Padova, l’ex campo di concentramento fascista potrebbe ora diventare un polo culturale
dal nostro inviato Paolo BerizziPADOVA – L’ex campo di concentramento di Padova non verrà raso al suolo. Di certo, non sarà completamente abbattuto: una parte sarà mantenuta e, proprio per tutelare la Memoria storica del luogo, l’area interessata – più di 25 ettari, circa 70mila metri cubi di edifici – potrebbe veder nascere un polo culturale, magari europeo, che ne racconti la storia: quella drammatica di migliaia di civili slavi - sloveni e croati - rastrellati durante la Seconda guerra mondiale, tra il 1941 e il 1943, dal regio esercito italiano e internati dunque dal fascismo nel campo di Chiesanuova.
Dopo che “Repubblica” nei giorni scorsi ha raccontato il caso; dopo le proteste di Anpi e Aned sul “rischio di una cancellazione della memoria” a cui si sono aggiunte anche quelle di associazioni della ex Jugoslavia impegnate sul tema del ricordo delle popolazioni internate dagli italiani, il Comune di Padova, adesso, è pronto a rivedere il progetto di riqualificazione dell’ex campo di concentramento, un tempo case…
PADOVA – L’ex campo di concentramento di Padova non verrà raso al suolo. Di certo, non sarà completamente abbattuto: una parte sarà mantenuta e, proprio per tutelare la Memoria storica del luogo, l’area interessata – più di 25 ettari, circa 70mila metri cubi di edifici – potrebbe veder nascere un polo culturale, magari europeo, che ne racconti la storia: quella drammatica di migliaia di civili slavi - sloveni e croati - rastrellati durante la Seconda guerra mondiale, tra il 1941 e il 1943, dal regio esercito italiano e internati dunque dal fascismo nel campo di Chiesanuova.
Dopo che “Repubblica” nei giorni scorsi ha raccontato il caso; dopo le proteste di Anpi e Aned sul “rischio di una cancellazione della memoria” a cui si sono aggiunte anche quelle di associazioni della ex Jugoslavia impegnate sul tema del ricordo delle popolazioni internate dagli italiani, il Comune di Padova, adesso, è pronto a rivedere il progetto di riqualificazione dell’ex campo di concentramento, un tempo caserma “Mario Romagnoli”.
L’altro giorno il sindaco dem patavino Sergio Giordani ha effettuato un sopralluogo insieme a tre assessori - Antonio Bressa, Andrea Colasio e Cristina Piva - per definire i dettagli del parco che sorgerà sull’area e la parte relativa alla tutela della memoria storica. Con il gruppo di amministratori c’erano anche i tecnici del fondo immobiliare che è diventato proprietario dell’area, acquisendola da Invimit SGR, la società del Ministero dell’Economia e delle Finanze che gestisce il risparmio e si occupa di valorizzazione e rigenerazione del patrimonio immobiliare pubblico. La vicenda della “riqualificazione immobiliare” dell’ex campo di internamento – molti continuano a chiamarla semplicemente “caserma Romagnoli”, forse proprio per non risvegliare nell’immaginario comune i fantasmi degli orrori di un pezzo di storia italiana – come è noto vede il Comune impegnato a realizzare nell’area un parco, compensando l’operazione di ampliamento dell’Hub Alì a Granze di Camin.
Ma non di sola area verde è fatta, purtroppo, la nuova destinazione di questo che stato un luogo si sofferenze e atrocità: una parte dell’area – secondo l’amministrazione padovana il 15% - sarà destinato a nuove edificazioni, appartamenti, housing sociale, uno studentato e negozi. I timori legati al cantiere riguardano proprio la preservazione della memoria di un luogo dove il fascismo internava civili: migliaia, di cui un centinaio morti proprio nei sei fabbricati in muratura (dette “casermette”) e nei dieci locali minori che vi sorgono. “Così si cancellano la storia e la memoria, e si rischia di tenere in vita il mito degli ‘italiani brava gente’”, avevano protestato Anpi e Aned dopo che il nostro giornale ha reso pubblico il pasticcio del “lager housing”, per usare un’espressione provocatoria ma certamente efficace per descrivere i lavori in corso. La replica del Comune di Padova era stata rassicurante: “Il nostro impegno a preservare la memoria storica di questo luogo è fuori discussione.
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Il progetto – allo stato - prevede la conservazione di almeno un edificio originale (su 16 in tutto), di una porzione del muro di cinta e la creazione di uno spazio espositivo dedicato anche alla figura di padre Placido Cortese, il frate che soccorse i prigionieri. Questo, al momento. Ma da quanto trapela da fonti amministrative il progetto del Comune sull’area di Chiesanuova sarebbe ancora in fieri: alla luce delle polemiche e delle recenti proteste che si sono levate da Anpi, Aned e associazioni slave per la tutela della memoria, chi segue la “riqualificazione immobiliare” potrebbe rimettere mano ai piani originari per implementare gli interventi finalizzati proprio a preservare il valore storico. Voci parlano di richieste giunte informalmente in Comune nelle quali si ribadisce la necessità di mantenere intatto il 50% degli edifici, e possibilmente di non abbattere le quattro torrette un tempo destinate ai militari di guardia sugli angoli dell’area che confina con il parco Raciti, uno dei polmoni verdi di Padova.
Proprio quelle garitte richiamano quelle di Auschwitz e di Mauthausen: sono ancora lì, a delimitare i lati del muro perimetrale alto quattro metri che racchiude l’area. Se fosse demolito un campo di concentramento in qualunque altro Paese europeo – Germania, Polonia, Austria - per costruire appartamenti e altro, cadrebbe il governo: di qualunque segno politico. In Italia sta – o meglio, stava - succedendo nel silenzio quasi generale. Dopo il parziale “ripensamento” del Comune, Anpi e Aned controlleranno se alle parole seguiranno effettivamente i fatti. “Un campo di concentramento fascista non può e non deve essere demolito”, dicono. E men che meno può e deve accadere a Padova, unica città italiana a poter vantare un’università insignita della Medaglia d’oro al valor militare per la Resistenza.