Guerra e pace segnano la prima Pasqua del Papa americano mentre la Casa Bianca non esita a arruolare il cristianesimo nella propria propaganda bellica. Leone XIV ha portato personalmente la croce lungo tutta la Via Crucis che ha presieduto al Colosseo. Bisogna tornare al Benedetto XVI del 2011 per trovare immagini di un Papa che portava la croce, anche se solo per alcune stazioni. Lo stesso fece Paolo VI, che dopo secoli riportò questa tradizione all’Anfiteatro Flavio, luogo di antichi martiri, e Giovanni Paolo II all’inizio del pontificato.
La croce in tutte le stazioni
Francesco, che notoriamente zoppicava, preferì seguire la rievocazione della passione di Gesù seduto in preghiera. Dinanzi a 30mila fedeli ora Robert Francis Prevost, 70 anni e una fibra sportiva, ha deciso di portare la croce per tutte le 14 stazioni della via dolorosa.
“Cristo è ancora crocifisso”
«Cristo è ancora crocifisso», ha detto Leone XIV, «oggi soffre negli innocenti, quelli che stanno soffrendo specialmente…
Guerra e pace segnano la prima Pasqua del Papa americano mentre la Casa Bianca non esita a arruolare il cristianesimo nella propria propaganda bellica. Leone XIV ha portato personalmente la croce lungo tutta la Via Crucis che ha presieduto al Colosseo. Bisogna tornare al Benedetto XVI del 2011 per trovare immagini di un Papa che portava la croce, anche se solo per alcune stazioni. Lo stesso fece Paolo VI, che dopo secoli riportò questa tradizione all’Anfiteatro Flavio, luogo di antichi martiri, e Giovanni Paolo II all’inizio del pontificato.
La croce in tutte le stazioni
Francesco, che notoriamente zoppicava, preferì seguire la rievocazione della passione di Gesù seduto in preghiera. Dinanzi a 30mila fedeli ora Robert Francis Prevost, 70 anni e una fibra sportiva, ha deciso di portare la croce per tutte le 14 stazioni della via dolorosa.
“Cristo è ancora crocifisso”
«Cristo è ancora crocifisso», ha detto Leone XIV, «oggi soffre negli innocenti, quelli che stanno soffrendo specialmente per la violenza, l’odio e la guerra». E se «la festa della Pasqua dovrebbe essere tempo di pace, in tanti posti stiamo vedendo tanta sofferenza, tanti morti, anche bambini innocenti». La domenica delle palme il Pontefice ha contrapposto Gesù, «re della pace», alle «mani che grondano sangue» evocate dal profeta Isaia in quella che è sembrata una risposta diretta al ministro della guerra di Trump, Pete Hegseth, che solo ha invocato la benedizione divina sui soldati americani che bombardano l’Iran.
Dio invocato per la guerra
Nel pomeriggio di ieri il Papa ha presieduto la rievocazione della passione di Gesù a San Pietro. «In un tempo come il nostro, così lacerato dall’odio e dalla violenza», ha detto il predicatore della Casa pontificia, padre Roberto Pasolini, «dove persino il nome di Dio viene invocato per giustificare guerre e decisioni di morte, noi cristiani siamo chiamati ad accostarci senza paura, anzi con piena fiducia, alla croce del Signore». A inizio della celebrazione Leone si è prostrato in preghiera sul pavimento della basilica vaticana, come faceva anche Francesco, e, con stile più classico del predecessore, si è recato in adorazione della croce senza scarpe.
Il potere di fronte a Dio
Per la Via Crucis al Colosseo ha affidato le meditazioni a padre Francesco Patton, Custode di Terra Santa dal 2016 al giugno scorso. Francesco d’Assisi, ha scritto il francescano, «ci ricorda che ogni autorità dovrà rispondere davanti a Dio del proprio modo di esercitare il potere ricevuto: il potere di giudicare, ma anche il potere di avviare una guerra o di terminarla». Anche oggi, come ai tempi di Ponzio Pilato, «c’è chi crede di avere ricevuto un’autorità senza limiti e pensa di poterne usare e abusare a proprio piacimento».
Massacri e genocidi
Dai testi di Patton traspare il dramma del conflitto tra israeliani e palestinesi, la strage del 7 ottobre di Hamas e la distruzione di Gaza: il religioso trentino ha chiesto a Dio «lacrime» per «piangere sui massacri e i genocidi»; «non dovrebbero mai esserci cadaveri non restituiti e insepolti», ha scritto; ha paragonato Maria sotto la croce alle madri di figli che oggi sono «portati via e incarcerati durante una manifestazione, deportati da politiche prive di compassione, naufragati in disperati viaggi della speranza, falcidiati nelle zone di guerra, annientati nei campi di sterminio». In un’intervista all’Osservatore Romano, fra Patton ha denunciato il fatto che oggi, come ai tempi di Gesù, c’è chi giustifica la violenza in nome di Dio: i «movimenti fondamentalisti armati» nell’islam, i coloni israeliani e «coloro che li supportano politicamente a livello locale e internazionale», ma anche «i cristiani, che, ahimè, arrivano a invocare strane benedizioni che vanno nella direzione opposta da quella indicata domenica scorsa da Leone XIV, e 2000 anni fa da Gesù nel Getsemani».
Il confronto con Herzog
Per gli auguri di Pasqua il Papa ieri ha sentito al telefono il presidente israeliano Isaac Herzog. Se quest’ultimo ha riferito di aver spiegato a Leone le ragioni della guerra all’Iran e a Hezbollah in Libano, e ha ricordato «i recenti attacchi missilistici iraniani su Gerusalemme, che hanno colpito un’area ricca di luoghi sacri per cristiani, musulmani ed ebrei», la Santa Sede ha diramato una nota più fredda. «Durante il colloquio» con Herzog (senza aggettivi: dunque non è stato «cordiale» come quello che sempre ieri Prevost ha avuto con Volodymyr Zelensky), il Papa ha ribadito al presidente israeliano «la necessità di riaprire tutti i possibili canali di dialogo diplomatico, per porre fine al grave conflitto in corso» ed ha chiesto di «proteggere la popolazione civile e di promuovere il rispetto del diritto internazionale e umanitario».