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Le sette Pasque nella Gerusalemme deserta per la guerra

La piazza del Muro del Pianto nella Città Vecchia di Gerusalemme, deserta a causa della guerra 

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Sono spariti i turisti, i pellegrini e pure i fedeli. Il dedalo dei vicoli della città vecchia è una distesa di negozi chiusi
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All’interno della città vecchia di Gerusalemme, ufficialmente chiusa per guerra ai non residenti, il monastero di San Salvatore è pieno di indiani. Sono vestiti a festa, i bambini per mano allineati nella grande chiesa cattolica gestita dai francescani della Custodia di Terra Santa. È sabato e stanno festeggiando, in anticipo, la prima delle sette Pasque blindate della città santa. «Lo fanno oggi — spiega fra Tchincocolo, un angolano «milanista» che da otto anni è uno dei francescani residenti nel Santo Sepolcro — perché per gli ebrei è Shabbat, è festivo. E loro domani dovranno lavorare».

La Pasqua blindata di Gerusalemme è un rito a porte socchiuse. Un intreccio di divieti, applicati a discrezione, mantiene sedato il dedalo di vicoli che custodisce i luoghi più sacri delle religioni monoteiste: il Santo Sepolcro, al Aqsa e il Muro Occidentale. In questi giorni pasquali normalmente non riesci a camminare, e ora invece padre Tchincocolo bada al contapassi sul telefonino: «Cammino per…

All’interno della città vecchia di Gerusalemme, ufficialmente chiusa per guerra ai non residenti, il monastero di San Salvatore è pieno di indiani. Sono vestiti a festa, i bambini per mano allineati nella grande chiesa cattolica gestita dai francescani della Custodia di Terra Santa. È sabato e stanno festeggiando, in anticipo, la prima delle sette Pasque blindate della città santa. «Lo fanno oggi — spiega fra Tchincocolo, un angolano «milanista» che da otto anni è uno dei francescani residenti nel Santo Sepolcro — perché per gli ebrei è Shabbat, è festivo. E loro domani dovranno lavorare».

La Pasqua blindata di Gerusalemme è un rito a porte socchiuse. Un intreccio di divieti, applicati a discrezione, mantiene sedato il dedalo di vicoli che custodisce i luoghi più sacri delle religioni monoteiste: il Santo Sepolcro, al Aqsa e il Muro Occidentale. In questi giorni pasquali normalmente non riesci a camminare, e ora invece padre Tchincocolo bada al contapassi sul telefonino: «Cammino per tenermi in forma, di solito alle 5 di mattina ma ora non c’è nessuno», sorride allargando le braccia.

Imparare il calendario liturgico è una laurea breve: cattolici e protestanti sono i primi a celebrare la Pasqua, ma quest’anno il periodo coincide con quella ebraica. Poi arriveranno gli altri, che seguono il calendario giuliano: gli armeni e i greco ortodossi, i copti, gli etiopi... Per loro è domenica delle Palme, inizia la settimana santa che si chiude per cattolici e protestanti.

Decine di ebrei fanno la fila per pregare nella parte coperta del Muro del Pianto, nella sala dell’Arco di Wilson. I cattolici si radunano nel monastero o fuori le mura, mentre al Santo Sepolcro il patriarca Pizzaballa officerà la Resurrezione seguendo, come ieri, il rigido protocollo: dalle 6 alle 9 i copti, parzialmente insieme ai cattolici dalle 8 alle 10. Ma i copti sono dietro, non hanno accesso alla tomba dove hanno diritto greci e armeni, che arriveranno dalle 10 in poi.

Tutto è anche troppo semplice, ora che non c’è folla di fedeli. I rapporti spigolosi tra confessioni cristiane al Santo Sepolcro «si sono addolciti», dice fra Tchincocolo. Oggi i frati hanno invitato a pranzo i copti, «pasta e agnello, e vino dei salesiani di Palestina». Loro ricambieranno alla loro Pasqua, domenica prossima.

Tra i corridoi in pietra delle perpetue si dice che persino il divieto della polizia al cardinale Pizzaballa di entrare al Santo Sepolcro per la messa delle Palme a porte chiuse sia nato da ripicche e gelosie di altre confessioni a cui era stato impedito l’accesso.

La convivenza, con religiosi di quattro confessioni residenti nel complesso del Santo Sepolcro, non è semplice. Ma fuori è peggio. Ogni venerdì la polizia respinge i musulmani diretti ad Al Aqsa e la pressione sale alle stelle. Per questo nel nostro Venerdì santo i soldati hanno bloccato ogni porta, chiudendo fuori tutti dalla città vecchia. Oggi è sabato e si passa; ma al Santo Sepolcro i fedeli non entrano, al monastero invece sì perché in caso di allarme si scende nelle cantine. Anche ieri, tuoni di esplosioni non lontane rimbombavano nei vicoli. I limiti, più o meno severi, ci sono per tutti. Anche per gli ebrei, che possono accedere al Muro all’Arco di Wilson, ma non alla piazza.

La guerra si è portata via i turisti, i pellegrini e pure i fedeli. Il dedalo dei vicoli è una distesa di saracinesche chiuse. Restano aperti solo gli alimentari «per chi vive dentro le mura. Sono qui da 30 anni, ho vissuto prima e seconda intifada — dice Bilal, 51 anni e 5 figli, nel suo negozio di spezie — e non è mai stato così drammatico. Guerra, sangue, esplosioni... Prima venivano gli arabi da Nazareth, da Haifa, facce nuove di continuo. Con questo negozio ci campava la mia famiglia e quella di mio fratello. Ora vediamo solo chi vive qui». Qualcuno alza la saracinesca a metà per vendere borse o vestiti, gioielli o chincaglieria. Ma la polizia osserva: «Ho aperto oggi per la prima volta — dice un negoziante — ma devo stare attento: a qualcuno hanno ordinato di chiudere e si sono portati via le chiavi».

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