Cronaca

Gioia Tauro, petardi in bocca e finte irruzioni in casa: fermata la banda che terrorizzava un paese

Gioia Tauro, petardi in bocca e finte irruzioni in casa: fermata la banda che terrorizzava un paese

Umiliavano e picchiavano disabili, anziani e fragili. Tre giovani arrestati. Altri due avranno l’obbligo di firma, ma la lista degli indagati è più lunga. Tra loro, anche alcuni minorenni

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Spaventavano per gioco, brutalizzavano per noia, poi tutto finiva sui social, a caccia di like. Per mesi una banda di ragazzi della provincia di Reggio Calabria, a pochi chilometri da Gioia Tauro, ha seminato il terrore nel piccolo paese di Melicucco, centro di meno di cinquemila abitanti alle pendici dell’Aspromonte. In tre sono finiti ai domiciliari, due avranno l’obbligo di firma, tutti quanti sono accusati a vario titolo dalla procura di Palmi, all’esito delle indagini dei carabinieri,di associazione per delinquere, sequestro di persona, atti persecutori, violazione di domicilio, fabbricazione e detenzione di armi, tra cui bottiglie incendiarie, e uccisione di animali. Ma la lista degli indagati è più lunga e fra loro ci sarebbero anche minori.

A tradirli sono stati i social, dove regolarmente pubblicavano immagini e video delle loro imprese. Brutali. Gli obiettivi erano sempre gli stessi: anziani, disabili, fragili, marginali, soli. A un uomo hanno acceso un petardo tra le labbra, facendogli credere che fosse una sigaretta. Un altro è stato terrorizzato con una finta irruzione delle forze dell’ordine in casa. Travestiti da carabinieri dei Nas, la banda è entrata nell’appartamento, lo ha immobilizzato, ammanettato al letto, gli ha puntato alla testa una pistola, urlandogli contro che lo avrebbero arrestato. Un anziano è stato spogliato in strada e filmato, un altro ancora scioccato lanciando davanti a lui un topo vivo nel camino acceso.

Durante le azioni, si incitavano l’un l’altro a essere più feroci, più cattivi: “Se gli dai una coltellata questo video diventa virale”, si sente dire in uno dei video. E proprio i filmati hanno contribuito a incastrarli. La voce girava in paese ma le vittime, terrorizzate, si rifiutavano di denunciare. Temevano tutte di finire ancora più nel mirino della banda. C’è voluto tempo e pazienza per convincere qualcuno a formalizzare le accuse, mentre le indagini si sono progressivamente concentrate sul gruppetto e i social, Tik Tok in testa, hanno aiutato a chiudere il cerchio.

I video pubblicati documentano pestaggi, vessazioni e atti degradanti, spesso accompagnati da risate e incitamenti, aggressioni improvvise e intimidazioni anche per le strade del paese. Azioni con il passare del tempo sempre più violente, feroci. Motivo? Noia, pura brutalità, sadismo. Tranne uno, nessuno viene da famiglia con pedigree di ‘ndrangheta o da contesti di marginalità o disagio, eppure chat e video li mostrano con in pugno fucili e pistole, o mentre realizzano ordigni artigianali. Video da migliaia di like e che adesso sono un atto di accusa.

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