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Padova, scambiano le provette e le asportano il seno ma non era malata

Dopo sette anni di calvario tra sofferenze e interventi chirurgici, un test del dna ha rivelato l’errore e ora la paziente chiede un risarcimento milionario
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Sette anni vissuti da malata oncologica. Interventi, paura, ricostruzioni, sofferenza fisica e psicologica. Poi, all’improvviso, la verità: quel tumore non era suo. È bastato un test del Dna, arrivato nell’aprile 2025, per ribaltare completamente la storia di una donna padovana oggi 51enne. Quella che sembrava una battaglia vinta contro il cancro si è rivelata un errore sanitario clamoroso: il carcinoma diagnosticato nel 2018 apparteneva a un’altra paziente.

Lo screening e la diagnosi shock

Tutto comincia nell’autunno del 2018, con un controllo di routine. Lo screening individua microcalcificazioni sospette alla mammella. Scatta l’approfondimento: biopsia negli ambulatori dell’Usl euganea, analisi istologica affidata ai laboratori dell’Azienda ospedaliera. Il responso è pesante: carcinoma duttale infiltrante di terzo grado, una forma aggressiva che impone tempi rapidi. La decisione è immediata. Il 21 novembre 2018 la donna viene sottoposta a mastectomia totale della mammella sinistra in una casa di cura di Abano Terme.

L’illusione della guarigione

Tre giorni dopo, il 24 novembre, viene dimessa. Convinta di aver superato la fase più dura. A rafforzare quella convinzione è un elemento che, col senno di poi, avrebbe dovuto accendere un allarme: l’esame istologico sul tessuto asportato non rileva cellule tumorali. Non un’anomalia, ma una presunta conferma del successo dell’intervento. Le viene spiegato così. Lei ci crede. Arriva perfino a ringraziare una dottoressa per la tempestività. In realtà, è già dentro un errore.

Sette anni di interventi

Quella diagnosi sbagliata innesca un percorso lungo e invasivo. Tra il 2021 e il 2024 la donna affronta altri sei interventi di chirurgia ricostruttiva, tra Padova, Parma e Lecce, per correggere esiti estetici complessi. Il bilancio, come riportato nella perizia medico legale dell’avvocata Manuela Da Ruos, è pesante: “Una mastectomia non necessaria, sette operazioni complessive e una sofferenza psicologica profonda, alimentata per anni dalla convinzione di essere stata malata di cancro”.

Il sospetto: qualcosa non torna

I primi dubbi emergono proprio durante il percorso ricostruttivo. Le perizie medico-legali individuano un’incongruenza tecnica: nella biopsia iniziale erano stati prelevati 14 frammenti di tessuto, ma solo 5 risultano analizzati dal patologo che aveva formulato la diagnosi. Un dettaglio che non torna. E che apre la strada a un’ipotesi più grave: lo scambio di campioni.

La prova definitiva: il Dna

La conferma arriva con l’esame genetico. Il confronto tra il Dna della donna e il materiale biologico conservato dal 2018 è netto: quei tessuti tumorali non sono suoi. Il carcinoma appartiene a un’altra paziente. In quale fase si è verificato lo scambio? Due i passaggi ora sotto la lente della magistratura: la fase bioptica dell’Usl euganea (prelievo, identificazione, trasporto); quella diagnostica dell’azienda ospedaliera (accettazione e analisi in laboratorio). Ad oggi non risultano risposte ufficiali da parte delle strutture coinvolte.

La battaglia legale

Il caso è ora nelle mani della giustizia civile. Dopo il fallimento dei tentativi di mediazione, è stato avviato un procedimento con consulente tecnico d’ufficio nominato dal tribunale. Obiettivo: accertare le responsabilità e quantificare il danno. Se entro quattro mesi non si raggiungerà un accordo, si andrà a causa civile ordinaria. La vicenda non è solo un caso clinico. È la storia di un’identità sbagliata attribuita a un corpo. Una diagnosi che ha cambiato una vita, senza motivo. E che oggi chiede conto, non solo di un errore tecnico, ma delle sue conseguenze umane.

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