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I pm: “Processate Bartolozzi”, ma la destra blinda la zarina

Roma Palazzo Chigi conferenza stampa al termine del consiglio dei ministri sul decreto sicurezza. Nella foto Giusi Bartolozzi (Roma - ,

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Caso Almasri, la procura chiede il rinvio a giudizio dell’ex capo di gabinetto di Nordio e alla Camera la maggioranza fa passare il conflitto di attribuzione davanti alla Consulta
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ROMA – I pm di Roma la mandano alla sbarra, con una richiesta ormai formalizzata di rinvio a giudizio e l’accusa, per Giusi Bartolozzi, di false informazioni al pm nell’ambito del caso Almasri. E la maggioranza stende il suo (scontato) scudo per fermare quel processo: approvando ieri, in Ufficio di presidenza a Montecitorio, 11 voti contro 10, la proposta di sollevare il conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale nei confronti della procura di piazzale Clodio e del tribunale dei ministri. Con il voto compatto della maggioranza passa infatti la relazione del forzista Giorgio Mulé, che sarà sottoposta la prossima settimana al voto definitivo dell’aula.

Sul caso del rilascio del torturatore libico Almasri, il vicepresidente azzurro sostiene la “connessio…

ROMA – I pm di Roma la mandano alla sbarra, con una richiesta ormai formalizzata di rinvio a giudizio e l’accusa, per Giusi Bartolozzi, di false informazioni al pm nell’ambito del caso Almasri. E la maggioranza stende il suo (scontato) scudo per fermare quel processo: approvando ieri, in Ufficio di presidenza a Montecitorio, 11 voti contro 10, la proposta di sollevare il conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale nei confronti della procura di piazzale Clodio e del tribunale dei ministri. Con il voto compatto della maggioranza passa infatti la relazione del forzista Giorgio Mulé, che sarà sottoposta la prossima settimana al voto definitivo dell’aula.

Sul caso del rilascio del torturatore libico Almasri, il vicepresidente azzurro sostiene la “connessione” tra le condotte della ex capa di gabinetto e quelle degli esponenti di spicco dell’esecutivo, per i quali è stata stoppata ogni indagine dopo il no del Parlamento a procedere contro Carlo Nordio, Matteo Piantedosi e il sottosegretario Alfredo Mantovano. Se Bartolozzi ha mentito, lo ha fatto per coprire la linea tenuta dai ministri e da Palazzo Chigi, con le loro ricostruzioni peraltro più volte segnate da contraddizioni e bugie. Il governo — stando alla tesi della maggioranza — non può rischiare di essere trascinato in aula, a processo, seppur indirettamente e in qualità di “testimone”. Sulla barricata opposta, i voti delle opposizioni in Ufficio di presidenza. Che parlano di «colpo di coda». O del prezzo da pagare alla defenestrazione obbligata di Bartolozzi, nei giorni neri della sconfitta elettorale.

«Altro che “non coprirò più nessuno”, la premier continua a salvare i compagni di viaggio», protestano Pd e M5s in testa. Decisione «grave e attesa», per Chiara Braga del Pd. Che punta il dito su Chigi: «Meloni si assume indirettamente una responsabilità grave: quella di nascondere agli italiani le ragioni per cui il governo ha liberato Almasri, uno spietato assassino, torturatore e trafficante di esseri umani». E picchia anche il M5s: «Una pesante forzatura, un precedente da ricordare. La maggioranza si conferma una casta che protegge i suoi fedelissimi. Dalla maggioranza ecco come premio lo scudo per chi è accusato di aver mentito ai magistrati. E tutto per la liberazione di un uomo accusato di indicibili crimini, anche contro minori».

Al centro, sempre lei, la ex “zarina” di via Arenula costretta alle dimissioni subito dopo la debacle referendum. La procura di Roma ha depositato il rinvio a giudizio e notificato la richiesta al ministero, alla procura generale e al Consiglio superiore della magistratura. Al centro dell’inchiesta, le dichiarazioni rese dalla magistrata siciliana (e anche ex deputata Fi) davanti al tribunale dei ministri, ritenute dagli stessi giudici inattendibili e, in alcuni passaggi, «mendaci». Proprio su questo punto si fonda l’accusa di «false dichiarazioni», formalizzata dai pm di piazzale Clodio: nelle scorse settimane, la difesa di Bartolozzi aveva prima provato a rivendicare lo scudo, sostenendo che il suo reato dovesse essere scudato come quello dei ministri. E poi, scrivendo alla procura generale, ponendo una questione di competenza: voleva essere processata a Perugia, essendo un magistrato. Una tesi che però non convince la procura capitolina. Secondo la quale la sua è, e resta, «una condotta autonoma» rispetto alle eventuali responsabilità politiche già archiviate, e non collegata ai reati contestati ai membri del governo. La legge infatti prescrive che il reato di un indagato non appartenente al governo possa essere assorbito se si configura “in concorso”, non se è altro e distinto dalle ipotesi di accusa contestate ai membri dell’esecutivo. Una distinzione centrale, è la tesi dei pm, la stessa ricalcata dalle opposizioni nelle aule parlamentari, che escluderebbe la necessità di qualsiasi autorizzazione parlamentare per procedere a carico della ex capa di gabinetto. La quale, anche di fronte allo spettro del processo, dopo l’avviso di chiusura indagine, si era sempre detta «serena», convinta «di aver fatto solo il suo dovere fino in fondo», svolgendo il suo lavoro «con dedizione». Era però il 26 febbraio, sedeva in via Arenula, era forte quasi quanto il ministro. Tutto dissolto. Ora le speranze sono riposte nella Consulta.

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