Vent’anni fa la cattura di Provenzano, la svolta che segnò un’epoca
di Lirio AbbateBernardo Provenzano il giorno dell'arresto (foto Petyx)
Vent'anni dopo quel casolare a Montagna dei Cavalli a Corleone, non è solo un luogo, è la fine della latitanza di Bernardo Provenzano, il capo di Cosa nostra rimasto invisibile per 43 anni. Quando gli uomini della polizia di Stato entrano, quella invisibilità si rompe dentro una stanza che è l'ufficio del boss che custodisce un archivio che racconta tutto. La pm Marzia Sabella, che insieme al procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone e al sostituto Michele Prestipino coordinava l'indagine, lo racconta partendo da lì: «Entrando nel casolare fu come trovare la materializzazione del nostro fascicolo d'indagine. C'era tutto quello che avevamo ricostruito minuziosamente in quei quattro anni di lavoro». È la conferma di un lavoro paziente. E lì dentro c'è il mondo di "Binu", ricomposto davanti agli occhi di chi lo ha inseguito per anni: la cicoria, il miele, la Bibbia, la macchina da scrivere e centinaia di pizzini. E poi c'è l'uomo. «Ho visto una persona che non mi restituiva l'immagine del …
Vent'anni dopo quel casolare a Montagna dei Cavalli a Corleone, non è solo un luogo, è la fine della latitanza di Bernardo Provenzano, il capo di Cosa nostra rimasto invisibile per 43 anni. Quando gli uomini della polizia di Stato entrano, quella invisibilità si rompe dentro una stanza che è l'ufficio del boss che custodisce un archivio che racconta tutto. La pm Marzia Sabella, che insieme al procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone e al sostituto Michele Prestipino coordinava l'indagine, lo racconta partendo da lì: «Entrando nel casolare fu come trovare la materializzazione del nostro fascicolo d'indagine. C'era tutto quello che avevamo ricostruito minuziosamente in quei quattro anni di lavoro». È la conferma di un lavoro paziente. E lì dentro c'è il mondo di "Binu", ricomposto davanti agli occhi di chi lo ha inseguito per anni: la cicoria, il miele, la Bibbia, la macchina da scrivere e centinaia di pizzini. E poi c'è l'uomo. «Ho visto una persona che non mi restituiva l'immagine del capo di Cosa nostra a cui tante volte avevo pensato», dice Sabella, che aggiunge: «Aveva una faccia troppo spaventata per lo sgomento del blitz e, soprattutto, di avere lasciato improvvidamente un archivio di biglietti che consegnavano alla magistratura la mappa aggiornata dei capimafia siciliani e degli affari più importanti».
La prima frase: “Voi non sapete cosa state facendo”
In quella stanza si consuma una frattura tra il potere costruito nel silenzio e la fragilità che emerge all'improvviso: prima la frase minacciosa, «voi non sapete cosa state facendo», poi la richiesta quasi timida del boss di recuperare i farmaci.
Due registri che si sovrappongono e non si ricompongono più. «La dicotomia proseguì con le perquisizioni, rovistavamo tra utensili rozzi e costosi maglioni di cachemire», ricorda Sabella, la quale continuò negli anni seguenti con i suoi colleghi ad indagare su quanto trovato nel covo.
È ancora vivo il ricordo di quella mattina dell'11 aprile 2006, mentre l'Italia è sospesa nel testa a testa elettorale tra Berlusconi e Prodi, Provenzano smette di essere un'ombra. Ma soprattutto diventa un risultato che arriva da lontano, come afferma Giuseppe Pignatone: «Per me, per Michele Prestipino e Marzia Sabella, per i poliziotti guidati da Renato Cortese la cattura di Provenzano è stata una soddisfazione enorme, frutto di anni di lavoro, di sacrifici e anche di fallimenti, nostri e di tanti altri prima di noi». Non c'è solo il successo finale, ma il percorso che lo rende possibile. «Un grande successo dello Stato» ribatte Pignatone e aggiunge: «La dimostrazione, con i fatti, che non c'erano intoccabili».
