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Dal pediatra fino a 18 anni, l’ultima novità nella bozza di decreto sui medici di famiglia

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Il documento, che prevede per i dottori la possibilità di passare alle dipendenze e cambia la convenzione, ipotizza di aumentare l’età e il numero di pazienti
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Pediatri con assistiti più grandi, fino 18 anni, e più numerosi, cioè 1.500 invece degli attuali 1.000. Nella bozza del decreto che vorrebbe riformare la medicina di famiglia e che è stato travolto dalle polemiche dei professionisti dopo la presentazione dello schema dell’atto da parte del ministro alla Salute Orazio Schillaci ai presidenti delle Regioni, c’è anche un passaggio interessante sui medici dei bambini. Inoltre, negli articoli del decreto, che adesso andrà discusso con le regioni, si capisce meglio il senso della riforma, molto voluta da alcune realtà di centrodestra, in particolare dalla Lombardia, che avrebbe presentato il testo a Schillaci. Che poi lo ha fatto suo.

Pediatri con più pazienti

Nel “Documento integrativo con valutazioni di natura tecnico-economica” che finalmente è stato mandato alle Regioni si parla dei pediatri. Oggi questi professionisti assistono i giovani da 0 a 6 anni, con l’opzione per le famiglie di restare con quel professionista fino ai 14 anni del…

Pediatri con assistiti più grandi, fino 18 anni, e più numerosi, cioè 1.500 invece degli attuali 1.000. Nella bozza del decreto che vorrebbe riformare la medicina di famiglia e che è stato travolto dalle polemiche dei professionisti dopo la presentazione dello schema dell’atto da parte del ministro alla Salute Orazio Schillaci ai presidenti delle Regioni, c’è anche un passaggio interessante sui medici dei bambini. Inoltre, negli articoli del decreto, che adesso andrà discusso con le regioni, si capisce meglio il senso della riforma, molto voluta da alcune realtà di centrodestra, in particolare dalla Lombardia, che avrebbe presentato il testo a Schillaci. Che poi lo ha fatto suo.

Pediatri con più pazienti

Nel “Documento integrativo con valutazioni di natura tecnico-economica” che finalmente è stato mandato alle Regioni si parla dei pediatri. Oggi questi professionisti assistono i giovani da 0 a 6 anni, con l’opzione per le famiglie di restare con quel professionista fino ai 14 anni del figlio (cosa che fanno quasi tutti). In casi particolari si può portare l’assistenza a 16 anni. Si spiega nella bozza che un assistito pediatrico costa molto di più al sistema sanitario, in media 175 euro l’anno, contro i 91 che sono versati ai medici di famiglia per ogni loro paziente. L’idea è quella di portare a 18 anni l’età dei cittadini seguiti dai pediatri, ma con delle modifiche, per evitare che per il sistema diventi molto oneroso compensare i pediatri. Si vorrebbe alzare il massimale di pazienti dagli attuali 1.000 a 1.500, ma facendo venire meno la differenza di compenso con i medici di famiglia. Quindi si tenderebbe a una equiparazione economica tra le due figure professionali, anche perché altrimenti i costi per il sistema pubblico sarebbero altissimi. Anche questa è un’idea destinata a creare nervosismo.

Cambia la remunerazione

Ma, come già detto nei giorni scorsi, nel documento si spiega come cambia la remunerazione dei medici. Il dossier smonta il sistema attuale, spiegando che oggi circa l’85% del compenso dei professionisti dipende dal numero di assistiti e solo una quota molto ridotta è legata a obiettivi di salute reali. L’idea è di passare a una remunerazione che vale la stessa cifra (128 euro a paziente) ma valuta varie componenti: una quota base per i livelli essenziali di assistenza, una per la presa in carico dei pazienti cronici, una per la prevenzione, una per l’organizzazione dello studio con personale e strumenti, e una specifica per il lavoro nelle Case della Comunità. Il medico, si pensa, va pagato per quello che fa, per come organizza il lavoro e per il contributo che dà al sistema, non semplicemente per il numero di assistiti.

Far funzionare le Case di Comunità

Come già spiegato più volte, il decreto serve a riempire le Case di Comunità e lo fa percorrendo due strade. La prima è quella di permettere il passaggio alla dipendenza dei medici di famiglia che hanno una specializzazione. Chi lo vorrà lascerà quindi la convenzione, che comunque verrà cambiata.

Gli articoli del decreto

Ecco cosa prevedono gli articoli del testo.

L’articolo 1 parla di integrazione piena dei medici di famiglia e dei pediatri nella rete territoriale, con maggiore presa in carico dei cronici, livelli uniformi di assistenza e una nuova formazione universitaria per la medicina generale. Si dà infatti il via alla specializzazione in questa disciplina

L’articolo 2 introduce il punto più delicato e cioè il doppio canale. Resta la convenzione come via ordinaria, ma si apre, su base volontaria e programmata, alla dipendenza per coprire le funzioni più strutturate, soprattutto nelle Case della Comunità. Resta, si specifica, la scelta fiduciaria del medico da parte del cittadino. Ma ci sono “obblighi organizzativi e di rete coerenti con il nuovo modello territoriale”.

Con l’articolo 3 si cambia la convenzione, per chi non passa alle dipendenze. Il medico non è più solo fiduciario del paziente, ma fa parte del sistema. Ha quindi obblighi di stare in una rete, lavorare in team, dare una presenza nelle Case di Comunità. Come detto, ci sono i cambiamenti di remunerazione. L’articolo 4 introduce un “debito organizzativo” minimo su base nazionale, da modulare poi da parte delle singole Regioni, che dovranno dire di quante ore hanno bisogno nelle Case di Comunità da parte dei professionisti.

Gli articoli 5 e 6 introducono la dipendenza, su base volontaria, per i medici di famiglia specializzati (per ora una piccola parte) e indica la loro attività, che poi si svolge all’interno delle Case di Comunità. L’accesso avviene in modo semplificato, per avere presto a disposizione il personale. “Trascorsi 6 mesi dalla approvazione della convenzione riformata, il medico e il pediatra di libera scelta convenzionati in possesso dei requisiti devono optare per il rapporto di dipendenza o per l’adesione alla nuova convenzione”.

L’articolo 7 indica il ruolo delle Regioni, che devono programmare i loro fabbisogni e il conseguente utilizzo delle ore dei medici.

L’articolo 8 punta su digitalizzazione e sburocratizzazione, per dare più interoperabilità, telemedicina e supporto amministrativo per far sì che i medici si possano dedicare di più alle attività cliniche.

Gli articoli 9 e 10 affrontano la transizione, cioè come devono essere usati titoli, equipollenze, coinvolgimento dei medici in formazione e riscrittura dell’accordo collettivo nazionale, oltre a un contratto ad hoc per i dipendenti.

Infine, gli articoli 11 e 12 disegnano tempi e sostenibilità. C’è un cronoprogramma serrato (fino a 180 giorni per le prime applicazioni), e il monitoraggio degli indicatori, dalle ore di lavoro svolte nelle Case di Comunità, ai pazienti cronici assistiti, dalla variazione degli accessi impropri al pronto soccorso all’appropriatezza prescrittiva.

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