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Foto di donne nude su Telegram, Semenzin: “Canale da regolamentare, lì c’è troppa violenza”

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La sociologa e attivista, coordinatrice del report dell’ong Ai Forensics: “Chiudere Phica.net non ha risolto il problema. Gli utenti si spostano sempre negli spazi per loro più sicuri”
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Non è il Dark Web, ma il mondo dei gruppi Telegram con decine di migliaia di utenti. «Chi ha foto di amiche 2010-2013?», scrive uno. «Ho fatto dei deepfake della mia ragazza, chi vuole vedere?», commenta un altro. Sono bastate sei settimane all’organizzazione non profit Ai Forensics per mappare 2,8 milioni di messaggi tra Italia e Spagna e individuare – solo in Italia – 27 mila membri attivi. La ricerca, base del report Harassment as Infrastructure, ha rivelato un’economia digitale strutturata, in larga parte automatizzata, costruita sulla violenza sessuale contro donne e ragazze. Un lavoro complesso, coordinato dalla sociologa, attivista per i diritti digitali e ricercatrice Silvia Semenzin, autrice di Internet non è un posto per femmine (Einaudi). «La chiusura di gruppi come Phica.net non ha risolto il problema. Gli utenti trovano sempre il modo per spostarsi negli spazi per loro più sicuri. Puntare il dito contro una sola di queste piattaforme non ha senso».

Non è il Dark Web, ma il mondo dei gruppi Telegram con decine di migliaia di utenti. «Chi ha foto di amiche 2010-2013?», scrive uno. «Ho fatto dei deepfake della mia ragazza, chi vuole vedere?», commenta un altro. Sono bastate sei settimane all’organizzazione non profit Ai Forensics per mappare 2,8 milioni di messaggi tra Italia e Spagna e individuare – solo in Italia – 27 mila membri attivi. La ricerca, base del report Harassment as Infrastructure, ha rivelato un’economia digitale strutturata, in larga parte automatizzata, costruita sulla violenza sessuale contro donne e ragazze. Un lavoro complesso, coordinato dalla sociologa, attivista per i diritti digitali e ricercatrice Silvia Semenzin, autrice di Internet non è un posto per femmine (Einaudi). «La chiusura di gruppi come Phica.net non ha risolto il problema. Gli utenti trovano sempre il modo per spostarsi negli spazi per loro più sicuri. Puntare il dito contro una sola di queste piattaforme non ha senso».

Perché Telegram è diventato il luogo di riferimento per la condivisione non consensuale di materiale esplicito?

«È una delle poche piattaforme di grandi dimensioni che ancora non rientra nei regolamenti europei. Gli utenti lo considerano il luogo dove poter inviare i materiali più violenti e radicali».

Fino a oggi il fenomeno è stato spesso raccontato come marginale o “deviante”. Perché secondo lei?

«Parlarne in questo modo significa continuare a negare l’importanza del problema. I dati dimostrano che la violenza digitale è in aumento: per la ricerca, per esempio, abbiamo potuto solamente tracciare gli utenti attivi, cioè coloro che condividono attivamente i contenuti. Su Telegram non si può mappare anche chi ne usufruisce, è diverso da Phica.net».

Quando si smette di parlare di casi singoli e si entra in una dimensione sistemica?

«Soprattutto in contesto italiano, gli amministratori delle reti stanno affinando le strategie per mantenere attivo il materiale. Usano backup, nel caso in cui i gruppi vengano chiusi. Trovano il modo di evitare il tracciamento. Moltiplicano i contenuti attraverso strumenti di intelligenza artificiale. Tutto per monetizzare attraverso le versioni premium della piattaforma. Parliamo di gruppi ampi, non di chat private».

Può essere definito come un mercato della violenza?

«Sì. Telegram offre addirittura la possibilità di pagare attraverso servizi trasparenti come PayPal e a beneficiarne maggiormente è chi la piattaforma la possiede. Ma non esiste solo Telegram. Ci sono diverse altre piattaforme più piccole, perlopiù internazionali, che preferirei non citare».

Perché?

«Perché diffondere i loro nomi attiverebbe ancora più utenti sulle piattaforme. Sarebbe un boomerang».

La vostra ricerca mostra una forte circolazione transnazionale dei contenuti: ha ancora senso affrontarlo a livello nazionale?

«Per me no. I gruppi si diffondono a macchia d’olio. Serve una risposta più compatta a livello europeo».

Telegram non è inserita nel Digital Services Act, la normativa europea che aggiorna le regole per i servizi digitali. A cosa porta questa decisione?

«La piattaforma continua a dichiarare di avere meno di 45 milioni di utenti mensili, cosa che la tutela dal monitoraggio. Si trincerano dietro l’anonimato e hanno sempre mostrato disinteresse per quello che riguarda la violenza di genere che permea i loro spazi. È chiaramente una scelta politica: eliminare queste comunità significa fare a meno di una grossa fetta di pubblico».

L’inserimento nel Digital Services Act sarebbe sufficiente?

«No, anche se è un passaggio obbligatorio. Quantomeno per aumentare la capacità di monitoraggio dei contenuti sulla piattaforma. Ma le leggi dovrebbero comprendere tutti i fenomeni riportati nella ricerca, come lo spyware (usato per spiare le attività e rubare dati personali per inviarli a terzi, ndr) e l’hacking doxing (che utilizza informazioni o registri sensibili per molestie o danni finanziari), assenti invece dalla nostra normativa».

L’uso dell’AI ha cambiato la scala del fenomeno?

«Moltissimo. I deepfake c’erano già nel 2019, ma erano pochi e costosi. L’intelligenza artificiale generativa ha cambiato tutto. Ora puoi diventare vittima del fenomeno e non saperlo nemmeno».

È come se avesse abbassato la soglia di accesso alla violenza digitale.

«Esatto. Per questo chiediamo con urgenza di bandire i deepfake sessuali. È una cosa di cui si sta già discutendo al Parlamento europeo».

Il rischio di normalizzare la violenza tra i più giovani è reale?

«Molti utenti sono giovani, a volte addirittura minorenni. Spesso si incita alla condivisione di materiale esplicito. I ragazzi più giovani, spesso non ancora radicalizzati, possono pensare che si tratti di un particolare tipo di pornografia: è così che finiscono per normalizzare l’abuso».

Come dovrebbe essere affrontato il fenomeno?

«Regolamentando le piattaforme. Fornendo a ricercatori e ricercatrici l’accesso ai dati raccolti per monitorare la violenza. Promuovendo l’educazione sessuale. In molti casi, i soggetti inaspriscono il proprio rancore quando le chat vengono chiuse, sia nei confronti delle donne che dei legislatori. Il passo successivo è presto detto: rivendicare la violenza come un diritto».

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