C’è una ragazzina di ottant’anni che ancora attraversa il tempo e l’orizzonte, libera e leggera come l’insetto a cui dal primo istante assomigliò. «Ma sembra una vespa!» esclamò infatti Enrico Piaggio quando gliela mostrarono, in attesa di depositare il brevetto il 23 aprile 1946. Vespa, per il ronzio del piccolo motore da 98 cc. che brontolava sornione dentro la scocca chiusa, mai vista una moto così, senza neppure una goccia d’olio per imbrattarsi i calzoni. Ma vespa anche per il sedere bombato e per quella forma che, specialmente se vista dall’alto, davvero assomigliava a un imenottero. Detto fatto, e Vespa fu. Da allora, il veicolo su due ruote più longevo del pianeta racconta cos’è stata l’Italia del secondo dopoguerra, in macerie ma animata dai sogni e dalla gioia terribile che si accompagna alla vita che ritorna. Quasi un’autobiografia in movimento.
Una splendida ottantenne potrebbe forse definirla Nanni Moretti, che nel ‘93 la eternò in Caro Diario, lui girovago nella Roma des…
C’è una ragazzina di ottant’anni che ancora attraversa il tempo e l’orizzonte, libera e leggera come l’insetto a cui dal primo istante assomigliò. «Ma sembra una vespa!» esclamò infatti Enrico Piaggio quando gliela mostrarono, in attesa di depositare il brevetto il 23 aprile 1946. Vespa, per il ronzio del piccolo motore da 98 cc. che brontolava sornione dentro la scocca chiusa, mai vista una moto così, senza neppure una goccia d’olio per imbrattarsi i calzoni. Ma vespa anche per il sedere bombato e per quella forma che, specialmente se vista dall’alto, davvero assomigliava a un imenottero. Detto fatto, e Vespa fu. Da allora, il veicolo su due ruote più longevo del pianeta racconta cos’è stata l’Italia del secondo dopoguerra, in macerie ma animata dai sogni e dalla gioia terribile che si accompagna alla vita che ritorna. Quasi un’autobiografia in movimento.
Una splendida ottantenne potrebbe forse definirla Nanni Moretti, che nel ‘93 la eternò in Caro Diario, lui girovago nella Roma deserta e lunare d’agosto. «Quella Vespa blu mi permetteva di guardare le case da fuori, fantasticando sulle vite degli altri. Andavo in giro senza una meta precisa: non volevo raccontare una storia, ma guardarmi intorno», ha spiegato il regista. Solitaria libertà su due ruote in fondo piccole, con attorno un inedito vestito di lamiera. La ideò l’ingegner Corradino d’Ascanio, che detestava le moto e disegnava elicotteri. I carrelli d’aereo gli ispirarono la sospensione anteriore, e il cambio sul manubrio era un po’ come i comandi dei velivoli. Il piccolo motore, pure quello fu in qualche modo derivato concettualmente dalle accensioni aeronautiche. Per il solenne decollo nella storia mancava solo la posizione del conducente, comodo e quasi seduto in poltrona: non dovendo scavalcare tubi bollenti e magari sporchi di grasso, anche le donne potevano guidare la Vespa. Come fece Audrey Hepburn nel 1953 in Vacanze romane, involontario e clamoroso spot planetario per il veicolo che vide impennarsi le vendite del 30 per cento, e addirittura del 50 all’estero. Il miracolo economico. Il boom e i boomer.
Simbolo del design italiano, irresistibile richiamo al viaggio in un paese devastato e percorso, nel 1946, quasi soltanto da biciclette, pedoni e carretti, la Vespa (20 milioni di pezzi venduti in 8 decenni, in 160 modelli) è un’idea assoluta, protagonista dell’immaginario come ben pochi altri marchi potrebbero, forse Coca Cola, Nutella, Fiat 500 e Levi’s. La creò un’industria aeronautica senza più ali, la Piaggio di Pontedera, bombardata dagli alleati e costretta a reinventarsi il destino: ci riuscì grazie al primo mezzo di locomozione di massa in Italia, relativamente economico (costava 55mila lire, cioè quattro mensilità di un operaio: molto, però il traguardo non era irraggiungibile), democratico, bisex e dall’irresistibile fascino. Già nel 1949 nacquero i primi Vespa Club, mentre Fausto Coppi andava a vincere Giro e Tour. Pubblicità e imprese temerarie, come il viaggio in Vespa da Milano a Tokyo, frantumarono l’idea di frontiera e incantarono il mondo. Scrisse il Times: «Era dai tempi delle bighe che non si vedeva un prodotto così interamente italiano». Esagerati ma efficaci.
«Una Vespa può essere una siepe mobile che sposta l’immaginazione all’infinito». ha scritto Cesare Cremonini a corredo della sua ormai mitica canzone 50 Special (per dovere di cronaca, è dei Lunapop: anno 1999). «Sulla Vespa sei attaccato alla terra, però le ruote troppo piccole ti fanno volare. La Vespa è un rito di iniziazione per chi ha fame di cielo e terra, e di armonia per metterli insieme».
Ci sarà un motivo se Salvador Dalì decise di decorarne una, esposta oggi al Museo Piaggio di Pontedera. Tutto molto surreale, come il famoso slogan «Chi Vespa mangia le mele», mai totalmente decrittato, sebbene si riferisse con ogni probabilità alla giovanile e sbarazzina spensieratezza di un morso (Sophie Marceau annuisce).
«Motocicletta a complesso razionale di organi ed elementi con telaio combinato, con parafanghi e cofano ricoprenti tutta la parte meccanica», era scritto nella descrizione dell’oggetto fornita all’Ufficio Brevetti di Firenze. Quando presentarono la Vespa alla Fiera di Milano nel fatidico ‘46, persino il cardinale Schuster ne fu colpito, e dal primo momento è stata rivoluzione del costume. L’altra svolta decisiva, dopo l’invenzione del geniale quanto riottoso ingegner d’Ascanio, avvenne nel 1963, quando fu lanciata la Vespa 50 che poteva essere guidata anche dai quattordicenni senza patente. «Vespe truccate anni Sessanta/girano in centro sfiorando i novanta», scrive Cremonini. «Vespizzatevi!» ordinava la pubblicità nel 1950, quando i neologismi imperversavano pure negli spot.
La Vespa la producono ancora, naturalmente, e c’è pure quella elettrica. Il resto lo hanno fatto la vita e i sogni, con svariate declinazioni, dai Soliti Ignoti alla Dolce Vita, da American Graffiti al Nanni vagabondo. Tutto fa Vespa, compreso l’asteroide “6062”, battezzato come l’ineguagliabile scooter (dall’inglese “to scoot”, guizzare via, scappare). Un oggetto esposto al MoMa di New York e alla collezione permanente della Triennale, aerodinamico come una vertigine futurista e popolare quanto un mattino nebbioso, sgasando verso la fabbrica. Ma il Vespino è soprattutto una storia d’amore.