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Asili nido, in Italia solo 32 bambini su 100 possono accedervi. Escluse le famiglie più fragili

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I dati raccolti dal rapporto della Fondazione Agnelli non lasciano dubbi: più aumenta la partecipazione complessiva ai servizi educativi per la fascia 0-3 anni, più si allarga il solco tra chi può permetterseli e chi no
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In vent’anni, l’Italia ha quasi raddoppiato il numero di bambini che frequentano l’asilo nido. Un traguardo che suona come un progresso, e in parte lo è. Ma dentro quella cifra si nasconde una contraddizione che la Fondazione Agnelli ha messo in luce con i dati di una nuova ricerca comparativa: più aumenta la partecipazione complessiva ai servizi educativi per la fascia 0-3 anni, più si allarga il solco tra chi può permetterseli e chi no.

Il dato è netto. Nel 2005-2006, quando poco meno di un bambino su quattro frequentava il nido, la differenza di partecipazione tra le famiglie con un reddito più alto e quelle in svantaggio economico e lavorativo era di 7,5 punti percentuali. Nel 2023-2024, con circa 35 bambini su 100 iscritti a un servizio per l'infanzia, quel divario è salito a 19 punti. In sostanza, la crescita del sistema ha avvantaggiato soprattutto chi già lo era.

È questo il cuore del rapporto Partire bene: i sistemi educativi per l'infanzia in Italia e in Europa, primo risult…

In vent’anni, l’Italia ha quasi raddoppiato il numero di bambini che frequentano l’asilo nido. Un traguardo che suona come un progresso, e in parte lo è. Ma dentro quella cifra si nasconde una contraddizione che la Fondazione Agnelli ha messo in luce con i dati di una nuova ricerca comparativa: più aumenta la partecipazione complessiva ai servizi educativi per la fascia 0-3 anni, più si allarga il solco tra chi può permetterseli e chi no.

Il dato è netto. Nel 2005-2006, quando poco meno di un bambino su quattro frequentava il nido, la differenza di partecipazione tra le famiglie con un reddito più alto e quelle in svantaggio economico e lavorativo era di 7,5 punti percentuali. Nel 2023-2024, con circa 35 bambini su 100 iscritti a un servizio per l'infanzia, quel divario è salito a 19 punti. In sostanza, la crescita del sistema ha avvantaggiato soprattutto chi già lo era.

È questo il cuore del rapporto Partire bene: i sistemi educativi per l'infanzia in Italia e in Europa, primo risultato del programma pluriennale Zero Sei della Fondazione Agnelli. La ricerca, coordinata da Francesca Bastagli (Responsabile per la Ricerca della Fondazione) ed Emmanuele Pavolini (professore di Sociologia Economica all'Università degli Studi di Milano), ha messo a confronto cinque sistemi nazionali - Francia, Germania, Inghilterra, Spagna e Italia - analizzando copertura, equità di accesso e qualità dei servizi. Il quadro che ne emerge è complesso. Nessun Paese può vantare un modello da imitare tout court. Al contrario, ogni sistema ha i propri punti di forza e le proprie contraddizioni.

Un sistema che esclude chi ne ha più bisogno

Il problema italiano non è solo quantitativo. L'Italia è il Paese con la minore offerta di posti tra i cinque analizzati: circa 32 ogni 100 bambini sotto i 3 anni, con lunghe liste d'attesa negli asili nido pubblici. L'obiettivo fissato dall'Unione Europea per il 2030 - almeno il 45% di partecipazione - è ancora lontano: i dati EU-SILC collocano l'Italia al 35,5% per il 2025, contro il 60% della Francia e il 55% circa della Spagna.

Ma il punto critico, sottolinea la ricerca, non riguarda solo i posti disponibili. Riguarda le regole che decidono chi può accedervi. In Italia, i criteri di ammissione agli asili nido sono prevalentemente orientati alla conciliazione tra lavoro e cura. Il lavoro di entrambi i genitori viene considerato dal 94% dei Comuni come criterio d'accesso, e quasi la metà gli assegna il punteggio massimo. Un sistema pensato, di fatto, per le famiglie con doppio reddito stabile, che penalizza proprio quelle in situazione di precarietà lavorativa, fragilità sociale o con retroterra migratorio.

A questo si aggiungono le barriere economiche. Mentre la scuola dell'infanzia (dai 3 ai 6 anni) è sostanzialmente gratuita, le rette degli asili nido possono essere molto elevate, in particolare nei servizi privati, molto diffusi nel Paese e con un peso relativo ancora più grande al Sud. Il Bonus Asilo Nido ha rappresentato un passo avanti rispetto alle misure precedenti, ma il meccanismo che obbliga le famiglie ad anticipare la retta e attendere il rimborso continua a funzionare come deterrente per i redditi più bassi.

C'è poi un vuoto strutturale che la ricerca definisce "il più ampio tra i Paesi considerati": il gap temporale tra la fine del congedo parentale e la garanzia di un posto al nido. In Italia non esiste un diritto legale all'accesso ai servizi educativi prima della scuola primaria. Questo significa che molte famiglie si trovano in un limbo, senza tutele né certezze.

Il nodo della qualità

Accanto all'equità, la ricerca individua un secondo asse critico: la qualità dei servizi, che può contribuire a rafforzare le competenze cognitive, relazionali e sociali dei bambini, soprattutto se provenienti da situazioni di svantaggio. Su questo fronte l'Italia sconta un problema che accomuna tutti i Paesi analizzati, la carenza di personale educativo, ma con alcune specificità preoccupanti.

Il reclutamento di educatori qualificati è sempre più difficile: le retribuzioni sono inferiori a quelle degli altri comparti dell'istruzione, le condizioni di lavoro meno attrattive, e le qualifiche richieste si sono nel frattempo alzate. Se i nuovi posti creati grazie al Pnrr non saranno accompagnati da un'adeguata crescita del personale, si stima che nei prossimi anni saranno necessari almeno 25.000 nuovi educatori. Il rischio è di espandere un sistema svuotato di qualità.

A questo si aggiunge la debolezza del sistema di monitoraggio. In Italia, la valutazione dei servizi si concentra quasi esclusivamente sugli aspetti strutturali (il rapporto numerico tra educatori e bambini, gli spazi), trascurando la qualità del processo educativo. Senza misurazione, non c'è miglioramento possibile. «Per aumentare la partecipazione dei bambini e ridurre le disuguaglianze l’espansione dei posti non è sufficiente», spiega Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli. «Occorrono politiche rivolte ai criteri di accesso ai servizi, alla riduzione del gap fra congedo parentale e garanzia del posto, alla riduzione delle rette per le famiglie a più basso reddito, a meccanismi di monitoraggio e valutazione costanti». Oltre a una strategia nazionale per il personale educativo. Un’agenda ambiziosa, in un Paese che ha ancora la possibilità di usare il Pnrr come leva. A condizione di non sprecarla.

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