C’è un momento al mattino, prima ancora di aprire gli occhi, in cui non stiamo più dormendo ma non siamo ancora svegli. In quell’attimo possiamo ricordare i nostri sogni, prima che la luce e le aspettative della giornata li spazzino via come sabbia sul bagnasciuga.
“Con un registratore sul comodino, abbiamo chiesto ai nostri volontari di sfruttare quel momento e raccontare tutto quel che avevano vissuto in sogno” racconta Valentina Elce, ricercatrice di neuroscienze cognitive alla Suola Imt Alti Studi Lucca.
Lo scrigno dei sogni
Con 287 volontari e due settimane circa di narrazioni mattutine ciascuno, i ricercatori di Lucca e dell’università Sapienza di Roma hanno raccolto un tesoro di oltre 3.700 i sogni, che oggi viene pubblicato sulla rivista Communications Psychology.
“Non volevamo però limitarci ai contenuti dei sogni” prosegue Elce, che nella Scuola lucchese lavora all’interno del MoMiLab (Molecular Mind Lab). “Per questo varie volte, in momenti casuali durante la giornata, abbi…
C’è un momento al mattino, prima ancora di aprire gli occhi, in cui non stiamo più dormendo ma non siamo ancora svegli. In quell’attimo possiamo ricordare i nostri sogni, prima che la luce e le aspettative della giornata li spazzino via come sabbia sul bagnasciuga.
“Con un registratore sul comodino, abbiamo chiesto ai nostri volontari di sfruttare quel momento e raccontare tutto quel che avevano vissuto in sogno” racconta Valentina Elce, ricercatrice di neuroscienze cognitive alla Suola Imt Alti Studi Lucca.
Lo scrigno dei sogni
Con 287 volontari e due settimane circa di narrazioni mattutine ciascuno, i ricercatori di Lucca e dell’università Sapienza di Roma hanno raccolto un tesoro di oltre 3.700 i sogni, che oggi viene pubblicato sulla rivista Communications Psychology.
“Non volevamo però limitarci ai contenuti dei sogni” prosegue Elce, che nella Scuola lucchese lavora all’interno del MoMiLab (Molecular Mind Lab). “Per questo varie volte, in momenti casuali durante la giornata, abbiamo chiesto ai volontari di raccontarci cosa stessero pensando. Il nostro obiettivo era trovare il legame fra le esperienze della veglia e quelle del sonno”.
All’intelligenza artificiale è stato poi affidato il compito di individuare le corrispondenze fra le narrazioni del giorno e della notte, rivelatesi assai più ricche di quanto non immaginiamo.
“Spesso ci sembra di non sognare. Definiamo sogni solo quelle scene vivide e ricche di dettagli che assomigliano a un film. Invece alla categoria appartengono anche le percezioni vaghe e le sensazioni flebili che sono più difficili da raccontare” spiega Elce. E buona parte delle esperienze notturne, hanno osservato i neuroscienziati, ha le radici proprio negli avvenimenti del giorno.
Uno dei volontari, per esempio, aveva raccontato da sveglio di essere preoccupato per l’acquisto di alcuni mobili. Durante il sonno si era ritrovato a camminare in un bosco dai colori brillanti.
Camminare nei boschi e scalare montagne
Una ragazza turbata da un rapporto difficile con un’altra persona aveva sognato di scalare una montagna. L’altra persona cercava di tirarla giù, ma lei riusciva lo stesso a salire, con un arcobaleno che diventava sempre più completo man mano che si avvicinava alla vetta.
“I racconti diurni erano spesso incentrati sulle proprie emozioni e preoccupazioni. Avevano spesso l’individuo al centro della narrazione” spiega Elce. “Di notte le esperienze erano rivissute invece in modo più spersonalizzato. Invece di mantenere il focus su se stessi, i sognatori si trasformavano in osservatori esterni, meno coinvolti. Le eventuali arrabbiature serali venivano stemperate. In generale il contenuto emotivo di un’esperienza vissuta come negativa, filtrato attraverso il sogno, veniva ridotto e sdrammatizzato. Si pensa che una delle funzioni dei sogni sia proprio quella di rielaborare la realtà e smussarla”.
Così il cervello smussa le difficoltà
Come se il loro compito sia quello di succhiare via un po’ di amarezza dalla vita, i sogni tendono spesso a colorarsi di sfumature cupe. “A conti fatti, quelli spiacevoli sono i più frequenti” conferma Elce. “Anche le esperienze che durante il giorno ai nostri volontari erano sembrate neutre, la notte erano spesso rivissute in modo triste. Ma forse questa è una tecnica del cervello per adattarsi alle situazioni spiacevoli”.
Registrati tra il 2020 e il 2024, in buona parte durante la pandemia, i sogni dei volontari sono diventati sempre meno angosciosi con il passare del tempo.
Capire perché alcuni avvenimenti e non altri, fra quelli vissuti durante il giorno, vengono scelti dal cervello la notte per dar vita ai sogni sarà forse la sfida più difficile che attende ora i neuroscienziati. “C’entrano sicuramente le emozioni, i collegamenti fra esperienze diverse, ma qui ci si avventura in un campo più difficile da investigare, che sarà oggetto dei prossimi studi”, promette Elce.
Sempre provando a sfruttare quella sottilissima finestra che al mattino separa il mondo del sogno da quello della veglia.