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Neonati sepolti, oggi la sentenza. Viaggio nel paese di Chiara Petrolini: “Deve pagare, ma curatela”

La villa di Vignale di Traversetolo dove vennero seppelliti i neonati 

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A Vignale di Traversetolo tra silenzi e rabbia c’è chi chiede il carcere per l’universitaria che ha ucciso e seppellito i suoi due figli
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Vignale di Traversetolo (Parma) – Sulla villa il sole tiepido accarezza il giardino diventato il sepolcro di due neonati. Sul cancello in ferro battuto sono state montate delle reti oscuranti per scoraggiare i curiosi ma in strada arriva l’eco delle risate di alcune donne che chiacchierano sotto il gazebo in tela vicino a un noce. Una di loro è la madre di Chiara Petrolini, si drizza in piedi quando una vicina la avverte che in strada c’è chi fa domande su sua figlia. Tende lo sguardo oltre la cancellata, torna a sedersi. I raggi fanno risplendere l’ocra della facciata della casa. Le risa cessano, c’è silenzio. Da qualche parte, nella villa, c’è anche Chiara, ai domiciliaridal 20 settembre del 2024.

È quasi d’obbligo partire da qui per chiedere quali sentimenti si provano a poche ore dalla sentenza che deciderà il futuro di Chiara Petrolini, la studentessa universitaria di 22 anni che ha scavato a mani nude nella terra le tombe dei due bambini che portava in grembo e che prima, second…

Vignale di Traversetolo (Parma) – Sulla villa il sole tiepido accarezza il giardino diventato il sepolcro di due neonati. Sul cancello in ferro battuto sono state montate delle reti oscuranti per scoraggiare i curiosi ma in strada arriva l’eco delle risate di alcune donne che chiacchierano sotto il gazebo in tela vicino a un noce. Una di loro è la madre di Chiara Petrolini, si drizza in piedi quando una vicina la avverte che in strada c’è chi fa domande su sua figlia. Tende lo sguardo oltre la cancellata, torna a sedersi. I raggi fanno risplendere l’ocra della facciata della casa. Le risa cessano, c’è silenzio. Da qualche parte, nella villa, c’è anche Chiara, ai domiciliaridal 20 settembre del 2024.

È quasi d’obbligo partire da qui per chiedere quali sentimenti si provano a poche ore dalla sentenza che deciderà il futuro di Chiara Petrolini, la studentessa universitaria di 22 anni che ha scavato a mani nude nella terra le tombe dei due bambini che portava in grembo e che prima, secondo la procura di Parma, ha ucciso. I pm hanno chiesto 26 anni di carcere, il suo avvocato l’assoluzione, invocando la mancata capacità di intendere e di volere. Stamattina la Corte d’assise aprirà l’ultima delle dieci udienze che hanno sondato la mente della giovane e in qualche ora emetterà il verdetto.

Sembra il settembre del 2024 quando nessuno, in questa strada costeggiata da due ali di ville anni Settanta schermate dalle siepi, voleva commentare l’orrore che aveva sfondato la quiete di una comunità di appena 660 abitanti. “Vada via, non le voglio parlare. Non c’è nulla da commentare”, dice la vicina della famiglia Petrolini. Porte e finestre sbarrate come allora in via Baietta. Campanelli che suonano a vuoto. E chi risponde dice: “Non mi interessa”. Meglio non parlare e sperare che tutto venga dimenticato.

Ci si deve spostare di qualche metro per trovare la prima voce in quella che sembra una Twin Peaks del Terzo Millennio, in cui anche il sindaco preferisce il silenzio. “Chiedo ai giudici indulgenza per questa ragazza così giovane. Non dico che non deve pagare per ciò che ha fatto ma va aiutata, va curata. Il carcere? Troppo duro, meglio una comunità”, dice il signor Spagni, 81 anni, mentre tosa l’erba del suo prato. Abita tre ville più giù e “Chiara la vedevo sempre di sfuggita”. Il paese si divide, cerca di riflettere, di mettere a tacere la rabbia per “essere diventati famosi così”.

