"È una ferita che non si rimargina, però non per questo ci rende incapaci di vivere appieno il presente e di immaginare il futuro". Ha detto così il sindaco de L'Aquila Pierluigi Biondi, in occasione del 17esimo anniversario del terremoto che nel 2009 costò la vita a 309 persone. Il primo cittadino ha richiamato la necessità di costruire "una città sicura, una città inclusiva, una città accogliente, una città dei servizi", pensando soprattutto ai giovani e al futuro del territorio.
La città inquieta
La notte tra il 5 e il 6 aprile 2009 a L'Aquila le luci erano ancora accese in molte case: qualcuno guardava la televisione, qualcuno finiva di studiare, altri cercavano di dormire nonostante quella strana inquietudine che da giorni serpeggiava tra le pareti. La terra, infatti, parlava già da tempo. Piccole scosse, sussurri sotterranei, segnali che molti avevano imparato a ignorare, come si fa con un ticchettio insistente che non si riesce a fermare.
Poi, alle 3:32. Non fu un rumore soltanto. Fu un ruggito. Un colpo secco che salì dal basso e prese tutto: i pavimenti, i muri, i letti, i sogni. In pochi secondi la città venne scossa con una violenza primitiva, come se qualcuno l’avesse afferrata per le fondamenta e avesse deciso di strapparla via dal sonno.
"Le case tremano”
Le case tremavano, si aprivano, si accartocciavano su sé stesse. I lampioni oscillavano come canne al vento. Il buio venne spezzato da urla, vetri infranti, polvere. Una polvere fitta, quasi irreale, che trasformò le strade in un paesaggio lunare.
Molti non ebbero il tempo di capire. Altri corsero fuori scalzi, in pigiama, stringendo figli, genitori, e qualunque cosa riuscissero a portare con sé. L’aria era fredda, ma nessuno la sentiva davvero. C’era solo confusione, paura, incredulità.
309 morti
Quando il movimento cessò, non arrivò il silenzio. Arrivò qualcosa di più pesante: il vuoto. Le persone si chiamavano tra loro, gridavano nomi nel buio, cercavano risposte tra le macerie. I telefoni squillavano a vuoto. Le sirene iniziarono a farsi strada nella notte come lame sonore. Ogni minuto sembrava dilatarsi, diventare infinito. Quella notte, il tempo non scorreva: si spezzava. Il bilancio sarebbe arrivato dopo, freddo e definitivo: 309 vite spezzate, migliaia di feriti, decine di migliaia di sfollati. Ma in quelle ore non c’erano numeri, solo storie interrotte, case diventate ricordi, e una città che cercava di riconoscersi tra le proprie rovine. Il Terremoto dell'Aquila del 2009 non fu solo un evento sismico. Fu una frattura nella memoria collettiva, una linea invisibile che divide il “prima” dal “dopo”. E ancora oggi, quando la notte torna silenziosa e troppo quieta, qualcuno a L’Aquila tende l’orecchio. Non per paura soltanto, ma per ascoltare se, da qualche parte sotto i piedi, la terra stia di nuovo cercando di parlare.
"Il segno profondo”
Di quella notte maledetta ha parlato anche Giorgia Meloni, da X: "Diciassette anni fa, nel cuore della notte, un violento sisma colpì L'Aquila e l'Abruzzo. Spezzò vite, comunità, abitudini. E lasciò un segno profondo nella nostra Nazione. Una tragedia che scosse tutti gli italiani, capaci allora di rispondere con solidarietà e vicinanza. Nel ricordo del terremoto dell'Aquila del 2009, l'Italia si stringe - oggi come ieri - alle vittime e alla popolazione colpita. A una regione che ha saputo rialzarsi con dignità e forza. Ricordare vuol dire anche questo: continuare a esserci. Con serietà e responsabilità".