Va bene la Luna, ma un esploratore oggi andrebbe su Marte». Per Paolo Nespoli, 68 anni, astronauta in pensione dell’Agenzia spaziale italiana e dell’Agenzia spaziale europea, tornare sul satellite è un po’ una scelta al ribasso. «Se la Luna è difficile, Marte è super super difficile. Non credo però che dovremmo rinunciare a un obiettivo perché è complicato».
Allora perché la Luna oggi?
«Marte richiede almeno 15 anni di sforzi eccezionali, un lasso di tempo eccessivo per la pianificazione politica. Il programma Artemis fu pensato nel primo mandato Trump. Il presidente chiese alla Nasa una missione per ridonare lustro all’America. Aveva in mente Marte, ma si sentì rispondere che ci sarebbero voluti appunto 15 anni. Si ripiegò allora sulla Luna, senza peraltro fare in tempo. Ora…
Va bene la Luna, ma un esploratore oggi andrebbe su Marte». Per Paolo Nespoli, 68 anni, astronauta in pensione dell’Agenzia spaziale italiana e dell’Agenzia spaziale europea, tornare sul satellite è un po’ una scelta al ribasso. «Se la Luna è difficile, Marte è super super difficile. Non credo però che dovremmo rinunciare a un obiettivo perché è complicato».
Allora perché la Luna oggi?
«Marte richiede almeno 15 anni di sforzi eccezionali, un lasso di tempo eccessivo per la pianificazione politica. Il programma Artemis fu pensato nel primo mandato Trump. Il presidente chiese alla Nasa una missione per ridonare lustro all’America. Aveva in mente Marte, ma si sentì rispondere che ci sarebbero voluti appunto 15 anni. Si ripiegò allora sulla Luna, senza peraltro fare in tempo. Ora l’allunaggio è previsto per il 2028, in non casuale coincidenza con la fine del suo secondo mandato».
Artemis II avrebbe dovuto tentare direttamente l’allunaggio?
«Sarebbe stato rischioso. Una missione di test è necessaria. Siamo stati sulla Luna oltre 50 anni fa. I tecnici di Apollo non ci sono più. Il razzo di oggi, lo Space Launch System, è solo al suo secondo volo. Auguro ad Artemis II tutto il successo, ma sono sicuro che spunterà qualche piccolo malfunzionamento da sistemare. Sarà esperienza utile per le missioni successive, quelle con allunaggio».
Ieri c’è stato un guasto in bagno.
«Non tutti gli allarmi sono gravi. La politica della Nasa, anche un po’ esagerata secondo me, è abbondare sempre con i sistemi di sicurezza. Ma se si installano 5 sensori in un unico punto e 4 danno un identico valore, è probabile che il problema sia trascurabile. Durante il sorvolo del lato nascosto della Luna poi ci saranno 45 minuti in cui la navicella perderà il contatto con la Terra. Lì gli astronauti dovranno fare pratica e imparare a risolvere da soli qualunque situazione».
Insomma una missione di test ci voleva.
«Sì, il mio timore è solo che sia un modo poco efficiente di usare le risorse. Converrebbe forse prendere coraggio e affrontare direttamente la sfida di Marte. Ero ragazzino e sentivo dire che ci sarebbero voluti 15 anni. Da astronauta ascoltavo ancora che saremmo partiti fra 15 anni. Sono in pensione e restano sempre 15 anni. Se non prendiamo mai il coraggio di iniziare a pianificarla, questa sfida incredibile non verrà raccolta mai».
Quindi Artemis serve soprattutto a compiacere i politici?
«No, la Nasa è riuscita a valorizzarla con ottimi contenuti scientifici e tecnologici. Sappiamo per esempio che sulla Luna esiste l’elio 3, un elemento quasi assente sulla Terra, utilizzabile per generatori atomici privi di scorie radioattive. Nessuno sa dire oggi se estrarlo è possibile e conveniente, ma l’interesse è alto».
Fra i piccoli e brevi allarmi che hanno preceduto il lancio c’è stato il sistema di autodistruzione del razzo. Cos’è? Non farebbe morire anche voi astronauti?
«È un’ipotesi remotissima, ma può accadere che subito dopo il lancio il razzo perda il controllo e anziché prendere quota sul mare inizi a dirigersi su una città, minacciando di caderci sopra. Un razzo in partenza ha combustibili potentissimi, paragonabili a esplosivo. Può causare danni seri. In caso di rischio per i cittadini un ufficiale a terra ha il compito di premere un pulsante e far esplodere il razzo. Noi astronauti ne siamo consci, ma le probabilità sono così basse che accettiamo il pericolo senza troppe ansie».