L’astronauta Paolo Nespoli: “Al rientro dallo spazio ci si sente come sotto a uno schiacciasassi”
di Elena Dusi“Breve o lunga che sia, una missione spaziale ti lascia sempre distrutto. Io poi, essendo tra gli astronauti più alti, ho sempre sofferto i rientri più degli altri”. Paolo Nespoli, dell’Agenzia Spaziale Italiana e dell’Agenzia Spaziale Europea, 67 anni per un metro e 88, ha volato per 15 giorni sullo Space Shuttle nel 2007 e per 159 giorni sulla Stazione Spaziale Internazionale tra il 2010 e il 2011.
La missione Artemis II è durata dieci giorni. Bastano per sentire il mal di Terra al rientro?
“Io sono stato male in entrambi i casi. Certo, dopo la missione breve mi è bastata una buona dormita per rimettermi in piedi, mentre dopo i cinque mesi e mezzo c’è voluta una settimana per riprendere a camminare come un ubriaco. Nell’immediato però la sensazione di essere finito sotto a uno schiacciasassi è stata identica”.
Ci racconta il primo rientro?
“Subito dopo l’atterraggio la Nasa prevedeva una passeggiata attorno allo Shuttle, astronauti e giornalisti, per raccontare i punti salienti dell…
“Breve o lunga che sia, una missione spaziale ti lascia sempre distrutto. Io poi, essendo tra gli astronauti più alti, ho sempre sofferto i rientri più degli altri”. Paolo Nespoli, dell’Agenzia Spaziale Italiana e dell’Agenzia Spaziale Europea, 67 anni per un metro e 88, ha volato per 15 giorni sullo Space Shuttle nel 2007 e per 159 giorni sulla Stazione Spaziale Internazionale tra il 2010 e il 2011.
La missione Artemis II è durata dieci giorni. Bastano per sentire il mal di Terra al rientro?
“Io sono stato male in entrambi i casi. Certo, dopo la missione breve mi è bastata una buona dormita per rimettermi in piedi, mentre dopo i cinque mesi e mezzo c’è voluta una settimana per riprendere a camminare come un ubriaco. Nell’immediato però la sensazione di essere finito sotto a uno schiacciasassi è stata identica”.
Ci racconta il primo rientro?
“Subito dopo l’atterraggio la Nasa prevedeva una passeggiata attorno allo Shuttle, astronauti e giornalisti, per raccontare i punti salienti della missione. I miei sei colleghi stavano abbastanza bene. Si sono tolti la tuta da viaggio e hanno messo quella blu comoda. Erano un po’ instabili ma riuscivano a camminare, mentre io sentivo che non ce l’avrei mai fatta. Mi hanno aspettato per un’oretta, poi sono andati senza di me. Mia madre era in Italia e non vedendomi si è preoccupata moltissimo. Mi sono fatto portare un telefono per chiamarla. Rassicurarla non è stato facile”.
Come si sentiva?
“Ero molto disidratato. Mi hanno attaccato una flebo e non finivano più di iniettare liquidi e sale. C’è voluto un litro e mezzo in tutto”.
Perché disidratato?
“In assenza di gravità aumenta l’afflusso di sangue al cervello, che reagisce ordinando l’espulsione dei liquidi per far abbassare la pressione. Per questo nelle prime ore di missione si va spessissimo in bagno. Al rientro, per far tornare alti i liquidi nel corpo, gli astronauti devono bere molta acqua e sale, ma a me evidentemente non è bastato. Essendo alto, la distanza tra petto e testa è maggiore e il cuore deve faticare di più per spingere il sangue al cervello”.
Come si sentiva poi?
“Pesante, pesantissimo. Ogni movimento era fatica e dolore. Il sistema vestibolare che sulla Terra ci mantiene in equilibrio era completamente disabituato alla gravità. Anche il minimo spostamento della testa mi faceva girare tutto. Di alzarmi, per il primo giorno, non se ne è parlato. I miei colleghi che avevano voglia di pizza invece sono usciti la sera stessa. Io sono stato sistemato in un ostello per astronauti a Cape Canaveral e finalmente ho capito perché c’erano mancorrenti ovunque. Ricordo che volevo fare una doccia e sono rimasto sempre aggrappato alle maniglie, sicuro che sarei crollato e mi sarei fatto male. Dal giorno successivo invece mi sono sentito rifiorire”.
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Non per tutti la reazione è uguale?
“Ero di turno a Cape Canaveral all’atterraggio di uno Shuttle e dovevo aiutare i colleghi. Sei astronauti a bordo avevano fatto una missione di breve durata, uno di lunga. Era stato sulla Stazione Spaziale vari mesi, ma fu il primo a saltare fuori. Dovetti raccomandargli di fare piano, perché i muscoli indeboliti dall’assenza di gravità rischiano di staccarsi dalle ossa. Non a caso era uno dei più piccoli, fra gli astronauti della Nasa. E anche lui come prima uscita è andato a mangiare la pizza”.
Dopo la missione più lunga invece?
“Ci vuole più tempo per riprendersi. Una delle prime camminate l’ho fatta verso la palestra di Cape Canaveral. Erano poche centinaia di metri, ma bisognava attraversare un ponticello molto piccolo senza parapetti. Non ce la farò mai, mi sono detto. Invece non so come sono riuscito ad arrivare dall’altra parte senza finire in acqua”.