Ad aprire il suo cuore è Rosa, 50 anni, casalinga. La sua villetta in legno e mattoni è alle spalle di quella dei Petrolini. “Ci si salutava dalle siepi, adesso non li vedo quasi più. Provo sentimenti contrastanti. Rabbia da una parte e dall’altra cerco di capire se nella violenza di una ragazza così giovane si possono trovare delle attenuanti”, dice guardando in direzione della villa. “Mi sono chiesta come ha fatto a non provare, da sola nel momento del parto, una gran paura. E perché l'ha fatto per due volte? Nonostante tutto questo non vorrei vederla in carcere ma nemmeno libera. Ci vuole qualcosa che strappi alle sue viscere tutte le atrocità che l’hanno portata al suo progetto di morte. Spero che i giudici decidano per una residenza dove si possa riabilitare”, si chiude nel suo scialle verde nonostante la temperatura clemente. E, infine aggiunge: “Ogni volta che posteggio l’auto e guardo l’albero del giardino sotto al quale c’erano quei due bambini, mi sembra di sentire i loro pianti”. Rosa torna in casa con gli occhi velati di lacrime.

Tre perizie hanno decretato che nella mente di Chiara qualcosa si è rotto molto tempo prima dello scempio. Prima di quel 12 maggio del 2023 quando da sola ha partorito nella sua stanzetta senza emettere un urlo dopo nove mesi di bugie ai genitori e alle amiche. Ha taciuto il suo segreto anche al papà inconsapevole, il suo ex ragazzo Samuele Granelli che oggi resta chiuso in casa e non vuol vedere nessuno prima del verdetto.

Lo stesso copione Chiara lo ha ripetuto un anno dopo, il 7 agosto 2024, nella tavernetta della villa. Di nuovo il parto, poi il cordone ombelicale tagliato ma non chiuso. L’emorragia per il piccolo e la morte. E quel cumulo di terra a coprire il corpo, sotto la finestra della stanza di Chiara. “Li volevo accanto a me tutti e due”, ha detto agli inquirenti. Il giorno dopo, le tante scuse con le persone più vicine: “Sto male”, “Ho il ciclo abbondante”, “Ho male alla schiena”. Per poi riapparire dopo 24 ore in top e gonna gitana in uno dei pub della zona per tirar tardi tra drink e fumo. Mentre sul cellulare custodiva le decine di ricerche su come abortire o ritardare un parto.

Nella piazza del paese i bar sono semivuoti già alle 17, una comitiva di quindicenni fuma sigarette elettroniche mentre scrolla il cellulare. Il giovedì è giornata di chiusura per i negozi di abbigliamento, i pub e alcuni ristoranti. C’è poco da fare in giro. Daniela Di Vico accarezza il suo pancione al settimo mese, si gode il sole a un tavolino del Caffè Centrale. Lo stesso dove Chiara ha trascorso alcune serate con gli amici. “Mi chiedo come possa vivere ancora lì, in quella villa”, dice mentre sorseggia un bicchiere d’acqua, il viso è raggiante.

Daniela Di Vico 

Daniela Di Vico, 31 anni, insegna nella scuola elementare del paese, la stessa frequentata da Chiara: “Ventisei anni sono troppo pochi, se la condannano. È stata già abbastanza tutelata. Lo dico da donna e anche da mamma che aspetta il suo primo figlio”. Non usa mezzi termini come Vera, albanese ma da quarant’anni in Italia. Si guarda negli occhi con la sua amica davanti a uno spritz: “Carcere e subito per dare giustizia a quei due bambini mai vissuti”.

Il sole è già calante sulla via Baietta quando da una villa si fa avanti Tilde, 90 anni e una memoria che fa i capricci. Il suo cancello è a una decina di passi da quello dei Petrolini. Non ricorda i carabinieri che scavavano in quel settembre del 2024, le auto con le sirene, le prime pagine dei giornali, il clamore della morte. "È successo davvero? Ma siamo sicuri che l’ha fatto la piccola Chiara? Quanto mi dispiace”, aggrotta le sopracciglia, socchiude gli occhi, passa una mano tra i suoi capelli argento. Sarebbe bello cancellare i ricordi che questa strada conserva da due anni, come succede a Tilde. Ma non si può.

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