Ma sì, la vita è un cerchio. A maggior ragione per un testaccino come lui, Raffaele Pernasetti, “er palletta”. E quando ieri, infagottato in un Moncler, gli hanno rimesso le manette a 75 anni suonati deve averci pensato anche lui che forse era scritto che un pezzo di storia, la sua e quella di Roma, se ne dovesse bella che andare esattamente dove era cominciata ’n botto d’anni fa, come direbbe lui. A Testaccio.
In quel quartiere che, accovacciato tra l’Aventino, il Tevere, il monte dei cocci, l’ex mattatoio e la piramide Cestia, di Roma è l’ombelico. O il cuore, se si preferisce. Dove era nato cinque giorni prima del Natale del ’50, dove gli avevano appiccicato quel soprannome, “palletta”, per via di un fisico e un ovale del viso allenati a cacio e pepe. E da dove, tolti gli anni passati “a bottega” per concorso in omicidio, traffico di stupefacenti, associazione a delinquere — dall’ottobre 2002 al giugno 2016, tra semilibertà e indulti — non se ne era mai andato. Lasciando la sua res…
Ma sì, la vita è un cerchio. A maggior ragione per un testaccino come lui, Raffaele Pernasetti, “er palletta”. E quando ieri, infagottato in un Moncler, gli hanno rimesso le manette a 75 anni suonati deve averci pensato anche lui che forse era scritto che un pezzo di storia, la sua e quella di Roma, se ne dovesse bella che andare esattamente dove era cominciata ’n botto d’anni fa, come direbbe lui. A Testaccio.
In quel quartiere che, accovacciato tra l’Aventino, il Tevere, il monte dei cocci, l’ex mattatoio e la piramide Cestia, di Roma è l’ombelico. O il cuore, se si preferisce. Dove era nato cinque giorni prima del Natale del ’50, dove gli avevano appiccicato quel soprannome, “palletta”, per via di un fisico e un ovale del viso allenati a cacio e pepe. E da dove, tolti gli anni passati “a bottega” per concorso in omicidio, traffico di stupefacenti, associazione a delinquere — dall’ottobre 2002 al giugno 2016, tra semilibertà e indulti — non se ne era mai andato. Lasciando la sua residenza al civico 45 di via Alessandro Volta, a un centinaio di metri dal mercato oggi coperto, in uno degli storici condomini degli anni ’20 dell’Istituto autonomo case popolari, quelli dai grandi cortili e le luci delle case che, come dice la canzone, di notte sembrano tanti occhi e che oggi il mercato immobiliare si litiga a 5 mila euro a metro quadro.
Il quartiere dove per qualche ragione la storia della città ha scritto pagine diversamente indelebili: le rivolte della antica plebe, le bonifiche piemontesi che la liberarono dalla malaria, l’entrata delle colonne alleate il 4 giugno del ’44 e, naturalmente, nell’anno di grazia 1977, la Banda. La sua. Quella cui si era unito da ragazzo. Che avremmo chiamato della Magliana. Ma che aveva la “batteria” più solida, feroce, influente e visionaria proprio qui, a Testaccio. Quella che un bagno di sangue avrebbe incoronato vincente e alleata alla Cosa Nostra di Pippo Calò. La Banda di Franco Giuseppucci “er fornaretto”, Ettore Maragnoli, Danilo Abbruciati e, naturalmente, del suo indiscusso capo, Enrico De Pedis, detto “Renatino”, di cui “er palletta” era stato una fedele ombra. E che Roma se la sarebbe presa per davvero. Consegnandolo, insieme agli altri — gli ancora vivi, pochi, e i morti, molti — a un’epica criminale di imperitura fama. Che con licenza poetica lo avrebbe trasformato, in quel Romanzo criminale poi diventato film e serie tv, da “palletta” in “botola”, per il volto di Marco Conidi.
Ma “er palletta” non era tipo da finire imbalsamato in qualche biblioteca o video-libreria streaming. Perché una cosa aveva imparato da “Renatino”: la forza di ricatto che il peso delle relazioni, a maggior ragione se inconfessabili, in una città di potere come Roma, può garantire per generazioni. Quella che, negli anni ’80, aveva reso la Banda un’agenzia del crimine in grado di lavorare in outsourcing per lo Ior di Marcinkus, i servizi segreti deviati, l’estremismo neofascista, la corrente andreottiana della Democrazia cristiana. Che avrebbe guadagnato a Enrico De Pedis una “sacra” sepoltura in santa Maria Apollinare per la sua esistenza da “benefattore”. E che, non a caso, invariabilmente, inevitabilmente, avrebbe visto la Banda, i suoi uomini, riaffiorare a decenni di distanza dalla sua conclamata fine criminale ogni qual volta si fosse tornato a frugare tra le pagine strappate della nostra storia di fine secolo. Dal sequestro Moro all’omicidio Calvi e, da ultimo, alla scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori per la quale, guardate un po’, il nostro “palletta” era presto atteso a testimoniare di fronte alla commissione parlamentare di inchiesta.
Già, il “mondo di mezzo” non lo aveva certo inventato Massimo Carminati. Ci era cresciuto. Come “palletta”. Come tutti quelli della Banda. E oggi sappiamo che sia l’uno che l’altro da lì avevano ricominciato. Dall’eternità e la forza che a Roma quel mondo di relazioni assicura. Rendendolo impermeabile al tempo che passa. Uno, Carminati, riceveva a un distributore Eni in corso Francia e si era messo in testa di sedersi a capotavola con la politica cittadina. L’altro, Pernasetti, era ripartito da quello che conosceva meglio, che aveva coperto d’oro la Banda e che da sempre rende di più: la droga. E per questo aveva trasformato “Oio a casa mia”, il ristorante di via Galvani ai piedi del monte dei cocci, che era stato del fratello Alvaro e dove aveva fatto il cuoco da semi-libero per cinque anni fino al 2016, nel suo ufficio da broker di hashish e cocaina. Quando non c’era, le chiamate di affari le prendeva e gliele girava la nipote tra un’ordinazione e l’altra. E lui vendeva. A chili. Mai meno di 5 a settimana, e con pagamenti anticipati in contanti. A chiunque fosse in grado di pagarli. Persino a cartelli concorrenti tra loro. Fosse la ‘ndrangheta di Platì, piuttosto che il cartello albanese che faceva capo a “Diabolik” e al re della Camorra Senese. Perché lui era lui. E a Roma tutti lo sapevano. Anche se cominciava a non riconoscerla più la città.
E leggendo oggi le trascrizioni delle intercettazioni ambientali dell’inchiesta che lo ha riportato in carcere, pare di vederlo quanto e più che in una serie tv, mentre nell’abitacolo della sua Smart smadonna per «la monnezza che gira», per certe mezze tacche con trenta o quarant’anni meno di lui cui ricorda come si sta al mondo quando ballano «cento chili di fumo»: «Lui non può fare come cazzo gli pare…Dici che è forte… che è forte...ma che forte al cazzo! Devi venire a raccontare le favole a me? A me viene a raccontare le favole? Mo lunedì... mo lunedì... mo lunedì lo tratto male te lo dico subito eh... sennò te ne vai a fanculo gli dico». Non sapeva e non immaginava che ci stava finendo lui.