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Ergastolo a Rosa Mancuso: è responsabile della morte di Matteo Vinci, ucciso per un pezzo di terra

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La Cassazione aveva confermato le condanne solo per il genero Vito Barbara, come per il marito e la figlia della matriarca del clan ‘ndranghetista. Ma la Corte d’appello conferma: la responsabile dell’omicidio del giovane biologo è lei
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Rosaria “Rosa” Mancuso è pienamente responsabile dell’omicidio di Matteo Vinci, ammazzato in Calabria per aver detto no a chi voleva la sua terra. Per la seconda volta, la Corte d’appello conferma quello che Sara Scarpulla, la madre di Matteo, ha urlato al mondo da quando di suo figlio non è rimasto che un corpo martoriato da un’autobomba fatta scoppiare in pieno giorno, quasi al centro di Limbadi, piccolo centro di meno di tremila anime fra la Piana di Gioia Tauro e le Serre vibonesi. Motivo? La terra, gli ulivi, la roba, che Rosa Mancuso, la matriarca di uno dei più feroci clan di ‘ndrangheta della Calabria, voleva e che Matteo, biologo formatosi in Italia e all’estero e tornato in Calabria per coltivare i terreni di famiglia, non aveva intenzione di cederle. Lo ha pagato con la vita.

L’omicidio di Matteo Vinci

Era il 9 aprile del 2018, esistevano già gli smartphone, i social, ma a Limbadi che dei Mancuso è feudo storico – i telefoni venivano usati per organizzare e mettere a segno …

Rosaria “Rosa” Mancuso è pienamente responsabile dell’omicidio di Matteo Vinci, ammazzato in Calabria per aver detto no a chi voleva la sua terra. Per la seconda volta, la Corte d’appello conferma quello che Sara Scarpulla, la madre di Matteo, ha urlato al mondo da quando di suo figlio non è rimasto che un corpo martoriato da un’autobomba fatta scoppiare in pieno giorno, quasi al centro di Limbadi, piccolo centro di meno di tremila anime fra la Piana di Gioia Tauro e le Serre vibonesi. Motivo? La terra, gli ulivi, la roba, che Rosa Mancuso, la matriarca di uno dei più feroci clan di ‘ndrangheta della Calabria, voleva e che Matteo, biologo formatosi in Italia e all’estero e tornato in Calabria per coltivare i terreni di famiglia, non aveva intenzione di cederle. Lo ha pagato con la vita.

L’omicidio di Matteo Vinci

Era il 9 aprile del 2018, esistevano già gli smartphone, i social, ma a Limbadi che dei Mancuso è feudo storico – i telefoni venivano usati per organizzare e mettere a segno un omicidio quasi tribale. Un’autobomba che esplode in pieno giorno quasi all’ingresso del paese: una condanna senza appello e, insieme, un messaggio. Diretto a tutti, Rosa Mancuso, figlia e sorella di boss del casato che da solo riesce a incarnare tutti i volti della ‘ndrangheta – da quella feroce e tribale alla holding in grado di dominare i mercati e i centri decisionali globali, fino alla lobby in grado di mettere a libro paga la politica– non poteva accettare che una famiglia della “sua” Limbadi dicesse “no” a una sua pretesa, fossero anche quattro zolle di terra neanche troppo facili da coltivare. Per quel “no”, insieme al genero Vito Barbara, considerato l’esecutore materiale, e con la complicità del marito, Domenico Di Grillo, e della figlia Lucia, la matriarca ha stabilito che Matteo Vinci doveva morire. Era in auto con il padre, tornavano dai campi quel 9 aprile del 2018, quando la loro auto è saltata in aria all’ingresso del paese.

Otto anni di inchieste e processi

Sono stati tutti condannati. Ma nel corso dei giudizi l’accusa ha iniziato a perdere pezzi: nonostante il pedigree criminale della famiglia, quello di Matteo Vinci non è stato qualificato come omicidio di ‘ndrangheta, ma come una “violenta contesa tra vicini legata al possesso di un’area di terreno che si è protratta, aggravandosi via via, per anni fino al giorno della drammatica esplosione”. Poi, l’ultima tegola è arrivata con la Cassazione, che ha confermato le condanne per tutti tranne per la matriarca.

"Rivalutare la posizione di Rosaria Mancuso”

Per gli ermellini, sicuramente Rosaria Mancuso aveva “pienamente condiviso le ragioni dell'attentato e la decisione di commetterlo”, ma non era stato spiegato se si fosse limitata a un silenzioso e passivo assenso o avesse avuto un ruolo. Un incubo per Sara Scarpulla, la madre di Matteo, che tuttora vive a meno di trenta metri di distanza dalla casa della matriarca. “Dietro casa ce li ho, come faccio a vivere? Se esco dal cancello sul retro, dal lato dell’orto li vedo, se vado in campagna sono nel podere accanto”, si era sfogata l’anno scorso, parlando con Repubblica. Eppure, non ha smesso di combattere: “è da trentasette anni che non faccio altro”. E assistita dagli avvocati Giovanni Fronte e Nazzareno Lopreiato ha affrontato l’ennesimo processo. “Vito Barbara ha agito come un soldato di Rosaria Mancuso”, aveva concluso detto in aula l’avvocato Lopreiato nel suo intervento conclusivo, sostenendo come la pubblica accusa la necessità di confermare l’ergastolo - Un quadro di una chiarezza devastante, con una guerra privata che ha una mandante: Rosaria Mancuso”. Una ricostruzione che anche i giudici hanno condiviso.

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