“Riforma inutile e dannosa”: dagli orari al nodo pensione, perché i medici di base sono in rivolta
di Michele BocciI medici di famiglia non vogliono cambiare. Il principale sindacato, la Fimmg, ieri si è appellato a Meloni perché fermi la riforma voluta dal ministro Schillaci. Anche Cimo, un’altra sigla, è “fortemente contraria”. Negli anni passati c’erano stati tanti tentativi di portare alle dipendenze questi professionisti, ma non sono mai andati a buon fine, vista anche la capacità dei medici di medicina generale (così si chiamano formalmente) di incidere sulla politica. Del resto, sono loro il principale punto di riferimento sanitario per i cittadini italiani e chi cerca il consenso questo lo sa bene. Per questo è ancora presto per dire con certezza che la riforma del ministro passerà. Dai sindacati si attende una parola da parte della premier. Intanto il presidente della Federazione degli Ordini dei medici, Filippo Anelli, parla di riforma “inefficace, inutile e dannosa”.
Le carenze
In Italia, al contrario di molti altri Paesi, i medici di famiglia sono sempre stati convenzionati e non dipe…
I medici di famiglia non vogliono cambiare. Il principale sindacato, la Fimmg, ieri si è appellato a Meloni perché fermi la riforma voluta dal ministro Schillaci. Anche Cimo, un’altra sigla, è “fortemente contraria”. Negli anni passati c’erano stati tanti tentativi di portare alle dipendenze questi professionisti, ma non sono mai andati a buon fine, vista anche la capacità dei medici di medicina generale (così si chiamano formalmente) di incidere sulla politica. Del resto, sono loro il principale punto di riferimento sanitario per i cittadini italiani e chi cerca il consenso questo lo sa bene. Per questo è ancora presto per dire con certezza che la riforma del ministro passerà. Dai sindacati si attende una parola da parte della premier. Intanto il presidente della Federazione degli Ordini dei medici, Filippo Anelli, parla di riforma “inefficace, inutile e dannosa”.
Le carenze
In Italia, al contrario di molti altri Paesi, i medici di famiglia sono sempre stati convenzionati e non dipendenti. Sono praticamente dei liberi professionisti che vengono remunerati dalla loro Asl in base al numero di assistiti che hanno, fino anche a 1.800. Tra l’altro, in questo periodo ci sono grosse carenze nella categoria. I professionisti sono circa 28 mila e ne mancherebbero 5-6 mila rispetto agli standard. Per questo i carichi di lavoro sono pesanti, cioè ci sono tanti assistiti da seguire.
La convenzione
Essere convenzionati significa avere una serie di libertà ed è anche per questo che storicamente si vuole mantenere lo status. Nell’ultima convenzione, firmata da poco, si prevedono gli orari di lavoro, 38 ore settimanali totali, e gli orari minimi di apertura degli studi. Per quanto riguarda l’ambulatorio, si va da 5 ore la settimana per chi ha meno di 500 pazienti (ma sono pochissimi) a 18 ore per chi ne ha di più di 1.500. “Lo studio – è scritto nel testo – deve essere aperto agli aventi diritto per 5 giorni alla settimana, preferibilmente dal lunedì al venerdì, con previsione di apertura per almeno due fasce pomeridiane o mattutine alla settimana e comunque con apertura il lunedì”. Poi c’è il lavoro di consulenza telefonica e ci sono le visite a domicilio.
Nel decreto Schillaci si dà la possibilità, a chi vuole, di passare alle dipendenze, ammesso che abbia anche una specializzazione, gli altri resteranno convenzionali. "Ma è normale che in un paese dove la rappresentanza dei lavoratori è sostenuta direttamente dalle dinamiche costituzionali si trasformino gli accordi di un gruppo di lavoratori da collettivi a basati su scelte individuali? –dice Silvestro Scotti, di Fimmg – E stiamo parlando di servizio pubblico. Mi chiedo cosa ne pensino i sindacati confederali”.
Lo stipendio
Oggi i medici di base sono pagati in base al numero di assistiti che hanno (al massimo 1.500 ma con deroghe che portano molti di loro fino a 1.800 e, in certi periodi, anche di più): circa 120 euro l’anno per paziente. Se passasse il decreto voluto da Schillaci la retribuzione sarà invece riconosciuta in base a una serie di obiettivi. Nella scheda tecnica consegnata ieri dal ministro ai presidenti di Regione si fanno degli esempi. In futuro saranno loro riconosciuti soldi per varie azioni sempre svolte per i pazienti: presa in carico dei cronici (20 euro ad assistito), uso del fascicolo sanitario elettronico (30 euro), attività nelle Case di Comunità (20 euro), raggiungimento di obiettivi e progetti nelle associazioni dei medici (20 euro) e così via.
Le Case di Comunità
Proprio perché stanno nascendo le Case di Comunità, la convenzione firmata nei mesi scorsi prevede che venga data una quota oraria a queste strutture. E’ però inversamente proporzionale al numero di pazienti che hanno i medici. Chi supera i massimali, di ore ne fa praticamente zero. Finisce così che, al momento, visto che sono tantissimi in questa condizione, le ore che i medici di famiglia devono lavorare nelle Case di Comunità in tante Regioni sono pochissime. Quindi le Case di Comunità oggi sono spesso sguarnite.
Per questo la riforma di Schillaci – che prevede misure per far entrare i medici di famiglia nelle Case di comunità – è accolta con favore dai presidenti di Regione. "La riforma del ministro nasconde l’idea di portare tutti noi alla dipendenza – dice Scotti – Mi chiedo dove trovino i soldi per una cosa del genere, visto che dicono che ci pagheranno anche di più rispetto alla convenzione. Oltretutto tra un po’ non ci saranno più i soldi del Pnrr. Finiranno per accreditare Case della Comunità private”. Secondo Filippo Anelli “oggi il medico di famiglia è il medico del cittadino, il medico della persona che lo sceglie e ha come ottica quella di tutelare la sua salute. Diversamente, diventerebbe il medico dell’azienda, di chi eroga le prestazioni, tutelando l’interesse aziendalistico. Mettere in discussione questo principio porta una serie di perplessità ma soprattutto porta la preoccupazione che i cittadini non abbiano più i loro medici”.
Il nodo previdenza
Altro motivo per il quale i medici di famiglia non passano alle dipendenze è l’Enpam, cioè il loro ente previdenziale, il più ricco d’Italia tra quelli privati. “E’ un’annosa questione – dice Nino Cartabellotta di Gimbe – Se passassero alla dipendenza i contributi andrebbero all’Inps, e sarebbe una perdita enorme per il loro attuale ente previdenziale”. Un altro problema, segnala Cartabellotta, è la variabile regionale. Ci sono accordi integrativi locali che assicurano la presenza dei medici di famiglia nelle Case di Comunità ben oltre le regole della convenzione nazionale. In altri casi non si riesce a far partecipare i professionisti.