Il sorriso scanzonato è lo stesso, l’anima nerd pure. Ma nella sua versione da Peter Parker, Mattia Villardita, classe 1993, fa l’impiegato portuale a Vado Ligure. È solo tra le corsie degli ospedali pediatrici che diventa Spiderman, anche se la parola supereroe non gli piace affatto: «Sono un volontario. Ognuno di noi può aggiungere un pezzetto al mondo» E così, negli stessi reparti in cui ha trascorso metà della sua vita per una malformazione congenita, torna quando può per regalare momenti d’evasione ai bimbi in cura. Nel frattempo è stato nominato cavaliere della Repubblica, ha incontrato il Papa, scritto due libri con Salani e la sua storia è arrivata fino a Hollywood: Tom Holland in persona, attuale interprete cinematografico della saga, lo ha scelto come ambasciatore italiano per il lancio del film Spiderman Brand New Day.
Dalla corsia al cinema.
«Fatico a gestire emozioni di questo tipo. Sono stato a Roma per gi…
Il sorriso scanzonato è lo stesso, l’anima nerd pure. Ma nella sua versione da Peter Parker, Mattia Villardita, classe 1993, fa l’impiegato portuale a Vado Ligure. È solo tra le corsie degli ospedali pediatrici che diventa Spiderman, anche se la parola supereroe non gli piace affatto: «Sono un volontario. Ognuno di noi può aggiungere un pezzetto al mondo» E così, negli stessi reparti in cui ha trascorso metà della sua vita per una malformazione congenita, torna quando può per regalare momenti d’evasione ai bimbi in cura. Nel frattempo è stato nominato cavaliere della Repubblica, ha incontrato il Papa, scritto due libri con Salani e la sua storia è arrivata fino a Hollywood: Tom Holland in persona, attuale interprete cinematografico della saga, lo ha scelto come ambasciatore italiano per il lancio del film Spiderman Brand New Day.
Dalla corsia al cinema.
«Fatico a gestire emozioni di questo tipo. Sono stato a Roma per girare il lancio del trailer e solo alla fine ho realizzato: è una cosa enorme. Ora spero mi invitino alla prima a New York».
Holland le ha mandato un video di ringraziamento: «Diffondi gioia», le ha detto.
«Un regalo inaspettato. Anche se da Millennial resto legato a Tobey Maguire (ride, ndr.)».
La fama è un obiettivo?
«Non lo faccio per arrivare ad altro. Potrei trasformarmi in un prodotto commerciale, ma sui miei social non vedrete mai sponsorizzazioni da influencer. Non intendo usare il vissuto dei bambini, mi piace restare un messaggio di speranza».
Perché la speranza ha le sembianze di Spiderman?
«La prima volta che ho messo piede in un ospedale avevo sette anni: un'appendicite con complicazioni, mi stava uccidendo. Mi ricoverarono per 40 giorni. Ricordo gli amici, un cd di Vasco e un fumetto di Spiderman regalato dal nonno. E guardando fuori dalla finestra immaginavo che il mio supereroe preferito venisse a salvarmi».
Quante volte è tornato da paziente?
«Lo sono ancora. Ho una malformazione alla gamba e una neuropatia al braccio. Quando il dolore diventa insopportabile finisco sotto i ferri per sistemare quel che si può. Ho dovuto abbandonare tanti sogni: fare il militare come papà, il portiere, lo stuntman. Alla fine ne ho realizzato un altro».
Come?
«Dieci anni fa comprai un costume, lo volevo nel cassetto. Quando lo provai mi tornò in mente quel Mattia bambino. Fino ad allora la mia vita era stata solo lavoro, palestra, casa. Sentivo che mancava qualcosa, così decisi di tornare nei posti che mi avevano aiutato. Ogni volta è come la prima».
E la vera prima volta?
«Il 14 dicembre 2017. Andai dall’attuale primario del Gaslini di Savona, dove avevo iniziato il mio percorso ospedaliero, e dissi: «Vorrei regalare un pc, ma fatemelo portare vestito da Spiderman». Mi guardò come se fossi pazzo, ma si fidò. Oggi è un secondo papà. I visi di quel giorno li ricorderò sempre: capii che il regalo ero io, che dovevo dedicare il mio tempo. I bambini sono poco esigenti».
Cosa chiedono?
«Le stesse cose di quelli sani: capriole, giochi, abbracci. Ma bisogna essere aggiornati sul personaggio: se non sai rispondere a una domanda crolla tutto. Con i più grandi è diverso».
Che cambia?
«Sono consapevoli della malattia. Posso solo sedermi accanto, chiacchierare, chiedere quali sono i loro sogni. Non c’è una formula, faccio quello che avrei voluto per me».
E al dolore ci si può preparare?
«In casa sono pieno di cimeli di chi non c’è più: Ettore, Matteo, Giorgia e altri con cui ho vissuto momenti bellissimi. Ma cerco di pensare al percorso come una luce per chi resta, genitori inclus. Anche loro spesso trasformano il dolore in bellezza: c’è chi crea un’associazione, chi come Maura è diventato volontario in corsia dopo aver perso il figlio».
Capita di rimanere in contatto?
«A volte nascono amicizie. Domani andrò alla cresima Gabriele: l’ho conosciuto quando aveva nove anni, oggi ne ha 13 e mi ha chiesto di fargli da padrino».
Quanti bambini incontra ogni anno?
«Circa duemila in una trentina ospedali. La sera rientro a casa, rimetto il costume e registro video per quelli lontani».
E con il lavoro?
«Mi organizzo tra ferie, permessi e giornate “extra” concesse dalla ditta. Un terzo dello stipendio va agli spostamenti, l’alloggio lo offrono spesso le famiglie. E per i miei trent’anni mi sono regalato un anno di aspettativa: ho viaggiato tra Giappone, Tanzania, Francia. Volevo vedere quanto lontano poteva arrivare questo messaggio. So a malapena l’inglese, ma l’abbraccio è universale. E poi Spiderman non invecchia mai».
E lei?
«Senza nulla togliere a Spiderman, ma la vita più pesante la fa Mattia. In quel costume bisogna entrarci ogni giorno e io sono sotto riabilitazione continua. Un domani, quando non potrò più farlo, vorrei formare gli altri al volontariato».