“Io prosciolto per avere portato mia mamma a morire all’estero ma la sua fine resta un’ingiustizia”
di Maria Novella De Luca«Il dolore per la morte di mia madre non passerà mai, adesso però mi sento più leggero. Per due anni e mezzo ho vissuto con quell’accusa di aiuto al suicidio sulla testa e il rischio di una pena fino a 12 anni di carcere. Ora che tutto è stato archiviato mi resta l’amarezza più grande: mia madre Sibilla Barbieri avrebbe avuto il diritto di finire i suoi giorni in Italia, invece è stata costretta all’esilio della morte». Accanto a Sibilla, portata via da un cancro a 58 anni il 31 ottobre del 2023, in quel viaggio a Zurigo verso il suicidio assistito, c’era lui, Vittorio Parpaglioni, il figlio maggiore che oggi di anni ne ha 27. Tornato in Italia Vittorio si era poi autodenunciato, insieme a Marco Cappato e Marco Perduca.
Vittorio, ci spieghi la sua amarezza.
«Nulla può cancellare quello che mia madre ha patito mentre la nostra Asl le negava il diritto di morire in casa tra i suoi affetti. Asl che noi abbiamo denunciato per tortura. Sibilla aveva tutti i requisiti previsti dalla Corte C…
«Il dolore per la morte di mia madre non passerà mai, adesso però mi sento più leggero. Per due anni e mezzo ho vissuto con quell’accusa di aiuto al suicidio sulla testa e il rischio di una pena fino a 12 anni di carcere. Ora che tutto è stato archiviato mi resta l’amarezza più grande: mia madre Sibilla Barbieri avrebbe avuto il diritto di finire i suoi giorni in Italia, invece è stata costretta all’esilio della morte». Accanto a Sibilla, portata via da un cancro a 58 anni il 31 ottobre del 2023, in quel viaggio a Zurigo verso il suicidio assistito, c’era lui, Vittorio Parpaglioni, il figlio maggiore che oggi di anni ne ha 27. Tornato in Italia Vittorio si era poi autodenunciato, insieme a Marco Cappato e Marco Perduca.
Vittorio, ci spieghi la sua amarezza.
«Nulla può cancellare quello che mia madre ha patito mentre la nostra Asl le negava il diritto di morire in casa tra i suoi affetti. Asl che noi abbiamo denunciato per tortura. Sibilla aveva tutti i requisiti previsti dalla Corte Costituzionale per ottenere il suicidio assistito in Italia. Però era una malata oncologica e le sue cure terminali, incredibilmente, non sono state considerate tra le condizioni per le quali è consentita, in Italia, la morte assistita».
Invece adesso il tribunale di Roma con l’archivazione - ed è un fatto importante - ha recepito una nuova sentenza della Consulta del 2024 secondo la quale anche le cure di Sibilla rientravano in quelle condizioni.
«Non sono un giurista ma è evidente che tutto questo ci dimostra l’ingiustizia subita da mia madre. Sibilla alla fine è riuscita a morire in pace soltanto perché aveva le possibilità economiche per andare a Zurigo. Ci vogliono oltre diecimila euro per l’ultimo viaggio in Svizzera. E chi non ha questi soldi resta qui e si spegne nel dolore».
Lei ha detto che adesso si sente più leggero.
«Quell’accusa a cui pensavo ogni giorno con inquietudine, anche se rifarei lo stesso gesto di disobbedienza civile, mi riportava, sempre, non al ricordo di mia madre viva, ma al lutto per la sua morte. Al momento esatto in cui sono entrato nella casa del suicidio assistito con lei - a quando ne sono uscito, ma senza di lei. E invece io voglio ricordare i giorni felici».
Ecco, torniamo a quei giorni.
«Ci divertivamo un mondo, Sibilla, mia sorella ed io. Mamma era forte, allegra, legatissima a noi, parlavamo all’infinito. E poi l’arte, il cinema, i libri. Oggi libero dalla cappa dell’assurda accusa di aiuto al suicidio, come se mia madre non fosse stata perfettamente consapevole e decisa del suo gesto, cerco di riappropriarmi dei nostri giorni più belli. Per chiudere il cerchio».
Anche attraverso la scrittura?
«Ho appena finito un romanzo che parla, anche, di Sibilla e del viaggio. E dell’ingiustizia che abbiamo subito. Noi e tanti altri».
Continuerà a impegnarsi nella disobbedienza civile con l’Associazione Coscioni?
«Oggi più che mai. Lo devo a mia madre, lo devo a chi soffre e non può scegliere come e dove morire».
In Parlamento si sta discutendo una legge sul fine vita che restringe molto il campo della libertà di scelta. Se fosse in vigore voi sareste stati condannati per istigazione e aiuto al suicidio.
«Appunto. Non possiamo fermarci. Per Sibilla».
Più volte ha raccontato della poesia di Fernando Pessoa che nel viaggio verso Zurigo lei e Sibilla leggevate insieme. Si ricorda i primi versi?
«Ci provo. “La morte è la curva della strada, morire è solo non essere visto. Se ascolto, sento i tuoi passi esistere, come io esisto”».