Filippo Ceravolo, ammazzato dai clan per errore. “Dopo 14 anni, trovati i killer. Adesso paghino”
di Alessia Candito“Due giorni dopo sarebbe dovuto andare a vedere la Juventus a Pescara. I biglietti sono ancora in camera sua”. Insieme a vestiti, poster, le sue cose. “L’orologio no, lo indosso io”. A casa Ceravolo, il tempo si è fermato nel 2012. “Mio figlio – racconta il padre, Martino Ceravolo - me lo hanno ammazzato a diciannove anni, da allora ne sono passati quattordici, ma la ferita è aperta come se fosse ieri”. Anche perché Filippo, la notte del 25 ottobre 2012, è morto solo per aver chiesto un passaggio alla persona sbagliata. Lui si chiama Domenico Tassone, è considerato uomo del clan Emanuele e per questo era finito nel mirino della famiglia rivale dei Loielo, che ambiva a controllare quella zona delle Serre, nel vibonese. Ma tutto questo Filippo non lo sapeva.
Dopo il lavoro, aveva passato qualche ora fuori, a Soriano, a poco meno di otto chilometri da Pizzoni, dove ancora abita la sua famiglia, ma l’amico che avrebbe dovuto portarlo a casa aveva avuto un problema, lui era rimasto a piedi…
“Due giorni dopo sarebbe dovuto andare a vedere la Juventus a Pescara. I biglietti sono ancora in camera sua”. Insieme a vestiti, poster, le sue cose. “L’orologio no, lo indosso io”. A casa Ceravolo, il tempo si è fermato nel 2012. “Mio figlio – racconta il padre, Martino Ceravolo - me lo hanno ammazzato a diciannove anni, da allora ne sono passati quattordici, ma la ferita è aperta come se fosse ieri”. Anche perché Filippo, la notte del 25 ottobre 2012, è morto solo per aver chiesto un passaggio alla persona sbagliata. Lui si chiama Domenico Tassone, è considerato uomo del clan Emanuele e per questo era finito nel mirino della famiglia rivale dei Loielo, che ambiva a controllare quella zona delle Serre, nel vibonese. Ma tutto questo Filippo non lo sapeva.
Dopo il lavoro, aveva passato qualche ora fuori, a Soriano, a poco meno di otto chilometri da Pizzoni, dove ancora abita la sua famiglia, ma l’amico che avrebbe dovuto portarlo a casa aveva avuto un problema, lui era rimasto a piedi, aveva fretta di tornare a casa, la mattina dopo, come sempre, si sarebbe dovuto alzare all’alba per lavorare. Per questo ha finito per accettato un passaggio da Tassone. A destinazione però non è arrivato mai. Lungo la strada, vengono bloccati da un commando dei Loielo che sull’auto riversa una pioggia di fuoco. Ma Tassone, vero obiettivo dell’agguato, ne esce senza un graffio, Filippo invece muore dopo una disperata quanto inutile corsa in ospedale.
Per più di un decennio, Martino Ceravolo ha chiesto i nomi degli esecutori, ha chiesto perché, ha sfidato i clan di zona e chiesto giustizia, ma solo due settimane fa ha scoperto i nomi di quelli che, secondo la procura di Catanzaro, sono gli assassini di suo figlio. Per i magistrati, in due, Nicola Ciconte e Bruno Lazzaro, avrebbero monitorato la strada che Tassone avrebbe dovuto percorrere, Alessandro Nesci Giovanni, 22 anni appena all’epoca dell’omicidio, avrebbe sparato. “Quando i carabinieri mi hanno chiamato per dirmelo, mi sembrava di aver finalmente finito di scalare le Alpi, l’Everest, non so. Stentavo a crederci, hanno dovuto ripetermelo più volte”.
Dove si trovava in quel momento?
“Ero al confine con la Svizzera, stavo accompagnando mia moglie a far visita al fratello ma anche a fare controlli medici, anni fa ha tentato di tagliarsi le vene. Da quando ci hanno portato via Filippo è fragile, tutti lo siamo. Mia figlia, la più piccola, non può dormire se non con la luce accesa, io stesso spesso ho attacchi di panico”.
Pensa spesso a quella sera?
“Eravamo a casa quando è arrivata una telefonata. ‘Scappate subito, c’è stata una sparatoria, hanno colpito Filippo’. Io non riuscivo a capacitarmi. Mio figlio è sempre stato un ragazzo tranquillo, non ha mai frequentato certi ambienti. Lavorava con me, sono un ambulante ed è dura. Il suo unico svago era il calcio. Quando verso mezzanotte ci hanno detto che se n’era andato, ci è crollato il mondo addosso. Avrei potuto immaginare un incidente, un malore. Una cosa del genere, no. Mai”.
Cosa si aspetta adesso?
“Se quelle persone dovessero essere riconosciute colpevoli, voglio una condanna all’ergastolo. Mi costituirò parte civile, combatterò fino all’ultimo e spero che i giudici valutino le cose come se a morire fosse stato un figlio loro. Io, mia moglie, le mie figlie, il fine pena mai lo stiamo scontando da quando ci hanno portato via Filippo e non c’è nulla che possa interrompere questa pena”.
C’è qualcosa che vorrebbe dire a queste persone?
“Che non li perdonerò mai e li inviterei a pentirsi perché sarebbe l’unica cosa dignitosa da fare”.
Per lei, per la sua famiglia, adesso qualcosa potrebbe cambiare?
“Non so. Filippo di certo non me lo ridà indietro nessuno, ma almeno sappiamo che tutti questi anni di battaglia – nostra, della magistratura, degli investigatori, di associazioni come Libera e Agende rosse che ci hanno sostenuto, della gente che ci è stata vicina - hanno avuto un senso. Chi è mancato sempre, persino dopo gli arresti, è stata la politica”.
Nessuno l’ha contattata?
“Né il presidente della Regione Roberto Occhiuto, né la sottosegretaria all’Interno Wanda Ferro, né il senatore Mangialavori o gli altri parlamentari della zona. Solo l’ex senatrice Doris Lo Moro mi ha telefonato. Alcuni hanno fatto dei comunicati, ma nulla di più. Anche tutte le promesse che hanno fatto, i famosi lavori compensativi per le vittime di mafia: solo chiacchiere. Io non voglio nulla, non chiedo nulla, ma è una mancanza di rispetto per il lago di sangue in cui mio figlio è morto. La battaglia per la verità sull’omicidio di mio figlio nessuno di loro l’ha voluta combattere. E devono chiedere scusa”.
Lei non ha mai avuto paura di lottare da solo in una zona controllata dai clan?
“Mi hanno minacciato, hanno insultato mia moglie, mi hanno chiamato ‘sbirro’ e ‘infame’, una volta, durante una manifestazione antimafia, hanno cercato di investirmi, nelle intercettazioni più volte si riferiscono a me come ‘quello che non si stanca di parlare’. Mi sono sempre detto: ‘male che vada, rivedo Filippo’. Dopo che ti hanno ammazzato un figlio, che paura devi avere?”.