La caccia durata anni
È questo il punto che segna la differenza. Non solo aver preso il capo di Cosa nostra, ma aver dimostrato che poteva essere preso. E in quella stessa giornata si affaccia anche un'altra consapevolezza di cui parla il procuratore: «La speranza, almeno in parte realizzatasi, che quell'arresto segnasse un momento importante per il contrasto alla mafia non solo per le indagini e i processi, ma per tutta la società siciliana». Non è un effetto immediato, ma un cambio di prospettiva.
Il poliziotto, oggi prefetto, Renato Cortese, che quella caccia l'ha guidata per anni, subito dopo il blitz disse: «Io ed i miei uomini eravamo certi che si nascondesse lì ma avevamo anche paura di fallire come tante altre volte». E poi: «Quando me lo sono visto davanti anche se l'ultima foto segnaletica risaliva al 1966, era come se lo conoscessi da tempo».
Cortese, poliziotto rigoroso e servitore dello Stato, allora aveva una folta barba scura e inseguiva Binu dal 1998 da quando era alla Squadra mobile di Palermo. Di latitanti ne ha catturati molti: Brusca, Spera, Aglieri, Spatuzza li ha presi con i suoi uomini. E con Cortese nasce il "Gruppo Duomo", una squadra di poliziotti costruita per arrestare "Binu".
Ventisei agenti fra donne e uomini, un obiettivo unico, non intercettare il sistema nel suo movimento, ma fermarlo nel suo punto più fragile: la famiglia. Perché un uomo di settant'anni, rifugiato nella masseria dopo che un centinaio dei suoi riferimenti più fidati erano finiti in cella, non può che tornare dove il controllo è massimo e il rischio sembra minore, a Corleone. Il dispositivo è essenziale. Microcamere, pedinamenti, analisi dei comportamenti. Non c'è spazio per l'approssimazione. Di quella mattina alla masseria il ricordo è quello del profumo dell'erba fresca bagnata e poi di un uomo dalla pelle bianca e liscia seduto accanto a una macchina da scrivere, e il suo sguardo iniettato di sangue.
L’inizio di una nuova stagione investigativa
Ed è lì che questo arresto cambia significato. Perché non è solo la fine della latitanza, ma l'inizio di un'altra stagione investigativa. Lo racconta Marzia Sabella: «La cattura segnò la fine di un'indagine ma anche l'apertura di tante altre inchieste in cui ogni parola di quei pizzini divenne una sentenza di condanna». Provenzano in manette segna una rottura che va oltre la figura del boss, non cancella Cosa nostra, ma ne interrompe la continuità. La leadership corleonese perde il suo potere, la capacità di orientare strategie e conflitti che aveva segnato decenni di storia. Sabella lo sintetizza così: dopo Provenzano e Riina «Cosa nostra si è rimessa a figure di second'ordine, non più vestali di un'entità storica e potente, ma dozzinali amministratori di condominio».
Eppure, fino alla fine, "Binu" resta «iddu, lui, il capo». Lo spiega bene Pignatone: «Come hanno dimostrato gli avvenimenti e i processi degli anni successivi, la cattura di Provenzano ha segnato la fine di Cosa nostra corleonese, la mafia delle stragi e dell'attacco allo Stato, responsabile di centinaia di omicidi, tra cui quelli di tanti, troppi, uomini delle Istituzioni». Vent'anni dopo, quel casolare segna una frattura.
Non la fine della mafia, ma la fine di un equilibrio e la sconfitta dei corleonesi stragisti. Da allora Cosa nostra non ha più trovato un capo capace di tenere insieme comando e silenzio, e si muove ancora alla ricerca di una guida che non è più riuscita a ricostruire. Di quel giorno restano le testimonianze di chi c'era, e le inchieste che da lì sono ripartite.