Carlo Locatelli: “Oltre mille test negativi, poi abbiamo trovato la ricina nel sangue delle vittime”
di Elena DusiQuattro mesi di analisi, circa 1500 sostanze vagliate, un risultato finale che non lascia più adito ai dubbi: “Il Centro Antiveleni Maugeri di Pavia, guidato dal prof. Carlo Alessandro Locatelli, ha reso noti gli esiti conclusivi delle analisi chimico-tossicologiche eseguite sui campioni di sangue di Sara Di Vita e Antonella Di Ielsi, decedute il 27 e 28 dicembre 2025 a Pietracatella (Campobasso), confermando la presenza di ricina, una proteina presente nei semi della pianta Ricinus communis”.
Sono negativi invece i risultati per i campioni di sangue di Gianni Di Vita, padre di Sara e marito di Antonella. Anche lui ha avuto sintomi gastrointestinali nei giorni successivi alle feste, ma è sopravvissuto. “Da fine dicembre non ci siamo fermat…
Quattro mesi di analisi, circa 1500 sostanze vagliate, un risultato finale che non lascia più adito ai dubbi: “Il Centro Antiveleni Maugeri di Pavia, guidato dal prof. Carlo Alessandro Locatelli, ha reso noti gli esiti conclusivi delle analisi chimico-tossicologiche eseguite sui campioni di sangue di Sara Di Vita e Antonella Di Ielsi, decedute il 27 e 28 dicembre 2025 a Pietracatella (Campobasso), confermando la presenza di ricina, una proteina presente nei semi della pianta Ricinus communis”.
Sono negativi invece i risultati per i campioni di sangue di Gianni Di Vita, padre di Sara e marito di Antonella. Anche lui ha avuto sintomi gastrointestinali nei giorni successivi alle feste, ma è sopravvissuto. “Da fine dicembre non ci siamo fermati mai. Sostanze di questo tipo non si trovano dietro l’angolo, non dovrebbero proprio circolare” spiega oggi Locatelli. “Sono inserite nelle tabelle dell’antiterrorismo. Per questo qui da noi c’è la capacità tutt’altro che banale di dosarle”.
A proposito di dosi. Quanta ricina c’era nel sangue delle due donne?
“Una dose alta. L’anno scorso abbiamo avuto 7-8 casi di avvelenamento accidentale da ricina. Erano persone che si erano rese conto di aver ingerito semi di ricino, quindi la ricerca è stata più facile. Ma i loro valori erano molto più bassi rispetto alle due vittime di Pietracatella”.
Questo allontana l’ipotesi di un avvelenamento accidentale?
“Non siamo in grado di dirlo. Per un adulto la dose letale è di 4-5 semi, per un bambino ne è sufficiente anche uno. Basta davvero poco per morire con la ricina”.
Il sangue del padre era negativo. Potrebbe averne ingerita meno?
“Ogni test ha una soglia sotto alla quale non riesce a rilevare una sostanza. Nel caso di Gianni di Vita poi i campioni ci sono arrivati dall’Istituto Spallanzani di Roma, dove l’uomo era stato ricoverato, solo a metà marzo. Le proteine come la ricina tendono a degradarsi facilmente nei liquidi come il sangue, sia prima che dopo la morte. La loro concentrazione cala con il tempo e la velocità con cui questo avviene dipende molto dal tipo di conservazione. Trovare negativo un campione non esclude del tutto l’ipotesi dell’intossicazione”.
Si ipotizza che madre e figlia abbiano assunto la ricina nella cena del 23 dicembre. I loro sintomi però sono comparsi il 25 pomeriggio. Non è un lasso di tempo troppo lungo?
“Non necessariamente. Un veleno ha tempi di latenza diversi da persona a persona. Chi vomita tardi ad esempio ne assorbe di più rispetto a chi vomita prima. Avere lo stomaco pieno o vuoto durante l’assunzione fa anche la differenza. C’è poi una grande variabilità individuale, che dipende dalla velocità del metabolismo o dal numero di recettori dell’assorbimento nell’apparato digerente. Purtroppo sul momento dell’assunzione i nostri esami non possono dare risposte definitive”.
Ci sono voluti quattro mesi per arrivare al risultato di oggi. Che complessità ha un test del genere?
“Siamo partiti dalle ipotesi di avvelenamento più comuni, metalli come il tallio, farmaci, pesticidi, droghe, la amanitina presente nei funghi, la colchicina di alcune piante selvatiche, alcune tossine algali che possono essere presenti nelle cozze. Avevamo un’idea anamnestica, cioè sapevamo che avevano mangiato alcuni di questi cibi, quindi ci siamo diretti subito lì e abbiamo fatto batterie di test anche nei giorni di festa di fine anno. Dopo 1.400 risultati negativi abbiamo iniziato a estendere il raggio delle possibilità. Abbiamo la testa dura e ci siamo detti che anche quando una soluzione non c’è, deve per forza esserci. La ricina però è davvero una sostanza fuori dall’ordinario. E’ stato come andare a cercare una montagna innevata e trovarla sotto al mare”.
Come si fa il test per la ricina?
“E’ una proteina molto grande e difficile da identificare. Bisogna dividerla, individuare frammento dopo frammento tutti i suoi 500 aminoacidi usando dei particolari anticorpi, studiare se combacia con la catena della proteina a noi nota. Ci hanno aiutato alcuni laboratori intorno a Pavia. Ci sono voluti molto tempo e fatica”.
Siete sicuri del vostro risultato?
“L’abbiamo ripetuto moltissime volte, con metodi e preparazioni diverse. Per le due vittime abbiamo trovato positivi i campioni del sangue, ma non quelli di organi come il rene, dove pure siamo andati a cercare. Sono campi di ricerca poco esplorati, molte cose le abbiamo scoperte sul campo”.