche più artigianali. Potrebbero essere non più difficili da reperire di un carburatore online».

Da anni è possibile acquistare online kit per sottoporre batteri a ingegneria genetica tramite Crispr. Sono confezioni pensate per gli hobbisti, in genere legali. Possono essere usati anche per fini malevoli?

«Non ho mai provato di persona, ma bisognerebbe aumentare la sorveglianza. Un’altra strada per ottenere armi batteriologiche potrebbe essere manipolare i geni che conferiscono resistenza agli antibiotici. Avremmo microbi insensibili a tutte le terapie».

Episodi simili sono già avvenuti?

«Non a nostra conoscenza. Gli ultimi esempi di attentati batteriologici sono le lettere all’antrace negli Stati Uniti nei primi anni Duemila, che hanno causato cinque morti e una ventina di avvelenati. Più di recente ci sono state le lettere alla ricina indirizzate alla Casa Bianca e ad alcuni parlamentari americani».

Lei è appena tornato da un viaggio in Africa. Pensa che in quei paesi i minori controlli possano rappresentare un rischio?

«L’Africa è impegnata a gestire altri problemi. Sono stato in missione nella Repubblica Centrafricana con Medici per l’Africa, Cuamm, insieme a don Dante Carraro. Ho fatto lezione anche nel centro per bambini denutriti della capitale Bangui. È stato papa Francesco a finanziarlo personalmente, dopo aver viaggiato lì nel 2015 ed essere rimasto colpito dalle condizioni di salute di quei piccoli. Poi siamo stati a Bossangoa, in quella che don Dante chiama l’Africa vera, dove quasi una donna su cento muore di parto. Per raggiungere l’ospedale dell’area, che serve 250mila abitanti con cento posti letto, una partoriente a rischio deve affrontare un viaggio in moto che costa 12 euro. È una cifra che non può permettersi, e oggi viene coperta da Cuamm. Il taglio degli aiuti americani di Usaid e l’aumento del costo del gasolio per quelle popolazioni non sono solo un piccolo aggravio economico. Fanno la differenza fra il potersi permettere quel viaggio in moto oppure no. Fra il far funzionare il generatore e quindi il frigo che mantiene i vaccini al freddo o causarne il deperimento. Fra il mettere in moto un’ambulanza e salvare una vita o lasciarla ferma in un parcheggio con il serbatoio vuoto».

Leggi i commenti